Le cose importanti della vita si capiscono meglio e si apprezzano di più quando si perdono o si riconquistano dopo enorme sofferenza e sacrifici.
L’Italia ha sperimentato sia la violenza squadrista, con la quale il fascismo è andato al potere, sia il nazionalismo insensato e il fanatismo ideologico, sia, infine, dopo vent’anni di vessazioni e discriminazioni culminate nelle leggi razziali del 1938, la gioia entusiasmante della Liberazione dalla dittatura fascista e dall’occupazione nazista, il 25 Aprile 1945.
Una Liberazione dal “male assoluto” accompagnata dall’impegno solenne di riprogettare una società libera e democratica, imperniata sulla dignità della persona e sulla giustizia sociale, principale antidoto avverso la demagogia irrazionale dalla quale scaturiscono le dittature e i dittatori.
Ma la storia insegna che da certe “malattie” non si guarisce del tutto una volta per sempre.
Che la difesa migliore, per non ricaderci, è agire sulle cause, sulla concezione del potere, sulla paura derivante dall’insicurezza verso il futuro, sul modello di sviluppo e distribuzione della ricchezza.
In questo senso Libertà e Liberazione sono un compito che non finisce mai, come ci ricorda il compianto Umberto Eco nel suo memorabile discorso sul fascismo eterno del 25 aprile 1995 alla Columbia University, saggio tradotto e conosciuto in tutto il mondo.
Perciò, celebrare, festeggiare e commemorare una data così importante per la storia d’Italia, significa dare una dimensione positiva e propositiva all’antifascismo, senza soluzione di continuità, per una società radicalmente alternativa a qualsivoglia regime che non rispetti i diritti umani, opprime e reprime.
Significa educazione e formazione alla libertà e alla democrazia alle generazioni che si susseguono, in famiglia, nelle scuole, nel lavoro e nelle istituzioni, nei luoghi e negli spazi dove la convivenza è messa alla prova.
Nell’incontro tra i diritti e i doveri di tutti verso tutti, pur nella distinzione dei ruoli e delle funzioni.
La democrazia, per quanto imperfetta e fragile, vive se la si fa vivere nella vita reale del Paese, si svuota se non si materializza anche in economia e nel lavoro.
Oggi il fascismo, nel senso delle camicie nere, del manganello e delle adunate oceaniche, del razzismo teorizzato e apertamente praticato, non è alle porte, ma questo non vuol dire che non abbia più senso l’antifascismo.
Semmai che va ri-attualizzato alla luce dei problemi del nostro tempo, agganciato ai diritti sociali e civili, alla democrazia vissuta e partecipata che cozza contro il leaderismo imperante a tutti i livelli di cui i partiti personali sono l’espressione più evidente.
La democrazia è partecipazione, pensiero critico e confronto.
Non c’è antifascismo più efficace che praticarla e svilupparla in termini di giustizia sociale e pari opportunità, a partire dalla scuola.
Fascisti e reazionari ce ne sono tanti e, per la prima volta dalla Liberazione, esponenti con quella matrice culturale sono alla guida del governo e delle principali istituzioni con la manifesta volontà di riscrivere la storia e “ri-formare l’Italia”.
Se il buongiorno si vede dal mattino, lo scontro sarà inevitabile.
Si può dire che lo cercano e lo alimentano. Si protesta giustamente per la “sostituzione etnica” del Ministro Lollobrigida, ma Meloni e altri esponenti del governo sostengono da anni questa tesi e parlano di complotti inesistenti, come è tipico di chi deve inventarsi qualcosa per dare una parvenza di dignità alle posizioni che assume.
Talvolta anche contro l’interesse evidente dell’Italia di cui si dichiarano paladini, come nel caso degli immigrati di cui il Paese ha bisogno e verso i quali giocano più parti in commedia, ma nulla di concreto in termini di legalità e integrazione.
Con una politica economica e sociale poco attenta e sensibile verso le persone e le famiglie che faticano, alle quali si negano gli stessi servizi, lo stesso welfare e le stesse opportunità, con l’aggravante di un Ddl sull’autonomia differenziata destinato ad accentuare le sperequazioni anziché porsi l’obiettivo di superarle.
Altro che Nazione e unità nazionale.
Non sembra essere questa la strada imboccata dal governo Meloni, la cui “retorica anti-LGBTQ” il Parlamento europeo ha condannato attraverso l’umiliante associazione dell’Italia a Polonia e Ungheria, spina nel fianco di una Europa che crede nella libertà e nella democrazia e quindi nei diritti delle persone e delle minoranze piuttosto che nella cosiddetta e insensata “democrazia illiberale”.
Oggi c’è bisogno di un antifascismo meno declamato e più connesso alla progettualità della nostra Costituzione, che antifascista è nella sua essenza, piaccia o non piaccia al Presidente del Senato La Russa.
Cosa abbiamo fatto nei 78 anni di relativa pace, libertà e democrazia, per mettere a frutto la lezione derivante dall’immenso sacrificio che ha preceduto la Liberazione dal nazifascismo?
Credo sia realistico riconoscere che non abbiamo fatto abbastanza e assumerci le nostre responsabilità.
Credo sia una buona prova di umiltà riconoscerlo, fermo restando l’indiscutibile antifascismo del Sindacato, il suo essere una palestra naturale di educazione e formazione alla libertà e alla democrazia, con limiti e contraddizioni che non peccato riconoscere, anzi.
Alla domanda su, “cos’è il Male per lei”, lo scrittore ucraino Andrei Kurkov risponde: “È la mancanza di libertà. Se non sei libero, non sei responsabile. E se non sei libero né responsabile non hai una faccia riconoscibile”.
La differenza fondamentale tra il prima e il dopo la Liberazione sta in questa parola chiave, la quale però va riempita di contenuto e di vita, di responsabilità e partecipazione, personale e collettiva.
Il 25 Aprile del 1945 l’Italia si liberò dalla dittatura fascista e dall’occupazione nazista, ma i demoni del potere non muoiono mai, le invasioni, le dittature, i regimi, l’odio fomentato, le discriminazioni e le sopraffazione sono ancora terribilmente attuali.
Questa è la buona ragione, la “giusta causa per la quale Libertà e Liberazione sono un compito che non finisce mai.
Che questo sia il nostro motto: “Non dimenticate”.
G.G.
