Caivano e Brandizzo. Degrado sociale e lavoro.
Cause ed effetti. Connessioni e sconnessioni. Cura e incuria.
Quante sono le Caivano d’Italia dove “lo Stato ha fallito”?
Si può “bonificare” solo se si hanno le idee chiare sulle cause da cui scaturiscono gli effetti.
Sulle riforme e il riequilibrio strutturale del Paese, che passa inevitabilmente attraverso un’economia sana che non scoraggia e non umilia il lavoro umano, dei giovani in particolare.
In Italia c’è anche una periferia del lavoro da “bonificare”.
ll sistema produttivo è una filiera inquinata da fatti, comportamenti e prassi che hanno scollegato il bisogno di affidarsi a ditte specializzate per eseguire determinati lavori e servizi, con un sistema di appalti e subappalti che garantisce solo il taglio dei costi, dei diritti e delle tutele.
Salute e Sicurezza dei lavoratori incluse.
Se non si ragiona in termini di filiere i problemi resteranno irrisolti.
Perché si parla della sicurezza dei lavoratori solo in coincidenza di impressionanti “infortuni” o vere e proprie stragi come quella della Stazione ferroviaria di Brandizzo?
Eppure tutto ciò che c’è da sapere sulla scarsa tutela della salute e sicurezza dei lavoratori, sulla formazione che non si fa o si improvvisa, è noto da decenni.
A che serve istituire nuovi tavoli, come se si dovesse iniziare da zero, o scrivere e dichiarare banalità come quelle che si leggono anche su importanti quotidiani e canali televisivi?
Le responsabilità principali, politiche, istituzionali e imprenditoriali, sono chiare.
Non significa che non ce ne siano altre, anche di natura sindacale, anche negli enti e negli organismi bilaterali.
Nord, Sud, “lavoro povero”, riforme che non servono e di cui nessuno avverte il bisogno.
Riforme necessarie che non si fanno.
Disoccupati che cercano e non trovano lavoro, imprese che non trovano lavoratori.
Immigrati che arrivano e giovani italiani che se ne vanno.
Dislivelli economici e sociali.
Quante Italie esistono?
O per meglio dire: quanta ineguaglianza, disparità di trattamento e angoscianti disparità gravano sul nostro Paese?
Eppure lo Stato è uno solo, siamo tutti cittadini e cittadine dello stesso Stato con gli stessi diritti e doveri.
Ma evidentemente non con le stesse opportunità, gli stessi servizi, le stesse tutele sociali e lavorative, nella vita reale. 
O si aggrediscono in modo progettuale, sistematico e coordinato le cause del degrado, dell’emarginazione, dell’esclusione e delle discriminazioni, oppure anche il più nobile degli interventi è destinato a fallire o a dare risultati modesti.
La violenza sulle donne e perfino quella dei branchi contro bambine/ragazzine indifese, degrado, illegalità, aggressività verbale (e anche oltre), volgarità e turpiloquio pubblico, vanno contrastate e sanzionate, in primo luogo con educazione, cultura e coinvolgimento a tutti i livelli.
Per il Presidente della Repubblica i Morti sul lavoro rappresentano un “oltraggio ai valori della convivenza”.
Per Bruno Giordano, magistrato ed ex capo dell’Ispettorato nazionale, si tratta di “uccisi sul lavoro“.
Da “soggetti” che evidentemente non adempiono agli obblighi e non si assumono le proprie responsabilità.
È vero che drammatizzare non è una buona cosa, ma rispetto agli standard civili e culturali, storicamente conquistati, non possiamo non considerare grave il fatto che numerosi territori e zone del nostro Paese e delle nostre città metropolitane siano fuori controllo, semplicemente perché ci siamo abituati, per non dire assuefatti.
Anzi, dobbiamo capire che le violenze di cui si viene a conoscenza sono rappresentative di una realtà più estesa che persiste nell’agghiacciante solitudine delle vittime che le subiscono.
Non basta la polizia o l’esercito.
Dove non arriva la cultura e la convivenza civile, dove non c’è partecipazione e coinvolgimento sociale dei cittadini, non ci sono leggi che tengano, che comunque vanno rispettate e fatte rispettare.
Chi lo deve fare?
Certo, lo Stato attraverso le sue istituzioni.
Ma non scollegato dalla responsabilità individuale e di ogni presenza strutturata che gestisce strumenti di comunicazione e coinvolgimento.
Ognuno di noi è Stato, si può fare Stato e può aiutare lo Stato a tutela di una sana idea della collettività che si prenda cura di tutti.
Si chiama responsabilità, è partecipazione, cittadinanza attiva.
Bisogna smetterla di scagliare i cittadini contro lo Stato attraverso incaute affermazioni.
Dire che a Caivano “si è consumato il fallimento dello Stato, quanto meno si dovrebbe tramutare in “abbiamo fallito”, dal momento che la Presidente del Consiglio lo ha rappresentato politicamente e personalmente per diversi anni e in particolare come giovanissima ministra della gioventù nel quarto governo Berlusconi, dal 2008 al 2011, quando era una ragazza di soli 31 anni.
Miracolata, evidentemente. Altro che underdog.
Ora però non bisogna fare dietrologia ma guardare avanti; lavorare e collaborare senza pregiudizi per costruire futuro attraverso il qui e ora.
Fare cassa sui poveri non è mai una buona cosa, andare oltre l’assistenzialismo è necessario, ma bisogna vedere come.
Il Governo è convinto di aver trovato una formula efficace per favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro.
Un impegno che coinvolge economia e finanza, sanità, scuola e previdenza da cui dipendono la quantità e la qualità dello sviluppo, le risorse da utilizzare e distribuire.
Conteggiare come lavoro qualsiasi lavoretto che non permette minimamente di vivere, significa confondere le idee e aggirare il problema.
Bisogna essere intellettualmente onesti e riconoscere il danno prodotto negli ultimi lustri, a prescindere dalle varie congiunture economiche, ora più, ora meno, favorevoli.
È come se avessimo “rotto” definitivamente con l’idea della piena occupazione e del lavoro buono, optando per un sistema a concorrenza selettiva a danno delle persone, con risultati sconcertanti di cui peraltro continua a occuparsi la procura di Milano, con accuse di caporalato e sfruttamento nei confronti di imprese strutturate con migliaia di dipendenti.
Chi ha fallito in questo caso?
Come si può e deve rimediare, risanare, ricostruire e rigenerare?
Ben vengano le idee, le proposte ascrivibili a una prospettiva di rilancio del lavoro e del suo valore.
L’aumento delle retribuzioni nette, mediante e non solo attraverso il rinnovo dei Contratti di lavoro, unitamente alla istituzione del Salario minimo, è la via maestra; la più “ecologica” delle misure.
Basta con la demagogia al contrario, che fa apparire di impossibili e perfino negative anche le misure dettate da equilibrio e buonsenso.
È la mancanza di queste virtù il problema, non il suo contrario.
Caivano e Brandizzo interrogano tutti e ciascuno, richiedono risposte di autentica convivenza, non del suo oltraggio.
Come ha rimarcato il Presidente Mattarella.
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

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