Nei dazi e nelle sanzioni ad personam di Trump c’è una volontà di potenza e prepotenza che va ben oltre la dimensione commerciale.
Una strada pericolosa, che diverge dai nostri interessi materiali e immateriali. Quale che siano i dazi che imporrà ai paesi dell’Unione Europea, si capisce che derivano dal grado di subordinazione dei paesi destinatari. Umiliante e inaccettabile.
Ancor più se si considera che il governo americano mira a scardinare le regole faticosamente costruite per garantire ai cittadini europei, tra l’altro, cibo prodotto secondo standard elevati di sicurezza e sostenibilità che fanno parte del patrimonio valoriale dell’Unione Europea.
Serve realismo, non sottomissione e servilismo. Se passa l’idea che con il bullismo diplomatico si può ottenere ciò che si vuole, come purtroppo si è verificato con la Global Minimum Tax al 15%, dalla quale sono state esentate le principali multinazionali Usa, per un ammontare di 100 miliardi di dollari l’anno, l’Europa muore. Come desidera il daziere che vuole finanziare la sua avventurosa politica a spese degli “altri”.
Esito da scongiurare evitando di rapportarsi in ordine sparso come suggerisce qualche scellerato esponente della maggioranza di governo. È o non è di competenza europea?
Sarebbe facile sostenere che non bisogna accettare compromessi. Nella situazione data è inevitabile prenderli in considerazione, a tutela di interessi superiori, ma c’è modo e modo di arrivare a un accordo. Ormai è chiaro che si sta giocando una partita destinata a rimanere aperta anche dopo.
L’Europa unita deve mettere in campo le risorse e il potenziale di cui dispone (che fine hanno fatto i rapporti Draghi-Letta?), l’Italia esca dall’ambiguità e decida di stare dove è giusto che stia, come ha fatto con l’Ucraina ma non con Gaza e la Palestina nei confronti di Israele, a difesa dell’indifendibile. Uccidere bambini in fila per il cibo è un crimine contro l’umanità, altro che effetto collaterale.
Lì è morto l’occidente. Lì siamo caduti in un abisso buio e profondo che qualcuno definisce “lavoro da finire”. Certo, al male non c’è limite. E chi storicamente lo ha subito dovrebbe saperlo meglio di altri anziché vedere antisemitismo dove c’è tutt’altro.
Il concetto di ricostruzione è più profondo della dimensione economica e materiale. Qualcuno nel mondo se ne farà carico, ma non sarà facile.
Per averlo verbalizzato, nella sua qualità di relatrice Onu per i territori palestinesi occupati, la cittadina italiana Francesca Albanese è stata sanzionata dall’amministrazione Trump, con chiaro intento ritorsivo e intimidatorio.
Stessa sorte è toccata ai giudici della Corte Penale Internazionale.
Al Brasile di Lula sono stati imposti dazi al 50% per motivi chiaramente politici legati al fatto che l’ex Presidente Bolsonaro dovrà essere processato per tentato colpo di stato (nel 2023) e Trump pretendeva una sorta di amnistia su misura.
Dobbiamo reagire, non aspettare passivamente tempi migliori. I dazi si aggiungono ai problemi preesistenti
In primo luogo il carovita e il lavoro povero che continuano a colpire alla luce di un aumento dei prezzi superiore agli adeguamenti salariali nominali dei CCNL. L’Istat ha certificato che a giugno l’inflazione è risalita all’1,7%, il carrello della spesa di quasi il doppio, a +3,1%. Il che aggrava la già accertata perdita del 7,5% di potere d’acquisto degli stipendi, dal 2021 ad oggi. Si può andare avanti così? No. Occorre serenamente e consapevolmente reagire e lottare, in primo luogo nella contrattazione con le grandi imprese che fanno filiera, per tutelare anche le lavoratrici e i lavoratori delle imprese appaltatrici, come si faceva “prima”. Anche la memoria sindacale ha la sua importanza. Per meglio andare avanti, non per guardare indietro.
Il fatto di essere ultimi in Europa per salari bassi, occupazione di giovani e donne e insensate disparità normative e retributive, rende ancor più evidente che questione salariale e qualità del lavoro sono due facce della stessa medaglia. Da affrontare con una visione d’insieme.
La smettano di nascondere la penosa condizione di un mercato del lavoro in peggioramento strutturale e regressione sociale con prospettive di miglioramento pari a zero, a invarianza di fattori. Creare pseudo posti di lavoro è diventata una strategia. Che fare?
Bella domanda. Ma le risposte migliori prendono quota solo dalle buone domande. Dalla consapevolezza che occorre invertire la rotta se non si vuole accettare il declino come esito ineluttabile del lento ma continuo scivolare all’indietro.
L’Italia rischia di assuefarsi ai suoi storici squilibri. Territoriali, generazionali e di genere. Il referendum su lavoro e cittadinanza non è andato come speravano i proponenti, ma i problemi sono rimasti e nell’inerzia tendono ad aggravarsi. Cos’altro è la perdita di potere d’acquisto e una quantità enorme di “posti di lavoro” che non permettono di vivere dignitosamente e di progettare il futuro?
Lo si vuole capire o no che non si fanno figli perché il futuro spaventa?
In economia e nel lavoro si evince che stiamo indietreggiando dalla convergenza di più fattori, tra i quali l’invecchiamento della popolazione e la “gestione politica”, illogica, dell’immigrazione, nonostante tutte le istituzioni la indichino come necessaria per il futuro del Paese, se ben governata come potrebbe e dovrebbe essere.
Qual è il compito della politica e dei politici, dei gruppi dirigenti, se non quello di guardare avanti, progettare e programmare il programmabile per il bene comune?
Difendersi da chi ha scatenato la guerra commerciale significa essere consapevoli che dietro le tariffe doganali c’è la volontà di attaccare chi ha una diversa cultura dello sviluppo, dei diritti e della cittadinanza, rispetto a quella iperliberista di un certo capitalismo aggressivo che scommette sull’interdipendenza tra guerra e affari, investimenti “stellari” e dominio politico.
Insomma, il ritorno di Trump alla Casa Bianca non ha portato la pace, ai conflitti in corso ha aggiunto una inedita e scomposta “guerra commerciale” che nessuno sa quando e come si concluderà. Un accordo si dovrà raggiungere, ma sapendo di negoziare con un interlocutore che intreccia scelte “politiche” e interessi personali con brutale determinazione.
Con questa prepotenza politico affaristica ha imposto il 5% di spese militari sul Pil dei paesi Nato. A chi lo raccontano che non sarà a detrimento della spesa sociale? È arrivato il momento di arginarlo, altrimenti ci soffoca. Letteralmente. Deportare esseri umani in catene e vantarsene significa che siamo già in una pagina buia della storia.
G.G.
