Riforme. Riformismo. Partecipazione. Cultura e strategia sindacale.
Che fine ha fatto il sindacato dei cittadini?
La UIL è ancora un Sindacato riformista?
Tanti se lo chiedono e faticano a rispondere di si.
C’è chi risponde seccamente, no.
Perché va a braccetto con la CGIL e non più di comune accordo con la CISL?
Questo “problema” esiste, ma credo sia conseguenza di qualcosa di più importante che sta a monte e riguarda la difficoltà di farsi individuare come “terza via” credibile in termini di cultura sindacale elaborata e praticata, matrice di un moderno riformismo progressista che non è certamente quello che ha sostenuto di fatto modelli di sviluppo intrinsecamente carichi di iniquità sociali che passano anche attraverso un metodo ormai superato di contrattare.
Se il mercato la fa da padrone e l’unica cosa che conta è la competitività da raggiungere a qualunque costo e ogni mezzo, il resto è conseguente.
Manca la misura, manca equilibrio.
Quelli che “ragionano” per schemi ritengono che la UIL stia andando a traino della CGIL, anche se non pochi suoi dirigenti di punta, vecchi di testa, osano affermare il contrario, contro ogni evidenza, sbagliando due volte.
Stupido e deleterio patriottismo di organizzazione; scarsa visione ed elaborazione strategica che punta ad apparire tramite gli slogan e le dichiarazioni ad effetto piuttosto che al lavoro di fondo nei luoghi di lavoro e nei territori, nella contrattazione, nella formazione e autoformazione di alto livello di quadri e dirigenti in grado di trasmetterla e farla diventare pratica sindacale.
La credibilità non si conquista solo attraverso ciò che si rivendica al governo alla vigilia di ogni legge di bilancio, ma anche e soprattutto nel rapporto diretto con le controparti che spesso si comportano peggio del governo di cui sono pure azionisti di riferimento in chiaroscuro.
Parlo più facilmente della UIL che, per ovvie ragioni, conosco meglio, ma le mie valutazioni riguardano il sindacato nel suo insieme.
Perché a fronte di piattaforme unitarie poi ciascuna organizzazione procede per conto proprio?
Non è anche un problema di regole che si chiedono agli altri ma non si applicano in casa propria, cioè di democrazia sindacale?
Alla lunga una organizzazione sindacale viene riconosciuta e apprezzata non tanto per le richieste che avanza al governo, cosa che tutti sanno fare, ma per come le argomenta e sostiene in continuità con quanto pratica all’interno dei luoghi di lavoro e nel territorio.
Il fare principale del sindacato è quello della contrattazione, dove si riscontrano le principali difficoltà.
In buona parte per effetto di una perdita di spinta ideale e di formazione corposa dei gruppi dirigenti che non sanno connettersi con il modello di sviluppo socialmente sostenibile.
Un modello che implica coerenza dal basso verso l’alto e viceversa e soprattutto una concezione del lavoro come filiera che unifica o discrimina i lavoratori a seconda delle scelte che si fanno.
Da che mondo è mondo i lavoratori hanno sempre dovuto lottare duramente per migliorare le loro condizioni di vita e di lavoro.
Il conflitto di scopo è fisiologico, per la democrazia e in democrazia.
Ci fu un tempo in cui c’era un solo sindacato dei lavoratori “naturalmente unitario” e si chiamava CGIL, nato per sviluppo “logico” delle gloriose società di mutuo soccorso che, nella fase più matura della loro vita, avevano iniziato a sperimentare la resistenza contro le ingiustizie sociali.
Solo dopo la caduta del fascismo e per effetto della contrapposizione politico ideologica tra il blocco comunista egemonizzato dalla Russia e le democrazie occidentali alleate degli Stati uniti, nel 1950, il sindacato dei lavoratori si è suddiviso nelle attuali CGIL CISL UIL e successivamente in numerose, troppe organizzazioni che spesso (ma non sempre) hanno favorito e continuano a favorire la concorrenza al ribasso a danno dei lavoratori.
I lavoratori, quindi, hanno sempre subito le divisioni calate dall’alto.
