Altro che sovranismi e “piccole patrie”.
Più l’Europa sarà forte e unita, anche militarmente, più sicuri saremo noi.
Perché ciò si verifichi, bisogna che lo sia al servizio della pace, pur nell’insanabile contraddizione del rilancio dell’industria degli armamenti, strategicamente inevitabile nell’attuale contesto geopolitico.
La pace non cade dal cielo.
Per altro quando ne parliamo ci riferiamo alle guerre che più ci coinvolgono, anche emotivamente, ma la vera pace dovrebbe essere mondiale.
Invece ci troviamo di fronte a gravi minacce di segno opposto per fronteggiare le quali non servono slogan e affermazioni di principio che non fanno una grinza ma non incidono minimamente sulla realtà presente.
Il disarmo condiviso e bilanciato è stato un’occasione storica sciupata da ricostruire faticosamente, oggi la pace può scaturire solo da un equilibrio “armato”, dal quale emerga la dissuasione a usare la forza, non già il premio a chi l’ha usata per aggredire e invadere.
Altrimenti si mettono a repentaglio le nostre storiche conquiste: libertà e democrazia, diritti civili e sociali.
Si tenga presente che l’aggressività militare e illegale della Russia nei confronti dell’Ucraina si estende all’intero occidente che sostiene la sua resistenza, considerato nemico e bersaglio delle sue reiterate minacce nucleari.
Si gioca col fuoco.
L’Europa può e deve fare la sua parte, Putin non aspetta altro che alle elezioni europee vinca la destra euroscettica disposta ad allearsi anche con razzisti e fascisti di ogni risma pur di interrompere il processo che si prefigge di realizzare l’unità politica degli europei, accomunati dagli stessi interessi materiali e dagli stessi ideali di pace e libertà.
Tutti auspichiamo una svolta che produca quanto meno una tregua, ma se non arriva vuol dire che non c’è accordo, e che sottostare alle minacce è impossibile oltre che inaccettabile.
Anche il Papa dice che non c’è pace senza giustizia.
La dimensione politica, economica e sociale europea è decisiva e ancor più lo sarà nel futuro prossimo, per ogni Stato e popolo che ne fa parte, a prescindere dalla connotazione politica dei singoli governi.
Alla condizione che questi siano leali e coerenti rispetto ai principi costitutivi sui quali si fonda l’Unione Europea.
Chi sostiene il contrario agisce solo in funzione di interessi politici e scopi regressivi, come nel caso dell’estrema destra, chiaramente fascista, che diverse forze politiche borderline, anche italiane, vorrebbero sdoganare per fare maggioranza a danno del faticoso processo di integrazione e unità politica di cui c’è veramente bisogno.
Una democrazia senza principi e poteri bilanciati non è più una democrazia sostanziale ma puramente formale, che genera potere tossico.
Quello che permette di violare impunemente lo stato di diritto e i diritti dei cittadini, come è successo a Ilaria Salis trascinata in catene nell’aula di un tribunale ungherese, simbolo di una prepotenza di Stato d’altri tempi che caratterizza il governo di quel Paese.
Se a questo aggiungiamo le spregiudicate minacce militari della Russia di Putin, che accampa la pretesa di regolare i conti con una Ucraina abbandonata al suo destino, si capisce che la campana della storia suona per l’unità politica dell’Europa.
L’Unione è importante e sarà decisiva per tutti, in modo specifico per i giovani che bussano alla porta del loro futuro.
Essi reagiscono nei modi più disparati se la trovano chiusa all’interno del proprio Paese, oppure aperta a un destino misero di lavoro e di vita, con governi ipocriti che scaricano sulla UE le loro responsabilità, come avviene in Italia.
Dove abbiamo la prova provata di un modello di sviluppo economico incentrato su un abnorme numero di persone che lavorano poco e guadagnano pochissimo, ai quali non si offre una prospettiva diversa.
L’Europa c’entra ben poco, c’entra, eccome, l’ignavia dei governi e della parte più retriva del sistema delle imprese nei loro confronto.
Chi può lascia l’Italia, chi non può si rassegna o si ribella, si arrangia e/o smette di partecipare e credere al miglioramento della propria condizione di lavoro e di vita.
Una situazione che riguarda i gruppi dirigenti e primo luogo chi ci rappresenta nelle istituzioni e nei contesti dove si fanno scelte che danno una direzione allo sviluppo, nient’affatto sostenibile se focalizzato sul profitto da raggiungere con qualsiasi mezzo, anche sfruttando le persone nel modo in cui la Costituzione lo vieta.
I politici che scientemente denigrano e indeboliscono l’Europa, fomentando reazioni rabbiose e talvolta anche violente nei suoi confronti, nel migliore dei casi si mettono al servizio delle corporazioni, a scapito dell’interesse generale e della coesione sociale.
Semplicemente assurdo che lo si faccia perfino con i soldi europei del Pnrr che, purtroppo, da storica occasione per generare sviluppo sostenibile si sta tramutando in utilizzo clientelare che consolida gli squilibri esistenti e li accentua.
Se è vero che la classe politica ci rispecchia, occorre chiedersi cosa possiamo fare come cittadini ed elettori, lavoratori e consumatori, giovani ed anziani, uomini e donne, per migliorarla.
Per andare oltre il “sono tutti uguali”.
Per creare e rafforzare lo spazio del bene comune.
L’Europa è nata con questo scopo, idealmente e storicamente in continuità con l’Unità d’Italia.
Non c’è bussola migliore della nostra Costituzione.
Non bisogna stancarsi di promuovere la cultura della convivenza pacifica a tutti i livelli, ma senza staccare lo sguardo dai conflitti militari in corso che in un modo o nell’altro ci coinvolgono.
Che i politici di basso livello sviliscono nel “cosa conviene dire”, anziché nel cosa è necessario fare per difenderci dai regimi autoritari e dai governi che avversano “attivamente” la libertà e la democrazia.
Da illusi esportatori di democrazia, rischiamo di diventare importatori del suo opposto. Non è una prospettiva allettante.
Da che parte sta l’Italia in Europa?
Quanto incide e inciderà negli equilibri dell’Unione dopo il voto dell’8 e 9 giugno?
Nelle decisioni strategiche più impegnative che misurano la credibilità degli Stati attraverso l’affidabilità di chi li rappresenta?
Se dipendesse dalla Presidente del consiglio e dal quel reazionario qualunquista di Salvini, in Europa l’Italia si schiererebbe contro la sua storia, in continuità con le riforme istituzionali e costituzionali che prefigurano il rischio di un futuro governo illiberale del Paese.
Diciamo le cose come stanno. Se l’Unione Europea non è ancora protagonista a tutti gli effetti, come potrebbe e dovrebbe essere nello scenario internazionale, lo si deve a quelle forze politiche e ai governi che le impediscono di andare avanti e nel contempo la attaccano slealmente per quanto non riesce a fare.
Va rafforzata politicamente, nell’interesse e a beneficio concreto di tutti i cittadini di tutti gli Stati che ne fanno parte.
Questa è la scelta di campo da fare con il voto consapevole alle forze politiche e ai candidati che ci credono davvero.
G.G.
