Nel dolore profondo provocato dall’inaudita violenza sulla figlia Giulia, un padre che reagisce in maniera composta, umanamente e moralmente all’altezza di un simile dramma, fa riflettere.
Ammonisce e tiene a bada chi avrebbe voglia di scatenare reazioni scomposte anziché agire razionalmente sulle cause che favoriscono la violenza contro donne. Per impedire la quale è necessario unirsi, anziché buttarla in politica e specularci sopra.
Cosa sarebbe successo in Italia se al posto del Signor Gino ci fosse stato un papà con la testa simile a quella di qualche ministro della nostra Repubblica?
Se al posto di Filippo Turetta ci fosse stato un immigrato di pelle nera e magari di religione musulmana?
La sorella di Giulia, Elena Cecchettin, ha già detto che serve una rivoluzione culturale, ma credo che la vera lezione la stia dando e la darà, me lo auguro vivamente, il papà Gino.
Entrambi accomunati dalla perdita irreparabile della figlia/sorella, impegnati a tramutare il dolore profondo in progetto di rinascita della convivenza civile incentrato sul rispetto della libertà autentica della persona, sull’uguaglianza e pari dignità a tutti i livelli e specificamente tra uomo e donna.
Serve davvero una rivoluzione per estirpare le cause della violenza contro le donne come dice Elena e con lei il movimento femminista sostenuto da non pochi uomini?
Violenza e sopraffazione sono sempre riconducibili al patriarcato?
Difficile rispondere in maniera non banale e retorica.
Si dice: bisogna ripartire da ciò che unisce. Va bene.
Ma bisogna agire sulle cause che la favoriscono, in famiglia, a scuola e nel lavoro, in politica e nelle istituzioni, nell’arte, nella cultura e nello spettacolo, altrimenti sarà impossibile andare oltre il solito “rumore”, che il sistema consolidato sa come assorbire e razionalizzare senza nulla cambiare.
Basta pronunciare la parola educazione per comprendere che, nel breve, sarà più facile scontrarsi che incontrarsi.
Su cosa, in primo luogo?
Sul principio chiave della libertà.
Sulla quale fioriscono gli inganni, le ambivalenze e le ambiguità, l’incontro e lo scontro tra individualismo e collettività, a seconda di come la si intende e pratica nelle relazioni interpersonali, sociali e istituzionali.
Un principio che rimane lettera morta se non viene supportato dalla libertà dal bisogno attraverso il lavoro dignitoso, senza il quale le donne patiscono doppiamente.
Educare e rieducare alla libertà di tutti e di ciascuno è un’impresa non facile, la si chiami rivoluzione se si preferisce, di certo non servono palliativi come le ore dedicate a scuola che scambiano l’educazione con il disagio dei più fragili.
L’educazione, la formazione alla cittadinanza e alla convivenza civile e al rispetto reciproco costituiscono qualcosa di più profondo e unitario che investe pienamente anche il lavoro, dove molte imprese riducono il tutto all’apprendimento veloce e immediatamente spendibile delle mansioni per le quali si assumono le persone.
Un’educazione scollegata da ciò che il lavoro rappresenta, così come lo concepisce la nostra Costituzione.
“Nostra” di chi, se qualcuno si propone di modificarla proprio nel senso dell’orientamento culturale che si contesta e ha iniziato ad operare nelle istituzioni come se già fosse realtà?
Tutti i femminicidi sono crimini contro l’umanità.
Quello di Giulia Cecchettin rappresenta l’occasione per una svolta, alla condizione che all’enorme emozione suscitata corrisponda una risposta razionale di pari livello.
Le figure chiave di questa auspicabile spinta proveniente dal basso, a mio parere, sono quella del padre e della sorella di Giulia.
Emblema di un incontro ideale e intergenerazionale tra un uomo e una donna uniti nel dolore e nella volontà di mettersi al servizio di una causa buona e giusta.
Non lasciamoli soli.
Da questa tragedia famigliare può scaturire una spinta innovativa proveniente dal basso, a partire dalla straordinaria risposta umana, civile e morale del Signor Gino anche nei confronti della famiglia Turetta e dello stesso Filippo, autore di questo orribile delitto.
