La sostenibilità che più ci interessa è quella umana.
Da questo angolo visuale, in Italia  c’è molto da risanare, riequilibrare e ri-costruire.
Il momento storico è problematico ma nel contempo favorevole. Non di sindacalismo purchessia, quindi, c’è bisogno, ma di sindacalismo partecipato e coinvolgente che mira a riformare l’economia e a valorizzare il lavoro umano.
Un sindacalismo progettuale che non agisca solo di rimessa e in ordine sparso, ma sappia interagire con i cambiamenti ineluttabili in continuo divenire per generare più equità e giustizia sociale.
È una sfida senza precedenti, “per” e “in” un Paese nel quale convivono fenomeni opposti 
Il lavoro non è equamente distribuito, normato e retribuito.
Contratti e imprese che cominciano a sperimentare la settimana lavorativa di 4 giorni con flessibilità condivisa, a fronte di milioni di lavoratrici e lavoratori che non sanno nemmeno cos’è la settimana corta, non godono di welfare, tickets e benefits aziendali, con orari, turni e ritmi di lavoro non coerenti con la tutela della salute e della sicurezza di cui al Decreto legislativo 81/08.
Gli infortuni gravi e mortali sul lavoro, le malattie professionali e lo stress lavoro correlato, derivano anche da quello che non ha fatto e tuttora  non fa il sindacato.
Non è solo un problema di ispettori e di controlli.
Tanta formazione a parole. Poca o per nulla nei fatti.
Estemporanea formazione dei sindacalisti, che ne hanno bisogno più degli altri.
Sindacalismo a macchia di leopardo che rispecchia il mercato nella sua versione autoreferenziale secondo la quale si giustifica anche la concorrenza al ribasso che penalizza pesantemente le lavoratrici e i lavoratori.
Siamo nel Terzo Millennio, tutti si pongono il problema dell’impatto dell’intelligenza artificiale sulle nostre vite, sulla democrazia, sull’economia, sul lavoro e suoi lavoratori, e ancora si rinnovano CCNL dove non si sancisce il diritto alla formazione di tutti i lavoratori.
Non ci siamo proprio.
Una realtà che scaturisce da fattori economici e politici, normativi, civili e culturali, relazionali, nonché da un certo modo di intendere e di praticare la competitività.
Tutto vero. Ma dipende anche dal sindacato.
Da come si struttura e concepisce la sua funzione.
Dalle sue “comode” divisioni interne e dalla frammentazione della rappresentanza che non è solo tra organizzazioni diverse ma anche all’interno delle stesse, tra categorie e confederazioni.
Gli equilibri interni e il controllo delle rispettive organizzazioni diventano più importanti dello scopo.
Le imprese di pulizia che la UILTuCS non ha mai potuto liberamente organizzare all’interno della UIL costituiscono una storica testimonianza di questo problema.
La realtà è sotto gli occhi tutti.
Serve rinnovamento vero, non di facciata.
Intanto nessuno sa come “prosegue la mobilitazione” in termini di iniziative collegate alle richieste sindacali e agli incontri con il governo.
O la  si vive nei luoghi di lavoro, nelle strutture e negli apparati sindacali, nei territori e nel rapporto con le istituzioni, o non esiste.
Da questo punto di vista capisco la decisione della CGIL di programmare sue manifestazioni, la prima delle quali il 24 giugno a Roma, a difesa e sostegno della sanità pubblica e per un diverso modo di tutelare la salute e la sicurezza nel lavoro.
Vorrà pur dire qualcosa, dopo le tre manifestazioni “unitarie” di Bologna Napoli e Milano del 13, 20 e 27 maggio… o no?
Il Sindacato conta nella misura in cui contribuisce a orientare e governare i cambiamenti.
Ma per poterlo fare come il contesto richiede, serve più democrazia sindacale e più democrazia all’interno del sindacato.
I tempi sono maturi per attuare pienamente l’art. 39 della Costituzione, unitamente al 46, rispetto al quale, oggi, persistono più ostacoli che condizioni favorevoli.
Il precariato è figlio anche della carenza legislativa.
Il pluralismo sindacale è troppo importante per essere ridotto a concorrenza insensata tra organizzazioni.
Le organizzazioni sindacali hanno comunque bisogno di rinnovarsi dal punto di vista della strategia contrattuale e dei gruppi dirigenti, del coinvolgimento dei loro apparati e delle strutture/figure di base che sono i veri sviluppatori dell’azione sindacale nel territorio e nei luoghi di lavoro.
O cresce la spinta propositiva e la qualità del sindacalismo, oppure si continuerà a recitare “secondo copione” senza raggiungere risultati concreti.
Siamo attori e co-autori del nostro futuro.
Non funziona che se qualcosa va bene è merito nostro, se invece va male è colpa degli “altri”
Troppo facile. Poco verosimile e credibile.
Il futuro del sindacato e del sindacalismo di cui c’è bisogno è nelle mani degli uomini e delle donne che si sentono mobilitati tutti i giorni perché credono in quello che fanno e sanno che rappresentare persone è una grande responsabilità.
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

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