Da allora il problema dell’unità sindacale è sempre stato all’ordine del giorno, sia dal punto di vista politico che dell’azione pratica, come si evince dagli ultimi scioperi generali proclamati da CGIL e UIL, senza e con il disaccordo della CISL, di cui preferisco ricordare il bel Manifesto del lavoro, che rende ancor meno comprensibile la disunità delle 3 confederazioni nel momento storico e politico in cui è necessario unire le forze per lo stesso scopo.
Il sindacato italiano, nel suo insieme, ha una visione di futuro che non sia riducibile a una sommatoria di rivendicazioni dal costo “incalcolabile”?
Con chi pensa di realizzare i suoi obiettivi, tenuto conto che in democrazia nessuno è autosufficiente e tutti hanno bisogno di allearsi con “altri” per realizzarli?
Che cosa si ha in testa, quando si parla di salario minimo, per via contrattuale e/o legislativa?
La differenza tra confederazioni riguarda solo il modo o anche il quantum dei 9 euro?
Per decenni il triunvirato sindacale ha avversato la via legislativa al salario minimo per timore che questa mettesse in discussione la sua “autorità salariale”, che suona perfino beffarda in un paese con le retribuzioni tra le più basse in Europa del mondo industrializzato (Ocse ), con numerosi CCNL a firma unitaria al di sotto del 9 euro l’ora.
Si dice, giustamente, che il sindacato dev’essere libero e indipendente e che la sua autonomia dalla politica va confermata.
Certo, ma non va tirata in ballo in maniera scorretta come fanno quelli che in ogni convergenza o divergenza con questo o quel partito, questo o quel governo, ci vedono la sua rinuncia.
Esso ha bisogno di unità al suo interno, alleanze e convergenze virtuose basate sul rispetto reciproco dei ruoli, confronto corretto e costruttivo con tutti i governi e tutte le istituzioni che presiedono la politica economica e sociale, l’erogazione dei servizi e delle prestazioni a lavoratori pensionati e cittadini.
Non unire le forze per rappresentare più efficacemente i lavoratori è colpa grave da suddividere non so come. Di certo non si può sostenere che dipenda solo da fattori esterni e che non vi siano responsabilità di ciascuna organizzazione e delle rispettive leadership.
Di fronte a un governo prigioniero della logica amico-nemico, il rischio è di caderci dentro anche noi con prospettive negative “inimmaginabili”.
Chi vince le elezioni ha il dovere di governare nel rispetto della Costituzione.
Non acquisisce il diritto di comandare e meno ancora quello di alterare i pilastri della democrazia parlamentare sui quali si fonda la Repubblica italiana.
Non si può far finta di non vedere che si stia tentando di farlo.
Con il solito trucco della supposta e chimerica democrazia diretta che usa la parola “popolo” a sproposito, al solo scopo di dare eccessivo potere a una sola persona che decida e giudichi ciò che è buono e ciò che è cattivo, ciò che è reale e realistico e ciò che è ideologico.
La mistificazione della carne coltivata che diventa carne sintetica, deve far riflettere.
Insomma, autonomia non significa afasia, sospensione del giudizio permanente, come se le leggi e le misure adottate non avessero impatto sulla vita delle lavoratrici e dei lavoratori.
In democrazia il conflitto è fisiologico.
Lo spirito delle riforme e del riformismo è già incorporato nella Costituzione. Ma dev’essere un riformismo corposo come quello che s’intravide nel Sindacato dei Cittadini promosso dalla UIL di Giorgio Benvenuto negli anni 80.
Un modo di pensare in grande e strategico che in questo secolo, nel nostro tempo di cambiamenti epocali, significa impegno eticamente responsabile per un modello di sviluppo socialmente sostenibile.
A partire dall’equità fiscale, che implica la lotta all’evasione da concepire come questione democratica, di convivenza civile e di giustizia sociale di primaria grandezza.
Non è quindi nostalgia romantica per il tempo che fu.
Indietro non si torna, bisogna sempre guardare avanti e infondere speranza.
È volontà di non disperdere quel grande patrimonio culturale e ideale senza il quale l’Italia resterà impantanata nel suo provincialismo politico e sindacale di corto respiro strategico.
Come dice Papa Francesco, al quale auguriamo lunga vita, il futuro dipende dal presente che si sceglie.
Nessuno ci può rubare la speranza.
G.G.