Vedremo quali reazioni ci saranno dopo le numerose manifestazioni coincidenti con la Giornata Internazionale per l’Eliminazione della violenza contro le donne e dopo il secondo sciopero generale del 24 novembre.
L’Adesso Basta! di CGIL-UIL contro la manovra finanziaria 2024 si abbina e integra perfettamente alla precitata lotta alla violenza contro le donne, la quale prosegue con drammatica regolarità in parallelo con i morti sul lavoro.
Un’altra giovanissima lavoratrice di 26 anni, Anila Grishaj morta stritolata da un macchinario come la povera Luana d’Orazio, quasi nell’indifferenza e assuefazione generale.
Un altro “errore umano”…
È esagerato sostenere che, finora, non si è fatto nulla di innovativo per contrastare i morti sul lavoro?
Che c’è parentela tra i due fenomeni?
Fino a quando non si agisce sulle cause strutturali, di sistema, le cose non cambieranno in meglio, la realtà è sotto gli occhi di tutti.
Cause culturali, economiche e normative che, nell’insieme, producono squilibri relazionali, culto della supremazia e del possesso, devastanti nei soggetti psicologicamente più fragili.
Bisogna spiegare bene, meglio, cosa si intende per patriarcato e perché non serve a niente avere una presidente del consiglio donna che agisce come un uomo di vecchio stampo.
È inutile improvvisarsi esperti e dare risposte perentorie, a dir poco inopportune.
Occorre chiedersi che cosa, ciascuno di noi, può fare, unitamente a cosa la politica, le istituzioni preposte e tutte le organizzazioni che si riconoscono nei valori della Costituzione possono e devono fare per conseguire una reale parità di genere.
Non si cambia dall’oggi al domani, ma questo non significa che non si possa agire fin da subito in maniera coerente.
La storia insegna che le conquiste di “civiltà” sono trasversali e coinvolgenti ma iniziano sempre da una parte e da poche persone, prima di diventare patrimonio comune.
Integrare i diritti sociali e civili e farli progredire in parallelo: in famiglia, nella scuola e nel lavoro.
Cosa può fare il Sindacato? Cosa la UIL?
In primo luogo evitare risposte banali e scontate.
Chiedersi piuttosto se si hanno le carte in regole da tutti i punti di vista, a cosa servono e cosa producono le varie commissioni pari opportunità, se incidono o non incidono nella contrattazione, se tutelano adeguatamente le donne e quelle giovanissime in particolare.
Meno paternalismo, a proposito di patriarcato, più rispetto non di facciata e meno giovanilismo per interposta persona che produce solo sudditanza psicologica anziché incoraggiamento ad assumersi le proprie responsabilità.
Nel sindacato c’è una malattia diffusa e consolidata che confonde il discutere cosa fare, con il fare concreto che, o si manifesta nella contrattazione e nell’organizzazione del lavoro, o non esiste.
I contratti che non si rinnovano, non solo nazionali, rappresentano il deprimente riscontro.
A Giulia Cecchettin, a tutte donne vittime di femminicidio, a tutte quelle che subiscono violenza psicologica e ricatto economico, nel rapporto di coppia e nel lavoro, a tutte le donne di tutte le età, noi uomini dobbiamo risposte chiare e oneste.
Risposte normative, politiche e culturali, in grado di attraversare e influenzare la famiglia, la scuola e il lavoro.
L’educazione vera che include i vari aspetti della convivenza, in ogni luogo e occasione.
Ci sono fatti di cronaca che vanno al di là delle implicazioni meramente giudiziarie.
Tragedie che toccano l’anima, il cuore, il sistema di convivenza nel quale tutti siamo immersi.
Sistema perfettamente imperfetto nel sancire squilibri di potere che nessuna norma può correggere se non viene preceduta e accompagnata da una vera presa di coscienza che diventi progetto di cambiamento.
Il femminicidio di Giulia Cecchettin farà storia, deve produrre storia se è vero che è diventata figlia, sorella e nipote di noi.
Su cosa vale la pena unire le forze e vivere positivamente le differenze se non sul terreno della lotta alla violenza contro le donne?
G.G.
