La pace non è di parte.
Si identifica con i colori dell’arcobaleno, unica bandiera ammessa alla manifestazione nazionale per la pace del 5 novembre a piazza San Giovanni, nella capitale del Paese, sede del governo e del Parlamento ai quali chiederà ascolto e attenzione.
Una manifestazione apartitica ma carica di contenuto politico, alla vigilia della quale il Presidente della Repubblica, custode e garante della Costituzione, ha detto che “non vogliamo e non possiamo abituarci alla guerra”.
Alla quale non si arriva da un giorno all’altro e proprio per questo riconquistare la pace richiede qualcosa di più complesso della buona volontà, come si evince dal fatto che sono trascorsi quasi nove mesi da quel tragico 24 febbraio 2022, all’alba del quale il presidente della federazione Russa ha dato l’ordine di invadere l’Ucraina.
Mattarella ha sempre parlato di guerra sciagurata, di stravolgimento di tutte le regole, di sfida ai nostri valori, di pieno sostegno a Kiev, il che significa che l’urgenza e la necessità di riconquistare la pace devono essere accompagnate -questo è l’obiettivo più difficile da realizzare- da condizioni che la rendano giusta, duratura e garantita, pur nell’inevitabile compromesso e nella consapevolezza del discutibile profilo dei soggetti politici coinvolti.
A tutto c’è un limite, non si può accettare di concedere mani libere a chi vuole fare e farci del male mettendo sullo stesso piano disvalori e valori conquistati a caro prezzo, dittature e democrazie, violenza legalizzata e stato di diritto, nazionalismi deliranti e istituzioni internazionali che costituiscono il livello più avanzato di convivenza pacifica.
La pace è l’opposto della legge del più forte. Bisogna dirlo con semplicità e fermezza.
Questa è la pace di cui c’è bisogno, da ricostruire a partire da una tregua che superi la logica “vincitori o vinti”, racchiusa nella volontà di chi ha ordinato questa drammatica “operazione militare speciale” per raggiungere tutti “i suoi obiettivi”.
La buona volontà non basta ma serve per realizzare una Pace giusta.
Così come servono le manifestazioni unitarie animate da autentico spirito di pace, senza l’ambiguità che in ultima analisi dà ragione e riconosce le ragioni di chi ha voluto questa guerra.
Manifestare senza bandiere di partito ha il significato di riconoscersi in qualcosa di superiore senza la quale c’è lo spettro della legge del più forte.
Cioè il prevalere di falsi valori inventati dai regimi e dalle feroci dittature, contrapposti a quelli delle persone in carne e ossa sui quali è stata ricostruita l’Italia e l’Europa dopo la tragica parentesi del nazifascismo.
Alla manifestazione nazionale di Roma non hanno voluto partecipare i campioni del mondo della politica, Calenda e Renzi, i quali hanno sentito il bisogno di convocarne una per conto loro a Milano.
Sono talmente formati ed educati alla politica di alto livello che non vogliono confondersi con gli “altri”, per cui, o si fa come dicono loro due, o niente.
Gli avversari (?) ringraziano, incassano e portano a casa, se non ci fossero li inventerebbero per vincere e rivincere le elezioni, anche con meno voti del centrosinistra, come è realmente avvenuto il 25 settembre.
Ci rifletta anche l’avvocato Conte.
I Partiti che, coalizzati, hanno vinto le elezioni hanno preso 12 milioni di voti; gli altri ne hanno preso 13 milioni e 600 mila, ma sono in minoranza in Parlamento perché si sono presentati in ordine sparso spianando la strada agli avversari.
Quanto sono stati bravi!
A livello sociale è importante essere consapevoli di questa realtà, piuttosto diversa da quella parlamentare e dal racconto politico che se ne fa, fermo restando che le elezioni le hanno vinte regolarmente e oggi hanno il diritto dovere di governare.
Governare, non comandare e stravolgere.
L’interesse dell’Italia è (dovrebbe essere) al di sopra della convenienza di qualsiasi partito o schieramento, ma la tentazione evidente in queste prime settimane è quella di governare nell’interesse del blocco sociale che ha fatto vincere le elezioni ai tre partiti del “vecchio centrodestra”, nel frattempo diventato più destra che centro.
Le prime decisioni rappresentano brutti biglietti da visita distribuiti sia all’interno che in Europa, qualcosa di già visto che replica il vecchio cliché dell’essere accomodanti con gli amici e i potenti, crudeli e cattivi con i deboli e chi si trova in condizioni di sofferenza estrema.
In sintonia con il “Dio, patria e famiglia” che quando sono gridate, da persone peraltro poco credibili, diventano una bestemmia, come ci ricorda il monaco saggio e saggista, Enzo Bianchi, quando dice: “queste tre parole messe una dopo l’altra, fatte bandiera e labaro tra gente che si pensa forte, per me risuonano non solo come sinistre, ma come una bestemmia. Parole di un tempo e di una cultura che non vorrei vivere”.
Un esordio infelice quello del governo Meloni che oltretutto contrasta con le vere emergenze economiche e sociali del Paese aggravate dalla crisi energetica.
Lavoro, lavoro, lavoro.
Questo era e, a maggior ragione, è il problema dei problemi, alla luce delle conseguenze della guerra che ha sconvolto l’economia mondiale.
Vivere non è uguale a sopravvivere o arrangiarsi, il che richiede di specificare quello che dovrebbe essere ovvio, ovvero che c’è bisogno di lavoro dignitoso, non di lavoro e lavori qualsiasi.
In chiave moderna lo sviluppo è l’opposto del lasciar fare, del non disturbare, è il fare bene, è l’economia che si incontra con il sociale e l’ambiente, con la salute e la sicurezza delle persone e dei lavoratori.
Per vivere le persone hanno bisogno di lavoro dignitoso sia dal punto di vista retributivo che normativo.
Il primo incontro tra le parti sociali e la Ministra del lavoro Calderone è stato interlocutorio, i Segretari Generali hanno chiesto di incontrare la Presidente del Consiglio prima della manovra di bilancio per un confronto di merito, non per prendere atto delle decisioni prese.
Valuteremo nel merito, come abbiamo sempre fatto.
Come deve fare un Sindacato degno di questo nome.
G.G.
