In uno Stato democratico la sicurezza non è uno strumento di controllo, ma una condizione essenziale per garantire i diritti fondamentali delle persone e impedire abusi di potere che li svuotino di significato.
La sicurezza dei cittadini dipende da molti fattori. È impossibile sentirsi davvero protetti senza un lavoro stabile e una retribuzione dignitosa. La povertà cronica è il primo grande generatore di insicurezza: personale, familiare e sociale. Il lavoro è ciò che libera dal bisogno e restituisce autonomia.
È dunque fuorviante accreditare l’idea secondo cui, per aumentare la sicurezza, occorra comprimere la libertà. Essere ultragarantisti “in alto” e sommariamente repressivi “in basso” è inammissibile in uno Stato di diritto.
La violenza è sempre esecrabile, da chiunque venga praticata e contro chiunque, in ogni luogo. Va prevenuta anzitutto attraverso la cultura del rispetto e della legalità; va repressa e sanzionata quando necessario, senza ambiguità.
Durante le manifestazioni pubbliche e i cortei sindacali non bisogna dimenticare che il soggetto collettivo da tutelare sono i cittadini che partecipano liberamente. Se la divisa rappresenta lo Stato democratico, la Polizia non può che essere al servizio della collettività: chi la indossa deve essere il primo a onorarla.
Gravissime sono state le parole pronunciate in Parlamento dopo la manifestazione di Torino del 31 gennaio promossa da Askatasuna, utilizzate per giustificare un nuovo Decreto sicurezza che, nelle intenzioni del governo, appariva ancora più vicino a una logica da “Stato di polizia”. Una linea che si inserisce in un sovranismo reazionario di respiro internazionale che, in nome di una libertà apparente, vuole sottrarci quella reale.
Manifestare e protestare a viso aperto è parte integrante della democrazia. Si nasconde solo chi ha cattive intenzioni. Infiltrati e provocatori sono sempre esistiti e non possono essere automaticamente identificati con chi organizza le mobilitazioni.
La sicurezza correttamente concepita é il presupposto stesso della libertà, nella misura in cui riguarda non soltanto l’incolumità fisica, ma anche le condizioni sociali, economiche, culturali e civili.
La Costituzione esiste per proteggere i cittadini dagli abusi di potere. Impunità e scudi la contraddicono. Anche solo ipotizzarli è un segnale preoccupante.
La democrazia non ha bisogno di essere sospesa per difendersi: lo ha dimostrato nei momenti più difficili della storia repubblicana, sconfiggendo il terrorismo senza rinunciare ai propri principi. Il contesto attuale non è paragonabile a quella stagione tragica: chi insiste su tale parallelismo mostra malafede.
Le istituzioni — Magistratura e Polizia comprese, con funzioni distinte — sono al servizio dei cittadini, non dei partiti. In democrazia nessuno è al di sopra della legge. Non spetta al governo di turno indicare alla Magistratura ciò che deve o non deve fare.
Le manifestazioni devono svolgersi pacificamente, senza persone armate o mascherate e senza pestaggi inutili. La violenza va sempre condannata, ma è ancora più grave quando proviene da chi indossa una divisa, come purtroppo talvolta è avvenuto.
I filmati di Torino non mostrano soltanto il poliziotto brutalmente aggredito da alcuni manifestanti; mostrano anche un signore lasciato a terra in una maschera di sangue.
Dove sta andando l’Italia? Al seguito di chi? I cittadini hanno diritto a saperlo con chiarezza. Il tempo non è una variabile neutra: in questo 2026 possono accadere cose buone e meno buone, e capire da che parte stare, con chi e perché, è decisivo per il futuro del Paese.
Mentre le Olimpiadi invernali entrano nel vivo, il filo della pace appare sempre più difficile da tessere. La mancata tregua, anche politica, lo conferma: da alcuni cosiddetti “grandi della terra” si continua a diffondere odio e veleno razziale.
Intanto in Italia nel solo mese di gennaio, i morti sul lavoro sono stati quasi il doppio delle vittime dell’incendio di Crans-Montana. Una strage silenziosa e costante, rispetto alla quale gli stessi rappresentanti del governo che si sono indignati per il rogo in Svizzera non hanno pronunciato parole né assunto iniziative significative.
La povertà è diventata una condizione cronica che si preferisce non prevenire né curare, per non disturbare imprese che sfruttano lavoratrici e lavoratori anche attraverso un dumping contrattuale vilmente tollerato. Emblematico il caso della società Piazza Italia, commissariata dalla Procura di Prato per sfruttamento e reati connessi.
É diventato normale essere poveri — o quasi — pur lavorando, come certifica l’ultimo rapporto ASviS, L’Italia delle povertà. Una realtà che contrasta con lo spirito olimpico, che ricorda come le guerre abbiano radici nell’economia, nella finanza, nell’accaparramento delle risorse e nello sfruttamento.
Se quello spirito resiste da 2.800 anni, significa che si fonda su valori di cui l’umanità non può fare a meno per continuare a tessere il filo della pace: una pace che richiede modelli di sviluppo cooperativi, oggi ostacolati da attori interessati a costruire un ordine mondiale a misura dei loro affari.
Affari e programmi che entrano confliggono con l’architettura democratica europea, fondata sui diritti di cittadinanza e sullo Stato di diritto.
La presidente del Consiglio conosce bene le dichiarazioni del vicepresidente statunitense Vance nei confronti dell’Europa e degli estremisti neri che mirano a destabilizzarla. Sa anche che l’obiettivo di alcune piattaforme digitali americane è demolire il Digital Services Act europeo, che mette in discussione i “Social” che rifiutano filtri e controlli.
Altro che “valori comuni” tra Europa e Stati Uniti: oggi, purtroppo, non è più così — e non per responsabilità dell’Unione europea. Il caos social-mediatico giova solo a chi punta a erodere la democrazia.
Cresce il numero dei Paesi europei che reagiscono. Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha denunciato la trasformazione delle piattaforme in “spazi in cui si ignorano le leggi e si tollerano i crimini”. Impossibile far finta di niente. Non prendere le distanze da “loro” significa inevitabilmente danneggiare l’Italia e l’Europa. Non possiamo accettarlo.
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

Giovanni Gazzo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *