La speranza è grande, la minaccia è seria.
La Legge italiana sull’intelligenza artificiale – la 132/2025 che integra il Regolamento europeo 1689/2024 -, incentrata sull’“utilizzo corretto, trasparente e responsabile”, in “una dimensione antropocentrica”, va accolta positivamente ma con riserva.
L’antropocentrismo che mette l’uomo al centro dell’universo si presta a valutazioni di alto profilo, il suo significato all’interno della precitata legge è inequivocabile: La IA deve essere al servizio degli esseri umani. Non è neutrale, va orientata e utilizzata eticamente.
Può aiutarci a lavorare e vivere meglio, oppure opprimerci con i suoi algoritmi senza anima che fuoriescono dalla dimensione umana.
Il contenzioso in atto tra tra Europa e America verte su questo e apre scenari a futuri alternativi: con o senza democrazia.
Democrazia come la intende quella parte di occidente che si riconosce in uno Stato di diritto che non prevede poteri economici e politici scollegati dai diritti di cittadinanza.
Siamo di fronte a una concezione dell’interesse privato che si contrappone al controllo pubblico e al bene comune.
Rischiamo di precipitare in un mondo senza premesse e scopi di valore, dove non si distingue più ciò che è tecnicamente possibile, da ciò che offende la dignità umana. Tra la libertà abbinata alla responsabilità, e l’agire senza vincoli di alcun tipo.
È alla luce di questa consapevolezza che va compreso lo “scudo per la democrazia” messo a punto dalla Commissione europea, alla quale si può rimproverare tutto, ma non certo i problemi che alcuni governi e diverse organizzazioni politiche nazional reazionarie le creano dall’interno per non farla funzionare.
“Solo un’etica salda può garantire il rispetto della dignità umana”.
Questa è la tesi di padre Paolo Benanti, professore di Filosofia Morale presso la Luiss, già consigliere di papa Francesco, il quale afferma senza mezzi termini che “L’etica della IA è centrale e non negoziabile”.
Con questo spirito dobbiamo rapportarci alla Legge 132/2025 entrata in vigore il 10 ottobre, all’interno della quale c’è il lavoro, il diritto dei lavoratori e delle organizzazioni sindacali di essere informati e garantiti attraverso la contrattazione collettiva.
Attenzione: è chiaro che le deleghe al Governo possono fare la differenza in meglio o peggio, ma la legge è entrata effettivamente in vigore. I diritti previsti vanno immediatamente esercitati e integrati con quelli preesistenti.
Nella contrattazione sia di primo che di secondo livello. Nella prassi relazionale quotidiana, nei luoghi di lavoro e nelle grandi imprese che già la utilizzano. Bisogna pretenderlo senza tentennamenti e deleterie perdite di tempo.
In aggiunta e a sostegno dello scopo principale della funzione sindacale che mira al miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro che in Italia urge realizzare fin da subito, in primo luogo con aumenti salariali netti che il sistema produttivo può sostenere, attraverso una più equa distribuzione della ricchezza.
La coperta corta è un luogo comune caro a quanti non vogliono fare le scelte di giustizia sociale necessarie. I soldi per fare condoni mascherati e costruire centri in Albania tanto costosi quanto inutili e dannosi lo dimostrano, per non parlare d’altro.
Se confrontiamo queste scelte con l’ostinata avversione al salario minimo e all’aumento sempre più sconfortante della povertà derivante anche dai tagli e dalle tortuose procedure per ottenere qualche sussidio, si capisce che siamo messi male.
Governo e Parlamento hanno ancora la possibilità di salvare il salvabile con la Legge di bilancio, per restituire ai lavoratori quanto ingiustamente prelevato dalle loro retribuzioni. Non sanare questo vulnus significa perpetuare sine die la questione salariale che ormai coinvolge tutti i lavoratori e le lavoratrici dipendenti.
In questa fase storica la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica e quella dei lavoratori nelle imprese è di fondamentale importanza. Non ce la regala nessuno, va rivendicata e praticata come diritto.
Va riscoperto e rilanciato l’art. 41 della Costituzione per interpretare al meglio le immense possibilità offerte dal buon utilizzo della IA.
La quale deve diventare oggetto di Formazione continua integrata e polivalente, a beneficio di tutti e tutte, non riservata solo a quadri e dirigenti d’azienda.
I rappresentanti sindacali hanno il diritto dovere di co-progettarla e co-gestirla: in azienda, negli Enti e negli organismi bilaterali, in modo equilibrato e trasparente. Questa è partecipazione.
Dare soldi senza condizioni alle imprese che spesso la usano per de-formare psicologicamente i propri dipendenti con l’ossessione della produttività, produce solo addestramento funzionale alla mansione da svolgere.
Ormai è chiaro a tutti che la IA può fare molto bene e molto male. Anche quando è generativa e agentiva, è sempre manovrabile…
Non siamo nel campo delle ipotesi ma della cruda realtà. Come testimonia lo scontro in atto tra l’Europa e il Governo americano che sostiene le “sue” Big Tech.
Con la legge 132/2025 l’IA entra nel cuore del diritto del lavoro italiano, seppure con l’incognita del solito sotterfugio delle deleghe che il governo si è auto attribuito attraverso la sua maggioranza parlamentare.
Spetta a “noi” caricarla di senso, memoria e cultura sociale del lavoro.
Non basta affermare solennemente che la IA deve essere “antropocentrica”. Bisogna renderla compatibile con la nostra Costituzione, con i diritti personali e sociali che si tramutano in benessere e qualità della vita.
Lo “scudo europeo per la democrazia” contro il quale si è scagliato Musk nei giorni scorsi dimostra per l’ennesima volta da chi e da cosa dobbiamo difenderci.
Per noi è una cintura di sicurezza, per lui è un bavaglio. Siamo agli antipodi. Da che parte stare e cosa fare, chi ha coscienza lo sa.
In mano ad estremisti che stanno sdoganando anche il razzismo e l’eugenetica, la IA può fare disastri. In buone mani, “miracoli”. Utilizziamola per migliorare la nostra vita e quella delle generazioni future verso le quali dobbiamo sentirci responsabili.
G.G.
