Viva l’Italia antifascista!
Sentire il bisogno di gridarlo in un tempio mondiale della cultura come il Teatro alla Scala di Milano, fa riflettere.
Il Presidente della Repubblica rappresenta il sentimento esternato dal loggionista Marco Vizzardelli alla “prima” della Scala del 7 dicembre, dopo l’inno di Mameli.
La Presidente del Consiglio, no. Dà anzi copertura e rappresentanza alle posizioni politiche che rifiutano di condannare esplicitamente il fascismo.
Un autentico paradosso, tenuto conto che per governare è necessario giurare fedeltà alla Costituzione antifascista che si vuole cambiare e intanto si agisce come se.
Siamo in una situazione difficile.
In primo luogo per chi vive male di lavoro e con poco lavoro, con stipendi e pensioni inadeguate al costo della vita, con contratti nazionali di categoria scaduti da anni, come quelli della vasta galassia del Terziario che fa capo principalmente a Confcommercio e Federdistribuzione, apertamente schierate contro il salario minimo.
Una posizione che la dice lunga sulle arretratezze del nostro Paese, dietro facciate scintillanti di ambigua modernità e cinica ipocrisia.
Tra il governo e queste controparti c’è poco da scegliere; dal loro comune sentire scaturisce l’impossibilità, allo stato, di affrontare seriamente il problema della precarietà che affligge tantissime donne e moltissimi giovani.
Non rimane che la mobilitazione sindacale. Cosa non facile ma necessaria.
Necessaria e di cui tutte le organizzazioni sindacali degne di questo nome e in primo luogo CGIL CISL UIL dovrebbero rendersi conto, unendo le forze anziché agire in ordine sparso e perfino da avversarie.
Fa riflettere da questo punto di vista la recente LETTERA APERTA ALLA SEGRETERIA CONFEDERALE CISL da parte del suo ex Segretario Generale, Savino Pezzotta, per conto dell’associazione Prendere Parola.
Spero venga presa in seria considerazione dal mondo sindacale nel suo complesso.
I sindacalisti di alto livello, benché appartenenti a una organizzazione, riescono a parlare a tutti, anche meglio quando sono fuori dalla mischia. Savino Pezzotta è uno di questi.
Carico di anni e di esperienza, giovane di sentimento. La situazione politica generale già difficile può complicarsi e diventare rischiosa se lo spirito dello scontro prevale sulle ragioni dell’incontro, anche nel sindacato.
E se, anziché seminare fiducia, prevale la sfiducia nel futuro, come quella che spinge decine di migliaia di giovani, ogni anno, a lasciare l’Italia.
Non stiamo parlando del diritto (umano) di emigrare, stiamo mettendo in evidenza il diritto negato di rimanere “a casa propria”.
Finiamola con i luoghi comuni, nessuno, tranne poche eccezioni, emigra volentieri.
Ci si arriva quando non s’intravede un futuro nel proprio Paese.
E se ora siamo costretti ad offrire incentivi fiscali per incoraggiare il rientro dei cervelli, vuol dire che servono misure, riforme e progetti simili a quello che doveva essere (e speriamo lo sia ancora, benché i timori del contrario aumentano col passare del tempo) il tanto discusso e ridiscusso PNRR.
A che serve l’arrivo della “quarta rata” se finora si è speso meno del 10% dei soldi disponibili e non sempre bene?
Viviamo nell’incertezza del futuro, non solo per i traumi esterni derivanti dalle guerre e dalle cause che le rendono drammaticamente attuali, ma anche per problemi storici interni che riemergono e inquietano.
Da un lato l’Italia unitaria incentrata sulla Costituzione rappresentata da Mattarella; dall’altro quella divisiva e scontrosa di Meloni che si propone di svuotare la democrazia parlamentare della nostra Repubblica.
Si rischia di andare in controtendenza rispetto al riequilibrio di cui il Paese ha bisogno.
Tra Lui e Lei c’è una generazione abbondante di differenza, ma le idee e la cultura politico istituzionale, nonché lo stile e la postura pubblica, non si misurano all’anagrafe.
Così come non è scontato che una donna in posizione di “comando” rappresenti e difenda meglio di un uomo i diritti delle donne, in primo luogo quello alla libertà: frutto maturo di educazione al rispetto e alla pari dignità, di conquiste storiche che rischiano di andare in crisi se viene meno lo sviluppo coerente delle stesse nella scuola, in economia e nel lavoro, a livello normativo, civile e culturale.
Nelle stesse ore in cui il governo Meloni affossava il salario minimo -assieme alla speranza di una vita più dignitosa per milioni di lavoratrici e lavoratori e rispettive famiglie, spesso con figli minorenni a carico-, Sergio Mattarella lanciava un monito contro il lavoro povero che calpesta la dignità di tante persone.
