Nel momento in cui ci sarebbe bisogno di aiutare le persone e le famiglie più fragili, con redditi da lavoro, pensioni e sussidi medio bassi, che l’inflazione colpisce in maniera micidiale, il governo va in direzione opposta.
Siamo alle prese con una manovra che lascia indietro le persone in difficoltà e le studia tutte per fare regali a chi non rispetta le regole.
Chi più contribuisce meno riceve e viceversa.
Questa è la triste condizione dei lavoratori dipendenti e dei pensionati che pagano le tasse fino all’ultimo centesimo.
Altro che azzeramento dell’Iva su pane e beni alimentari di prima necessità.
Le risorse disponibili e le misure adottate prefigurano un aumento del malessere sociale e anche rabbia, più che comprensibile.
Fino a quando non si capisce che non c’è un prima e un dopo e che bisogna affrontare contestualmente, sia il problema dello sviluppo con investimenti adeguati, sia quello determinante di una più equa distribuzione della ricchezza prodotta, mediante il lavoro dignitoso e la leva fiscale, l’equilibrio e la coesione sociale saranno un miraggio.
A maggior ragione se la cosiddetta “politica del fare”, che in realtà è quella del lasciar fare, consolida e accentua gli squilibri strutturali già presenti con una serie di misure che parlano da sole.
Non esiste Paese al mondo che abbia un sistema fiscale così palesemente iniquo e orientato alla “tolleranza” dell’evasione, come quello concepito e “strutturato” dalla Legge di bilancio elaborata dal governo Meloni.
Iniquo e doppiamente ingiusto perché, se è vero che l’evasione è diffusa, non esiste alcun dubbio sul fatto che la parte più consistente e la responsabilità principale riguardi le imprese infedeli e quella vasta area del lavoro autonomo che, in un modo o nell’altro, il governo vuole invece premiare.
Lo confermano tutte le analisi istituzionali e non di parte, lo acclara il Centro studi UIL che dimostra, in maniera inconfutabile e con dati sconcertanti, una inammissibile e grave disparità di trattamento, come se esistessero due Italie.
Una da premiare, per il solo fatto di essere considerata vicina ai partiti della maggioranza di governo; l’altra, popolata da persone che faticano e spesso non ce la fanno, da abbandonare al proprio destino.
Arrangiatevi: questo è il messaggio.
La reiterata volontà di indebolire immediatamente e poi abolire il reddito di cittadinanza, nell’anno in cui (il 2023) l’economia rallenterà e trovare lavoro degno di questo nome sarà ancor più difficile, anziché migliorarlo e rafforzarlo, per renderlo strutturale, conferma il nostro giudizio negativo.
Giudizio ponderato, non pregiudizio.
Diversi rappresentanti di governo e loro supporters si arrampicano sugli specchi e dicono un cumulo di falsità per tentare di dimostrare l’indimostrabile, ma la sostanza non cambia.
La smetta di sparare banalità la stessa Presidente del Consiglio.
Chi sono i “produttori” dei 26 miliardi di evasione Iva in Italia su un totale di 93 a livello europeo?
C’è una correlazione evidente tra il primato italiano dell’evasione -che a certi livelli e con determinati sistemi è pura illegalità e criminalità-, da un lato, e quello dei bassi salari, della precarietà e dello sfruttamento, dall’altro.
Il governo intende fare qualcosa? No.
Anzi, dice chiaramente che non bisogna disturbare chi produce, a prescindere da come si trattino le lavoratrici e i lavoratori, molto spesso a scapito della salute e della incolumità.
Le cronache e l’informazione che non fiancheggia il governo, ci mostrano continuamente imprese e imprenditori d’“assalto” che non vogliono essere disturbati, ai quali si offrono pure condoni e ogni genere di tolleranza.
Basta e avanza per giustificare uno sciopero generale, di fronte a un governo che non dà risposte ai lavoratori e al Sindacato offre solo “tavoli”.
Per guadagnare e perdere tempo.
Lo fa con una filippica di bugie comunicate con malizia ingannevole da parte di chi per lunghi anni ha fatto opposizione demagogica piena di astio nei confronti degli avversari politici, e oggi tende a mettere sullo stesso piano le proteste e il malessere sociale, l’odio e la violenza anche verbale, strumentalizzando casi isolati comunque da condannare senza alcun dubbio.
Nell’arte della strumentalizzazione sono maestri e Meloni eccelle, ma prima o dopo i fatti si impongono, come quelli che la Uil ha contribuito a far emergere fino al punto da rendere inevitabile dichiarare scioperi unitari assieme alla CGIL, che tali rimangono nello spirito e nelle finalità anche se manca all’appello la CISL.
Rispetto alla rabbia sociale, infatti -che comunque va governata con strumenti legali, metodo e sbocchi democratici-, bisogna fare una bella distinzione tra chi la genera con decisioni quanto meno discutibili, chi si trova nella disperata condizione di doverle subire, e chi ha ruoli di rappresentanza che deve esercitare assumendosi le relative responsabilità.
Responsabilità che includono la partecipazione e la lotta sindacale.
Il grande assente è il lavoro.
Il contrasto alla precarietà non esiste nell’Agenda del governo.
Bisogna smetterla di far credere che trovare lavoro dignitoso dipenda solo dalla buona volontà della persona, dai meccanismi e dalle strutture che si occupano dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro, importanti e da migliorare in ogni caso, ma non sostitutivi degli investimenti, senza i quali è impossibile debellare la disoccupazione.
Non si può trovare il lavoro che non c’è e pensare che ci sia sempre abbondanza di giovani disposti ad accettare lavori a qualunque condizione, anche di palese sfruttamento.
I giovani vogliono vivere, hanno il diritto di vivere e di lavorare per vivere con alle spalle uno Stato in grado di garantire l’assolvimento dei doveri e dei diritti di tutti, nell’equilibrio chiaramente previsto dalla Costituzione.
Il lavoro non ha una sola scaturigine: servono diverse cose per crearlo e fare in modo che sia dignitoso ed equilibrato dal punto di vista personale, famigliare e sociale.
L’elemento base del lavoro è costituito dagli investimenti pubblici ben concepiti che orientano e mettono in movimento quelli privati, senza i quali il moralismo verso i giovani che non avrebbero voglia di lavorare serve a poco.
Le vere ragioni della rabbia sociale sono l’ iniquità, l’esclusione, un futuro prossimo senza lavoro e possibilità di trovarlo.
Lo sciopero del 16 dicembre il Lombardia lascerà il segno.
Facciamo in modo che riesca, da tutti i punti di vista.
G.G.
