La grandezza della Liberazione è rappresentata dall’enorme contenuto politico, morale e civile che ha generato la Costituzione e il progetto di società aperta e inclusiva che questa incorpora.
Per una società radicalmente alternativa a quella gerarchica e senza democrazia del ventennio fascista, nella quale il Partito-Stato decideva tutto e anche il Sindacato dei lavoratori era irregimentato, senza reale autonomia rivendicativa. Manifestare e scioperare era proibito. I giovani devono saperlo e noi non dobbiamo dare per scontato che tutti lo sappiano. Anche per questa ragione la memoria va coltivata.
Se il Presidente Mattarella ha ritenuto necessario affermare che “è sempre tempo di resistenza”, evidentemente non l’ha fatto perché rivede all’orizzonte le camice nere, ma perché avverte rischi concreti di una grave regressione democratica e non vuole rimanere silente. Non fa mai invasione di campo, ma nelle occasioni propizie dice sempre come la pensa. È il custode di qualcosa di grande di cui avverte la grande responsabilità.
È una fortuna averlo come punto di riferimento, come lo è stato, per lui e per “noi”, Papa Francesco.
Alla Liberazione, quindi, ci si deve accostare con il sentimento adeguato alla sua piena comprensione e con la consapevolezza che i valori di fondo che essa rappresenta non sono a scadenza ma vivono nel tempo e diventano idee guida che orientano. Questo è il senso del “è sempre tempo di resistenza” che occorre interpretare come chiamata, a difesa unitaria di qualcosa di grande che riguarda tutti.
La situazione è tale da obbligarci a scegliere da che parte stare, non rispetto a problemi di ordinaria amministrazione ma al tentativo di imporre forme autoritarie di governo a danno dei diritti delle persone.
Allora fu libertà riconquistata accompagnata dalla ferma volontà di ricostruire la democrazia su basi più solide, come poi avvenne con la Costituzione e il Referendum che fece nascere la Repubblica con il voto determinante delle donne che, di per sé, già indicava una nuova idea di uguaglianza e parità, anch’esse rimaste incompiute, ma riaffermate in via di principio e da sviluppare.
Ora è libertà da difendere con le armi della democrazia, che non bastano se non ci mettiamo la nostra partecipazione e il sentimento corrispondente al rischio di perdere inopinatamente il diritto di essere cittadini liberi, lavoratrici e lavoratori rispettati.
Siamo di fronte a una pericolosa involuzione democratica che mira a ri-gerarchizzare il potere a danno dei diritti sociali e civili, in economia e nel lavoro, della libertà di pensiero, insegnamento e ricerca. Con uso spregiudicato e miserabile della religione.
Questo ottantesimo anniversario della Liberazione in coincidenza con la morte di Papa Francesco è una campana che suona per tutti, un invito a esserci e partecipare.
A spenderci anche per la formazione delle nuove generazioni, dei lavoratori e degli immigrati che vivono e lavorano in Italia da decenni, utilizzando il significato del 25 Aprile come pedagogia civile, a partire da ciò che fu la lotta partigiana, per la quale tanti giovani rischiarono e persero la vita.
Nella mia personale esperienza posso dire che non c’è lettura più formativa delle lettere dei giovani partigiani condannati a morte che scrivevano alle madri e ai padri, a sorelle e fratelli, mogli e fidanzate, prima di essere fucilati.
La minaccia in atto viene da chi vuole riscrivere la storia per sconnetterci da quella che ha generato la Liberazione e si è fatta memoria, cultura e civiltà della convivenza.
Nulla è più unitario e riconciliativo del 25 Aprile. A patto che ci si intenda sul significato delle parole che contano.
Sono “loro” ad aver considerato Papa Francesco un avversario, con affermazioni e misure scandalosamente anticristiane e inumane che fuoriescono dalla “nostra civiltà”. Che stravolgono il significato della libertà,facendola diventare potere illimitato di pochi di imporre un modello di sviluppo a misura dei loro interessi e delle loro farneticazioni futuriste. Questa è la minaccia concreta che dall’America si dirige verso l’Europa, Italia compresa.
Nei momenti difficili bisogna ritrovarsi attorno alle cose essenziali, distinguendole da quelle secondarie e ingannevoli. La Patria del 25 aprile è indissolubilmente connessa all’abiura del nazionalismo. Non c’entra niente con i delinquenti politici che assassinarono Giacomo Matteotti e usarono sistematicamente la violenza contro i sindacalisti e gli oppositori. Con coloro che in definitiva l’hanno tradita e disonorata anche con le leggi razziali che condannavano alla deportazione concittadini/e italiani/e di religione “diversa”. Chi è Liliana Segre se non una testimone ancora vivente di un simile obbrobrio?
Il filo conduttore del patriottismo è quello del Risorgimento e della Resistenza a ogni forma di pensiero unico che intossica le coscienze e inventa nemici per allontanare l’attenzione dai problemi reali di giustizia sociale la cui principale causa, oggi più che mai, risiede nell’assurda distribuzione della ricchezza che Papa Francesco definiva “economia di morte”. Quella che utilizza, seleziona e scarta a beneficio di pochi.
Quando si ha a che fare con i prepotenti al comando, è comunque dura. Bisogna esserne consapevoli e fare di tutto perché la situazione non degeneri, come in parte sta accadendo con prove di forza illegali che sembrano normali perché provengono da chi dovrebbe impedirle e invece le promuove.
Quando l’amato Papa Francesco dice, “chi costruisce muri non è cristiano”, non sposa una parte politica ma abbraccia l’umanità intera, come non vogliono fare i potenti e i prepotenti del mondo che a suon di affari e miliardi tentano di imporre una volontà di dominio millantata come ordine e pace.
Non è di una “democrazia a bassa intensità”, senza anima sociale, che abbiamo bisogno. Ma di una democrazia vivente in economia e nel lavoro, nella sua architettura istituzionale e nel suo anelito di pace e giustizia, capace di generare risposte credibili, equilibrate, a misura di benessere collettivo e coesione sociale. Grazie Francesco, padre e maestro di umanità.
G.G.
