Per quanto possa dispiacere, lo scambio di “accuse” tra Bombardieri e Sbarra non è derubricabile come incidente di percorso o inimicizia personale. A mio parere sancisce la chiusura di una fase storica, ma nel contempo la necessità di aprirne un’altra, magari meno esaltante rispetto al passato, ma ugualmente ricca di contenuti e prospettive coerenti con lo scopo per il quale il Sindacato è nato ed esiste e di cui c’è sempre bisogno. Unità e democrazia sindacale vanno ricostruite. Non c’è nulla da festeggiare, anzi c’è da temere uno sregolato rilancio del patriottismo di organizzazione che non gioverebbe ai lavoratori. Le affermazioni di Sbarra e Bombardieri vanno prese sul serio, soppesate e analizzate, al fine di capire se rappresentino la pietra tombale della “vecchia” unità sindacale e come si proiettino nel prossimo futuro, tenuto conto che la CGIL si tiene saggiamente a distanza dalle polemiche e “procede per conto proprio”. Non solo con le manifestazioni di Piazza. Siamo dentro una crisi inspiegabile con vecchie categorie di pre-giudizio politico che non dicono più nulla rispetto al merito dei problemi e a come ciascuna organizzazione sindacale vi si relaziona e li affronta. Prenderne atto è sano realismo, non significa rimanere paralizzati. Se è vero che dal negativo può sempre scaturire qualcosa di positivo, occorre focalizzarsi sul perché CISL e UIL, che nel corso del tempo hanno condiviso accordi separati di rilevante importanza in aspra rottura con la CGIL, oggi si trovano su posizioni opposte. Parleranno i fatti, certo è che le recenti manifestazioni unitarie a tre sembrano un lontano ricordo e una ancor più lontana prospettiva. Comunque lo si voglia definire quello di un salario minimo in linea con l’art. 36 della Costituzione è uno dei più importanti e urgenti problemi, checché ne dicano i supposti esperti che fanno di tutto per ridimensionarne la portata. La quale non è solo economica ma anche sociale, civile e perché no pure morale, se non si vuole (qualcuno lo vuole?) che l’economia diventi un mondo autoreferenziale, a sè stante, dove può succedere, come nei fatti succede, che non vengano rispettati i diritti fondamentali delle persone. Dove sono e chi sono gli innovatori? Cosa vogliono dire innovazione e progresso? Vogliamo rileggerlo attentamente questo benedetto art. 36 della Costituzione? Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a se e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge. Siamo sicuri di aver agito sempre in maniera coerente nel lavoro sindacale? Siamo sicuri di non aver contribuito, direttamente o indirettamente, o anche tramite la rassegnata accettazione della realtà di fatto, alla svalorizzazione del lavoro umano che genericamente chiamiamo precarietà? Non basta dichiararsi contro la pirateria contrattuale, a prescindere da quello che facciamo o non facciamo, firmiamo o non firmiamo noi stessi. Un Sindacato diviso sullo snodo cruciale del salario minimo e della lotta allo sfruttamento del bisogno di lavorare delle persone, che dovrebbe connotare una cultura riformista degna di questo nome, è chiaramente parte del problema. La radice del riformismo, diciamolo una volta per tutte, non è affatto rinunciataria o di accondiscendenza. Da tempo l’unità sindacale non viene più praticata oltre lo stretto necessario della convenienza. Di tanto in tanto si organizzano manifestazioni di facciata, prima delle quali e dopo le quali ogni organizzazione coltiva i propri interessi, anche relazionali ed economici, che non rafforzano affatto il peso della rappresentanza collettiva dei lavoratori. Questa è la cruda realtà. Abbiamo sperperato un patrimonio che ha fatto storia sulla base di motivazioni e ideali che appassionavano e alzavano il livello del confronto a beneficio di tutte le organizzazioni. Oggi non è più così, ma non bisogna rassegnarsi al peggio. Servono nuove regole, aggregazioni e riaggregazioni che favoriscano lo stare insieme dei lavoratori, rafforzando e rivalutando la democrazia sindacale. Si deve votare di più, non solo ciò che conviene, quando conviene. Quanto più in passato ci si iscriveva a questa o quella Confederazione per motivi prevalentemente politici, tanto più oggi ci si iscrive alla categoria e alle persone che la rappresenta, senza nulla togliere al ruolo cruciale di rappresentanza generale delle confederazioni. Ci si iscrive con chi “ascolta” e ispira fiducia. Con le persone che rappresentano concretamente il sindacato agli occhi delle lavoratrici e dei lavoratori. Per come si viene accolti e seguiti. Se non si capisce questa pedagogia sindacale non si entra in sintonia vera, di ragione e “sentimento” con le persone che si rappresentano. Il nuovo va costruito insieme, da soli o in ordine sparso non si va da nessuna parte. Non occorre essere capaci per distruggere. Per costruire e ricostruire, sì. G.G.
Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

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