Dignità. Una delle tante parole inflazionate e svuotate di significato sostanziale, da rivalutate con urgenza con il lavoro e nel lavoro, anche attraverso forme di partecipazione e democrazia economica, senza le quali i diritti delle persone rimangono sulla carta e gli squilibri di ogni genere aumentano.
Le donne che si dimettono in misura crescente, subito dopo la maternità, per mancanza di servizi e di asili nido, ribadiscono che senza incidere sulle cause strutturali nessun riequilibrio economico e sociale sarà possibile.
Altro che autonomia differenziata e “lezioncine” saltuarie nelle scuole.
I giornali? La televisione? La “rete”. Lo sport? Gli stadi? Il mondo del lavoro? I partiti e le organizzazioni sindacali?
In tutti questi ambiti si fa educazione o si produce il contrario con linguaggi, gesti, toni e comportamenti che diventano modelli, stili e metodi da imitare.
Nel suo ultimo discorso pubblico, parlando del lavoro e del suo valore (anche educativo) Mattarella ha elencato i mali “oscuri” dell’economia italiana, a fronte dei rimedi chiarissimi indicati dalla Costituzione, riassumibili nella centralità della persona, diametralmente opposta alla pirateria imprenditoriale che inquina il sistema produttivo del Paese.
Questo è il suo vero nome, pirateria imprenditoriale. dalla quale discende la pratica dei contratti a misura di “profitto illecito” incompatibile con l’art. 36 della Costituzione e purtuttavia tollerato se non addirittura stimolato.
Imprese e imprenditori degni della loro propria funzione non meritano di essere associati agli avventurieri che alimentano corruzione (appalti), lavoro nero e irregolare, evasione fiscale e contributiva, abusi e soprusi nei confronti dei giovani e delle donne in particolare tramite il ricatto economico e finanche occupazionale.
Di questo sono vittime milioni di lavoratrici e lavoratori miseramente retribuiti e sfruttati.
Imperdonabile abbandonarli affossando il salario minimo, come ha fatto il governo e ogni organizzazione imprenditoriale/professionale che gliel’ha chiesto e/o l’ha seguito con la messinscena del CNEL.
In assenza del quale se ne avvantaggiano “imprenditori” e manager spregiudicati che mettono nelle proprie tasche soldi sottratti ai loro dipendenti. Grazie anche alle grandi imprese e alle istituzioni pubbliche che assegnano gli appalti con il criterio del massimo ribasso.
Una realtà ancor più inaccettabile, alla luce dell’inflazione a due cifre degli ultimi due anni, di fronte alla quale abbiamo un governo che non vuole “disturbare le imprese”.
Di quali imprese e imprenditori si tratti, sono piene le cronache.
Non c’è civiltà del lavoro, afferma Mattarella, senza la dignità delle lavoratrici e dei lavoratori.
Lo fa mettendo in fila i grandi mali strutturali e strutturati dell’Italia, che non cambiano a seconda che questa si definisca Paese, Nazione, Stato o Patria, attribuendo a queste “entità” un significato che metta in subordine la vita delle persone.
Inoccupazione totale o parziale, bassi salari, precarietà, caporalato, ritardi nell’ingresso dei giovani e delle donne nel mercato del lavoro, squilibri di salario a parità d’impiego, di genere e per età.
Una realtà non certo creata da questo governo ma anche con il contributo notevole delle forze politiche che ne fanno parte e hanno governato a lungo in passato.
Compresa la stessa Meloni, che, senza alcun merito, in giovanissima età, è stata “ministra per la gioventù” con Berlusconi dal 2008 al 2011, dopo essere stata per 3 anni vicepresidente della Camera per volontà di uomini di potere di quel tempo.
È sempre stata favorita, ha sempre vissuto di pane e politica, questa è la verità.
Oggi ha l’occasione storica di rigenerarsi contribuendo a liberare definitivamente l’Italia dalla cultura tossica del fascismo e del razzismo dei giorni nostri, che sempre riemerge in ogni dove c’è arroganza del potere e sopraffazione.
Se lo farà, come non sta facendo, saremo tutti contenti.
Se non lo farà perderà due volte: come Presidente del Consiglio e come Donna.
Anzi tre, perché vendere l’anima al leghismo di Salvini significa tradire l’Italia.
Intanto stiamo con l’Italia di Mattarella e della Costituzione che ai suoi albori e nel suo spirito intravide l’umanesimo per il quale vale la pena continuare a sperare e lottare.
G.G.
