Che anno sarà il 2024?
Regna l’incertezza, la speranza più grande è che porti la pace. Il timore corrispondente è che sulla scena mondiale si rafforzino le forze politiche e i regimi che osteggiano le società aperte, democratiche e pluraliste.
La pace con giustizia e lo sviluppo inclusivo sono le chiavi di volta del vero cambiamento che il tragico fanatismo di Hamas, al quale ha fatto seguito la smisurata reazione militare del governo Netanyahu, ha allontanato.
Come e con chi si schiererà l’Italia a livello europeo e internazionale nei prossimi anni?
Su cosa litiga confusamente all’interno dell’Unione?
Lo sviluppo sostenibile che crea benessere diffuso, territorialmente equilibrato e socialmente equo, è un obiettivo tanto lontano quanto necessario, ma occorre crederci e impegnarsi di conseguenza.
Non è facile né a portata di mano, ma questo è il vero cambiamento di cui oggi ha bisogno un Paese strutturalmente squilibrato come l’Italia.
Un percorso che richiede corposi investimenti e incentivi finalizzati, ma in primo luogo visione e strategia rispetto agli obiettivi da perseguire, primo fra tutti la messa in sicurezza del Paese e della sua democrazia.
Obiettivo da condividere anche in relazione all’impatto invasivo dello sviluppo tecnologico nel lavoro e nella vita delle persone che, a mio parere, richiede la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, una tutela maggiore delle lavoratrici e dei lavoratori part time.
È del tutto inutile creare agenzie per il lavoro, se mancano i presupposti per lo sviluppo dell’occupazione, che solo gli investimenti pubblici, dai quali scaturiscono anche quelli privati, possono creare.
Per il bene comune certe cose vanno fatte insieme, perfino in collaborazione tra destra e sinistra.
Civiltà questo significa.
Utopia?
Oggi, si, ma per effetto del regresso politico culturale degli ultimi decenni che ha valorizzato il peggio della cosiddetta “società civile” e prodotto politici di basso livello che azzerano lo spazio del dialogo e del confronto di vitale importanza per la democrazia.
La contrapposizione sempre e su tutto genera disastri.
Occorre tempo perché si affermi un nuovo modello di sviluppo, ma siamo già in ritardo e rimanere fermi equivale ad aggravare i problemi esistenti.
Pesa il contesto internazionale, ma buona parte di questi problemi li abbiamo creati “noi” e a noi stessi spetta il compito di affrontarli e risolverli.
A cominciare dal debito pubblico e dall’evasione fiscale, politicamente protetta e socialmente tollerata, causa ed effetto di illegalità diffusa e fenomeni connessi.
Questa è la situazione nella quale ci troviamo e di fronte alla quale, per calcoli politici, si preferisce smontare quello che hanno fatto i precedenti governi piuttosto che privilegiare i bisogni concreti dei cittadini, siano essi lavoratori o pensionati, studenti, donne, giovani e bambini che, più di altri, subiscono la carenza di lavoro e servizi sociali, di reddito disponibile e di pari opportunità.
Demonizzare il reddito di cittadinanza che, al pari del salario minimo, esiste nella stragrande maggioranza dei paesi europei, significa sbagliare due volte.
A cosa serve chiamare Assegno di inclusione (Adi) l’aiuto destinato alle persone/famiglie più povere, se lo si fa tagliando quasi 2 miliardi di euro da questa voce ed escludendo dai beneficiari centinaia di migliaia di persone?
Stipendi e pensioni sono in costante sofferenza rispetto al carovita.
Davvero non ci sono i soldi per fare gli investimenti e distribuire più equamente la ricchezza?
Ce lo ripetono fino alla nausea, ma in realtà è una gigantesca menzogna.
I soldi bisogna saperli e volerli prendere nel modo giusto al momento giusto dove ci sono, per fare cose utili e sensate.
Non a scapito dello sviluppo, ma per meglio orientarlo, affinché il profitto sia collegato alla sostenibilità ambientale e sociale.
Fino a quando la finanza privata la farà da padrona e punterà a fare soldi con i soldi a prescindere da tutto, la coesione sociale resterà una pia illusione.
Riforme, riformismo e riformisti. Ma cosa vuol dire concretamente?
Se si asseconda la tendenza a realizzare profitti scollegati dal valore aggiunto e primario della sostenibilità, nessun riequilibrio strutturale sarà mai possibile.
