Le Olimpiadi sono patrimonio dell’umanità, non solo per lo spettacolo sportivo ma per l’ideale di convivenza pacifica che le ha fatte nascere.
Quelle invernali nascono nel Novecento e in Italia si svolgono per la terza volta: Cortina 1956, Torino 2006, Milano-Cortina 2026.
Quelle estive risalgono invece alla Grecia antica, che ha dato i natali anche al “seme” della democrazia.
In versione moderna sono state rilanciate dal pedagogista e storico francese Pierre de Coubertin, con lo scopo di unire i popoli attraverso lo sport: un filo rosso che accompagna il faticoso sviluppo dei valori inclusivi e della pari dignità, promuovendo partecipazione, cooperazione e lealtà, ovvero una sana competizione.
Il fatto che oggi non venga nemmeno rispettata la tregua olimpica, decisa all’unanimità dall’ONU per “costruire un mondo migliore e pacifico attraverso lo sport e l’ideale olimpico”, non è solo motivo di amarezza: è il segno di una crisi profonda dell’ordine internazionale.
Una crisi senza precedenti, nella quale è chiaro ciò che si distrugge a beneficio di una logica di potenza e prepotenza che costituisce uno dei principali disvalori della fase storica che stiamo vivendo.
Le Olimpiadi di Milano-Cortina ci aiutano a comprendere che la partita più grande e importante resta quella della pace con giustizia, raggiungibile solo attraverso la cooperazione internazionale e la prosperità dei popoli.
Contribuiscono a far girare l’economia, certo, ma il loro scopo va oltre la pur necessaria relazione tra costi e benefici.
Nell’ottica della sostenibilità — parola che accompagna ogni grande evento sportivo — è bene ricordare che nella preparazione e nello svolgimento dei Giochi, nell’accoglienza e nella sicurezza, sono coinvolti migliaia e migliaia di lavoratrici e lavoratori del turismo, del commercio e dei servizi. A loro vanno garantiti diritti normativi e retributivi di rango costituzionale.
Il governo, invece, tenta in tutti i modi di cancellarli per decreto, perfino quando vincono cause di lavoro per farsi applicare l’articolo 36 della Costituzione con il relativo pagamento degli arretrati.
Difficile commentare un simile accanimento, speculare alla protezione clientelare di imprese specializzate in lavoro precario e sottopagato.
La fiaccola olimpica rappresenta l’umanità che indica a se stessa la via maestra della pace: l’ideale universale verso cui tendere, la politica e il governo della cosa pubblica attraverso la partecipazione dei cittadini.
Siamo dentro questa storia: o andiamo avanti o torniamo indietro.
Per andare avanti è necessario contrastare il seme dell’odio sparso dall’alto mediante l’uso improprio delle istituzioni. È un dovere civile oltre che un diritto da esercitare.
Non è vero che “non c’è più niente da fare”. Possiamo e dobbiamo incidere sulle decisioni che ci riguardano.
Lo spirito universale dei Giochi olimpici non è dissimile da quello della Memoria appena celebrata.
Si lotta anche contro le menzogne, la disinformazione e l’arroganza del potere che si autoassolve persino di fronte all’evidenza.
L’impunità è il nulla osta della violenza.
C’è più patriottismo e dignità nazionale nel contestare la presenza in Italia della famigerata ICE durante lo svolgimento dei Giochi che nel far finta di non sapere con quanta brutalità e impunità operi.
A che serve condannare “la complicità del regime fascista” nelle persecuzioni razziali del passato se non si condannano le persecuzioni di oggi?
Il silenzio è complicità. L’indifferenza è colpa grave.
Le cose che accadono negli Stati Uniti, nel bene e nel male, ci riguardano, anche perché mirano a irradiarsi in Europa, e chi non si allinea viene minacciato e insultato.
Non esistono popoli nemici di altri popoli. Esistono piuttosto giochi e spartizioni di potere contro i popoli.
Tutte le forme di violenza e repressione autoritaria del dissenso contraddicono la pace.
Quando Liliana Segre afferma: “Quello che ancora non tutti sembrano aver capito è che il Giorno della Memoria non è per gli ebrei, è principalmente per tutti gli altri”, mette il dito nella piaga.
Trattare le persone come nemmeno gli animali andrebbero trattati non ha bisogno di spiegazioni aggiuntive. E quando si giustifica la violenza chiamandola difesa, significa che la memoria non sta funzionando.
Dobbiamo fare i conti con una realtà inedita e straordinariamente problematica che mette in discussione e capovolge i pilastri della nostra convivenza.
Nessun antiamericanismo, anzi: amore per il Paese della libertà e del “meticciato” di civiltà e culture che fa parte della sua storia.
L’America non è un Paese di cui ci si possa tranquillamente disinteressare. Le sue multinazionali sono invasive e invadenti, i suoi prodotti e servizi fanno parte della nostra vita.
La riconfigurazione in atto del sistema capitalistico, che si salda con politica, tecnologia e finanza, fa parte di una strategia che ci riguarda. Una prospettiva che rischia di collocarci in funzione subalterna e che va evitata per noi stessi e per le future generazioni.
La via maestra resta quella indicata dallo spirito olimpico e dal nostro Presidente della Repubblica: non vogliamo essere vassalli di nessuno.
Queste Olimpiadi invernali di Milano-Cortina ci ricordano che possediamo una miniera di valori e di pensieri che non troveranno mai una sistemazione definitiva e che, tuttavia, possono e devono vivere all’interno di regole capaci di assicurare a tutti libertà e sicurezza, personale e sociale.
Non sono equiparabili alle settimane della moda.
Sono le settimane della speranza che non si spegne mai, pari all’inesauribile sete di pace e giustizia che, nel e attraverso il lavoro dignitoso, trova una delle sue massime espressioni.
Anche a questo devono servire le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026: a ricordarci che lo sport, quando è fedele alla propria origine, non celebra la forza ma la dignità umana.
L’ultima parola non spetta alla guerra e a chi la fomenta, a partire dalle parole.
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

Giovanni Gazzo

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