Ci sono decisioni che sembrano tecniche e che invece sono profondamente politiche.
La liberalizzazione totale degli orari commerciali, introdotta nel 2011, è stata una di queste. Una dismisura in realtà liberista, da mercato senza limiti e “clausole sociali”.
È stata presentata come modernizzazione, come segnale di apertura, come risposta alla crisi. Ma col tempo è emerso ciò che allora era meno visibile: non si trattava soltanto di commercio. Si trattava del nostro modo di vivere e di abitare il tempo.
Abbiamo sacrificato al consumismo il tempo prezioso della domenica.
Non è un’affermazione nostalgica. È una constatazione.
I giorni della settimana non sono intercambiabili. Non lo sono mai stati. La domenica non è soltanto un segmento del calendario: è uno spazio civile, il momento in cui una comunità respira e si riconosce come tale.
Uniformarla al ritmo di un mercato che non si ferma mai ha significato compiere una scelta culturale precisa: trasformare ogni tempo in tempo disponibile, ogni pausa in occasione di consumo.
Ma il tempo condiviso non è una merce.
Non si produce, non si accumula, non si estende a comando. È il tessuto invisibile delle relazioni, il luogo in cui si è prima di tutto persone, famiglie, cittadini. Sottrarlo alla dimensione comune significa frammentare ciò che tiene insieme una società.
Il tempo è una risorsa limitata, per questo preziosa. Disporne senza misura significa incidere profondamente sulla vita delle persone. In particolare su chi, nel commercio, lavora con orari spezzati, turni imprevedibili, disponibilità continua. Soprattutto sulle donne, su chi tiene insieme occupazione e carichi familiari.
La possibilità di fare la spesa dal lunedì al sabato per dodici o tredici ore al giorno è più che sufficiente a garantire efficienza e servizio. Le aperture illimitate non rispondono a un bisogno essenziale: rispondono alla “visione” dominante che riduce ogni cosa a economia affari e finanza.
Eppure i dati economici raccontano altro. L’estensione degli orari non ha fatto crescere i consumi. Come era prevedibile, senza bisogno di scomodare esperti ed economisti di fama, la spesa, con un potere d’acquisto ridotto, si è distribuita su più giorni, mentre i costi fissi di gestione, energetici in particolare, sono aumentati.
Costi che inevitabilmente ricadono sui prezzi.
Non è la scarsità di offerta a frenare i consumi, ma la fragilità degli stipendi e delle pensioni. Le famiglie acquistano meno perché faticano, non ce la fanno a spendere di più.
Nel frattempo, il settore ha conosciuto una diffusione crescente di part-time involontari e orari minimi che corrispondono a lavoro povero. Le nuove generazioni guardano con distanza a un comparto che domanda flessibilità continua e disponibilità totale senza offrire prospettive adeguate.
Il diritto di fermarsi non è un residuo del passato. È la condizione sine qua non perché una comunità resti tale.
Una società che non conosce pause condivise diventa una somma di individui sempre attivi, ma raramente insieme.
L’idea che la modernità coincida con i negozi sempre aperti è una puerile semplificazione.
Non c’è modernità senza equilibrio e conciliazione: tra economia e vita, tra servizio e misura, tra libertà individuale e coesione sociale.
Ridurre le aperture a sei giorni la settimana non significherebbe tornare indietro. Non sarebbe un gesto simbolico, ma una scelta razionale: razionalizzare i costi, migliorare l’organizzazione del lavoro, restituire prevedibilità, ricostruire un tempo comune.
Per secoli la domenica è stata il giorno della sospensione. Non soltanto per ragioni religiose, ma come costruzione civile: il momento in cui ci si ritrova oltre la funzione produttiva. Una società matura sa che non tutto deve essere disponibile sempre.
Riaprire la discussione sugli orari commerciali non significa imporre una morale. Significa porre una domanda semplice e decisiva: quale idea di società vogliamo costruire?
Una società che non si ferma mai rischia di diventare efficentista ma fragile; con luce artificiale ma meno “illuminata”. Senza anima e più solitaria.
Una comunità non si misura solo da quanto produce o vende, ma da ciò che sceglie di proteggere.
Proteggere la domenica significa proteggere il tempo.
E proteggere il tempo significa proteggere la qualità della nostra vita comune. Che capisce il disvalore dello spreco
C’è chi l’ha capito e onestamente lo ammette, proponendo di riconsegnare la domenica al benessere collettivo, realizzando risparmi per abbassare i prezzi, creare posti di lavoro più stabili e meglio retribuiti.
Ma bisogna fare i conti con la potente lobby contraria che nel 2011 ottenne la misura più liberista mai adottata nel commercio, quella che ha sottratto la domenica al calendario civile, al respiro sociale e culturale che le appartengono.
Averla svuotata di qualità relazionale, non è modernità: è miopia. Restituirla non sarebbe un passo indietro ma un atto di responsabilità collettiva.
Se il cosiddetto Decreto Salva Italia del 6 dicembre 2011 fu una evidente forzatura calata dall’alto, doppiamente sbagliato sarebbe perseverare.
È in questo scenario che va considerata la “proposta” dell’Associazione nazionale cooperative di consumo, tramite il suo Presidente Ernesto Dalle Rive, il quale ha avuto il coraggio e l’onestà di ammettere pubblicamente che: la domenica senza spesafarebbe bene a tutti.
Federdistribuzione abbia il coraggio di riconoscerlo e di confrontarsi sul merito anziché strumentalizzare costantemente i consumatori e banalizzare la cultura del servizio.
Restituire tempo di qualità a persone e famiglie è più importante che avere un supermercato sempre aperto.
L’Italia ha bisogno di catene commerciali sane e robuste, socialmente responsabili, non di facciata, come diversi fatti, anche di cronaca giudiziaria, dimostrano. Il loro rapporto con la logistica e lo sfruttamento in agricoltura è “opaco”. Altro che modernità.
Si sono autoproclamate Distribuzione Moderna Organizzata (DMO), ma dal punto di vista del lavoro – che non è una variabile tra le tante, ma ciò di cui hanno bisogno lepersone normaliper vivere -, le imprese che ne fanno parte devono dimostrare di esserlo nel rapporto decisivo con il “capitale umano”.
Non è un caso che le nuove generazioni mostrino scarso interesse per settori che richiedono disponibilità totale e imprevedibile del tempo. In un Paese che invecchia e che fatica ad attrarre giovani nel commercio, ignorare questo aspetto sarebbe miope.
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

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