La stessa Meloni aveva definito ingiusti gli extraprofitti che le banche hanno lucrato sulle spalle dei risparmiatori tramite la mera differenza dei tassi attivi e passivi.
Un vero peccato che abbia fatto marcia indietro.
Sono le stesse banche che continuano a ridurre gli organici confermando ancora una volta il rapporto problematico tra tecnologia e occupazione nonché la necessità di governarlo sindacalmente tramite la contrattazione vera, non all’acqua di rose.
Siamo arrivati al dunque.
O si domina la speculazione finanziaria, o questa detta le sue condizioni ai governi e in particolare ai Paesi più indebitati come il nostro.
Crescita economica e qualità dello sviluppo non sono la stessa cosa.
Questo si riscontra nel lavoro, nella sicurezza sociale e negli investimenti che la promuovono.
La crescita senza bussola è un dato quantitativo che distribuisce in maniere difforme il benessere e la ricchezza, ma non genera riequilibrio strutturale.
Che cos’è una riforma se non tende a questo risultato, sia pure gradualmente?
Purtroppo siamo di fronte a “politici di professione” che giocano con le parole a seconda dell’obiettivo che si prefiggono o dell’avversario da colpire, come quando la Presidente del Consiglio, da un lato sostiene che lo Stato deve farsi rispettare (e chi ha mai detto il contrario?), e dall’altro dice che gli evasori fiscali sono vittime del pizzo di Stato.
Ne viene fuori un governo che adotta due pesi e due misure, a seconda del ceto sociale che si trova di fronte, sempre a danno degli ultimi.
Dei migranti in particolare, ai quali il governo riserva “misure speciali” e per i quali i soldi li trova: ma per recluderli anche al di fuori dei confini nazionali senza che abbiano commesso alcun reato, in chiara violazione dei diritti umani.
L’Europa è d’accordo?
Non credo proprio, e se anche fosse, per cinica “realpolitik” preelettorale, sarebbe ugualmente grave.
In verità a queste persone, donne e giovani/bambini in primo luogo, vittime incolpevoli di una tragedia epocale infinita, un giorno dovremo chiedere scusa e perdono, per la miseria umana dimostrata nei loro confronti.
Insomma, domina l’incertezza sul futuro.
La pace non s’intravede. L’industria degli armamenti prospera.
Oggi più che mai c’è bisogno di coraggio, sia in Italia che in Europa.
Destra e sinistra, conservatori e progressisti, non sono riferimenti superati e neanche prevedibilmente superabili, ma vanno vissuti in maniera diversa e più collaborativa, altrimenti trionfa il gioco al massacro che di nobile e umano ha poco.
Il Patto di stabilità appena rinnovato in Europa è da considerare un compromesso inevitabile, era impossibile fare a meno di regole e vincoli comuni.
Adesso occorre andare oltre, nel più breve tempo possibile.
Le elezioni del 9 giugno saranno un banco di prova, come quelle che, a novembre del 2024, decideranno chi sarà il Presidente degli Stati Uniti d’America.
Inutile parlare di quelle che si svolgeranno in Russia dove Putin annienta e imprigiona in maniera spietata i suoi avversari, primo fra tutti Aleksej Navalny.
Ciò nonostante sperare si può e si deve.
L’Unione europea ha i suoi problemi, ma è il mondo politico e finanziario che conta ad avere la grave responsabilità di alimentare la folle corsa al riarmo che contraddice la pace.
È un discorso più grande di noi, che vale sempre la pena di affrontare dal punto di vista delle nostre conquiste storiche, tra le quali c’è il ripudio della guerra previsto dall’art. 11 della Costituzione.
Problemi di valenza politica planetaria sui quali possiamo fare individualmente poco, che però diventa tanto se concepito all’interno di movimenti che contribuiscono a fare la storia, educare alla pace, al rispetto e alla convivenza.
Il Sindacato dei lavoratori è uno di questi, quando va oltre l’essere sigla, colore o bandiera con illusioni identitarie.
Insieme si deve stare, uniti e unitariamente, ciascuno con la propria storia e la propria cultura, ma con gli stessi obiettivi.
Vale per tutti, vale sempre: da soli non si va da nessuna parte.
Buon 2024 a tutti.
Che sia l’anno della Pace
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

Giovanni Gazzo

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