Non bisogna essere scienziati per capire che il futuro dipende da ciò che facciamo nel presente, e che il presente, nel bene e nel male, è il risultato di ciò si è fatto nel passato.
Il fare, per le imprese, non significa necessariamente programmare, progettare e amministrare per realizzare scopi sociali e di interesse generale come oggi, finalmente, è considerato anche l’ambiente.
Lo sviluppo equilibrato può nascere solo da una volontà largamente condivisa che si nutra di informazione certificata e onesta, confronto senza pregiudizi e mediazione di interessi, tale da generare un’economia di scopo equilibrata ed una equa distribuzione della ricchezza prodotta.
L’importanza della spesa sociale, in relazione al Pil nazionale, in tal senso, è centrale e va considerata spesa produttiva per eccellenza, anche nella parte inevitabilmente destinata all’assistenza delle persone e delle famiglie che ne hanno reale bisogno, presenti in tutti i contesti umani.
È inutile demonizzare il profitto, che dal punto di vista concreto è il motore principale dello sviluppo (nessuno investe al di fuori di questa prospettiva), ma il problema consiste nel come lo si realizza, nella necessità di abbinarlo all’interesse generale, affinché lo sviluppo generi la società inclusiva e coesa, da tutti (?) auspicata.
L’importanza concreta di un reddito minimo necessario per “vivere” riguarda tutti i cittadini.
Quando la Ministra del lavoro Marina Calderone afferma che il vero rimedio alla povertà è il lavoro dice una verità che richiede coerenza e comportamenti conseguenti, per evitare di tramutarla nella solita affermazione di principio, da usare come arma per togliere (il sussidio a chi ne ha bisogno) prima ancora di offrire una alternativa occupazionale concreta a quanti sono realmente occupabili.
In questo caso, se non si rimedia, si tratterebbe (e per il momento si tratta) di abbandonare al loro destino tante persone.
Sia chiaro che, la situazione presente va attribuita ai governi e alle classi dirigenti che hanno lasciato in eredità ciò di cui godiamo o soffriamo, essendo evidente che ci sono sia le cose buone che i problemi.
Si semina in un tempo, si raccoglie in un altro tempo, come insegna madre natura.
Se è giusto distinguere meriti e responsabilità, credo che ora sia necessario chiedersi: cosa sta seminando il governo Meloni per generare futuro operando nel presente?
Chiederselo è importante nei confronti di un governo che sembra destinato a durare l’intera legislatura, con l’intermezzo delle elezioni europee del 2024 e un PNRR da gestire e completare entro il 2026, come previsto.
Nella costruzione sociale è determinante questo aspetto, che diventa secondario nello sviluppo economico di stampo liberista incentrato sul profitto scollegato dal pari interesse per lavoratori, consumatori e fornitori e per la cura dell’ambiente come bene comune.
Esiste o non esiste una emergenza climatica?
Diamo o non diamo valore alla Legge per il ripristino della natura approvata dal Parlamento europeo?
L’Italia può recuperare i suoi ritardi storici dal punto di vista economico e sociale soltanto attraverso uno sviluppo incentrato sul concetto moderno di sostenibilità e quindi anche di un’economia circolare che non intacchi le risorse naturali.
Questa è la filosofia pratica del NextGeneration Eu, che ha destinato all’Italia le risorse maggiori, una occasione straordinaria e irripetibile da non sciupare, che il Pnrr dovrebbe tramutare in realtà tramite investimenti mirati, riforme e misure coerenti.
Lavoro, redditi, carovita, formazione, sanità, scuola, previdenza, sono parte determinante del sociale, rispetto al quale la responsabilità delle grandi imprese e del sistema bancario non sempre si dimostra all’altezza.
Quelle dell’industria alimentare hanno rifiutato di firmare un protocollo di intesa per calmierare i prezzi, il governo ha semplicemente preso atto.
Non si può parlare ogni giorno di responsabilità sociale d’impresa e poi tirarsi indietro quando arriva il momento di collaborare per dare davvero una mano agli italiani, ha detto l’amministratrice delegata di Coop Italia, Maura Latini.
I prodotti delle grandi marche sono aumentati anche quando i prezzi delle materie prime sono scesi.
Dov’è la responsabilità?
Cosa fanno le organizzazioni sindacali all’interno di queste grandi imprese e delle Banche?
Dove sono le organizzazioni dei consumatori di riferimento?
Il governo deve evitare di essere debole e permissivo con i forti, e intransigente con chi ha bisogno.
Gli amministratori delegati di Intesa Sanpaolo e Unicredit si vantano degli utili da record che continuano a performare, trimestre dopo trimestre, ma a carico di chi?
Una parte di questi utili in eccesso non potrebbero essere destinati a scopi sociali?
Impossibile non collegare questi fenomeni a quelli opposti di persone e famiglie ( e talvolta anche piccole imprese) che non ce la fanno, della povertà e del salario minimo.
La facile accusa di massimalismo non regge, quanto regge invece quella nei confronti dei “soggetti” che vogliono tenersi le mani libere perché considerano “lacci e lacciuoli” i diritti (costituzionali) degli altri.
L’Italia non è un Paese senza valori e principi, senza patrimonio morale e civile, senza cultura sociale, senza amore per la libertà e la democrazia.
Anche se dobbiamo ammettere un logoramento generalizzato che ha indebolito i fattori della convivenza civile, il senso del dovere di tutti nei confronti della collettività e delle comunità di cui facciamo parte, senza il quale dilaga l’individualismo.
La base economica, la struttura produttiva, l’intraprendenza imprenditoriale, dicono tanto ma non rappresentano tutto.
Rivendichiamo continuamente e giustamente diritti civili e sociali per tutti, per non trovarci in una società di privilegiati-discriminati, inclusi ed esclusi, ma va rivalutato anche il senso del dovere che, nel nostro Paese (dobbiamo riconoscerlo), non è stato mai forte e generalizzato e negli ultimi tempi si è ulteriormente indebolito.
Anche per effetto della faziosità politica che rappresenta un altro tratto distintivo della mancata educazione al confronto e alla dialettica democratica.
Che bisogno c’è, per esempio, chiederei all’amico Claudio Negro della Fondazione Kulishoff, di attaccare continuamente Landini per perorare una tesi contraria alla sua (e a quella di tanti altri, compresa la mia) sul salario minimo e dunque altrettanto criticabile?
Se tutto diventa mercato, affari e potere, si torna indietro, non si va avanti.
L’Italia non è così, non vuole questo.
L’Europa, nonostante la slealtà di alcuni governi di Paesi ex comunisti che hanno la dittatura nell’anima, è la patria dello stato di diritto e dei diritti.
Con grandissima fatica e contraddizioni, ma è così.
Non per nulla ci sono Stati che aspirano ad entrarci, ma non possono perché non rispettano i nostri standard, riassumibili nell’intangibile rispetto della dignità umana, della libertà e della democrazia, riguardo alle quali chi vuole, anche all’interno del sindacato, può sempre fare un bell’esame di coscienza.
Non è mai troppo tardi.
Ammettere di aver sbagliato e rimediare è una dimostrazione di maturità, non di debolezza.
G.G.
