Di fronte alle prove più difficili “se il cuore non aiuta, la mente si perde”.
Lo scrive Beppe Severgnini sul Corriere della Sera del 3 novembre in relazione alla necessità di capire il dolore degli altri.
Di tutto abbiamo bisogno in questo momento, tranne che di ulteriori e pericolose contrapposizioni pro-contro Israele, che ci farebbero scivolare indietro anziché proiettarci in avanti come costruttori di storia e di pace.
Stare dalla parte dell’umanità e riaffermare la ferma volontà di rimanere umani, implica la vicinanza fraterna verso i popoli di Israele e Palestina, la lontananza da ciò che impedisce di attuare la risposta già scritta dall’Onu dei due Stati, impossibile da realizzare senza il reciproco riconoscimento.
Maestri come siamo nell’inventare problemi che non esistono, come il supposto bisogno di riforme istituzionali che corrispondono all’obiettivo di alcune forze politiche e non certo all’interesse generale del Paese, l’esplosione di questa nuova guerra nel luogo più simbolico del mondo, come dimostrano le reazioni in ogni angolo del pianeta, sul piano interno rischia di diventare un eccezionale strumento di distrazione di massa rispetto ai problemi impellenti di persone e famiglie, dell’economia e delle imprese.
Lavoro, casa, clima e sicurezza del territorio, energia, carovita, sanità e previdenza, educazione e formazione, welfare e servizi pubblici.
Adesso si sono inventati anche “la madre di tutte le riforme” di cui non sanno cosa farsene le persone che non hanno un lavoro e un salario minimo che permetta di vivere dignitosamente.
Nulla accomuna il genere umano come il dolore, il quale, a differenza del dispiacere, “è molto più serio, più grave e più istruttivo” per chi è disposto ad ascoltarlo empaticamente per farlo diventare progetto di Pace e pacificazione vera.
Se invece ci abituiamo a registrare l’orrore, le asimmetrie politiche e sociali come qualcosa di ineluttabile, finiremo per acquietare le nostre coscienze e per schierarci dalla parte ritenuta giusta anche quando fa cose sbagliate e inaccettabili.
Riguardo a quanto sta avvenendo in Palestina, dopo la strage di Hamas del 7 ottobre, rischiamo di cadere nel tranello del terrorismo e dei terroristi che usano la popolazione e i bambini come carne da macello utile al loro scopo.
Come i bombardamenti dall’alto che ammazzano a colpo sicuro più civili che terroristi.
Sono inorridito, dice il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antònio Guterres.
Non mi pare che rappresenti sè stesso.
Nessuna equidistanza, nessuna ambiguità: il terrorismo va condannato e combattuto sino alla fine.
Lo Stato Palestinese può e deve nascere ma senza terrorismo politico istituzionale che teorizza la distruzione di Israele.
Il fine non giustifica qualsiasi mezzo e costo umano.
Certe operazioni militari somigliano più a una illegittima offesa che a una legittima difesa.
La critica è rivolta al governo Netanyahu, non certo al popolo israeliano che in buona parte contesta apertamente il suo operato.
Intanto CGIL e UIL hanno programmato gli scioperi territoriali del mese di novembre, che rappresentano una possibilità (a mio parere remota ma meritevole di essere incoraggiata) di rilancio del ruolo del Sindacato e nel contempo anche un rischio per il come ci si arriva.
Sia dal punto di vista della preparazione, sia dal punto di vista della prospettiva, anche e soprattutto di quella che sbrigativamente chiamiamo unità sindacale, il cui vero significato è: unità dei lavoratori, al disopra di sigle bandiere e colori.
Non è male ricordarlo nel 69° anniversario della morte di Giuseppe Di Vittorio, uno dei padri del sindacalismo italiano, non solo della CGIL.
Lavoratori costretti, oggi, a seguire indicazioni discordanti e anche opposte.
Fare o non fare sciopero all’interno della stessa azienda per decisioni diverse delle rispettive organizzazioni sindacali è qualcosa di lacerante che incide sui rapporti presenti e futuri.
Personalmente mi auguro che gli scioperi territoriali-regionali programmati riescano quanto a spinta dal basso, visione prospettica e consapevolezza dei gruppi dirigenti sul cosa fare il giorno dopo.
Ci spero, ma temo che in parte non sarà così.
Il “non ci fermeremo” della CGIL è abbastanza chiaro, la sua mobilitazione è in atto da tempo.
Non altrettanto si può dire per la UIL, i cui gruppi dirigenti, in determinate regioni e categorie, confondono la mobilitazione sindacale con quella organizzativa e “teatrale” delle manifestazioni e con le normali riunioni degli organismi di poche ore.
La mobilitazione sindacale è un’altra cosa, o la si riscontra e si spinge nei luoghi di lavoro, o esiste solo sulla carta e il tutto si esaurisce nella partecipazione d’ufficio il giorno della manifestazione.
È chiaro che nel sindacato c’è un po’ di tutto, è sempre sbagliato generalizzare, voglio solo dire che alle spalle abbiamo decenni di indebolimento dell’azione sindacale e contrattuale per effetto di fattori indubbiamente esterni ma anche del depauperamento delle motivazioni di fondo dell’impegno sindacale che, in determinati settori, si è confuso con forme di consociativismo che generano risorse finanziarie ma depotenziano l’azione sindacale.
Quante sono le strutture confederali e di categoria che non stanno in piedi con le entrate da tesseramento? Tante.
Che cos’è un sindacato che non vive grazie al tesseramento ma ad altre entrate non del tutto chiare quanto a provenienza, a distribuzione trasparente e non discrezionale?
Ci rifletta il gruppo dirigente della UIL anziché alzare la voce e dare troppa importanza all’immagine e agli slogan.
Cosa che, di solito, nasconde debolezza e limiti.
Si parla con una certa supponenza di Terzo millennio ma io credo che dietro la facciata vi sia una debolezza culturale e di visione strategica vera e propria che porta a non capire per esempio l’importanza vera della partecipazione, tanto da non saperla praticare e coltivare in connessione logica con la contrattazione e il sistema relazionale nel suo insieme.
La posizione della CISL non mi convince, ma non c’è dubbio che agli occhi del Paese, della politica e delle controparti, nonché degli economisti e degli esperti di diritto del lavoro, essa e non la UIL, oggi, rappresenta l’organizzazione della partecipazione, non solo per la raccolta delle firme che mira ad attuare legislativamente l’art. 46 della Costituzione.
Impossibile (e sbagliato) da isolare, non solo per la sua consistenza organizzativa ma anche per la rivitalizzata capacità di elaborazione riscontrabile nel Manifesto “Per un lavoro a misura della persona“, ricco di obiettivi da sviluppare, che si presenta come “La forza responsabile della partecipazione”.
Insomma, c’è di che discutere.
Impossibile con chi dimostra idiosincrasia verso il pensiero critico che arricchisce di contenuti il confronto ed alza il livello della sintesi di cui c’è tanto bisogno.
Dagli Stati Uniti d’America, non certo patria dei diritti sindacali, arriva una lezione da parte del Sindacato dei lavoratori dell’Auto UAW.
Con creatività, impegno e passione che hanno coinvolto e unito i lavoratori, i suoi creativi e geniali dirigenti sono riusciti a piegare la resistenza dei colossi mondiali Ford, Stellantis e General Motors conquistando (e proprio il caso di dirlo) aumenti salariali veri e indicizzati al costo della vita.
L’esatto opposto della umiliazione inflitta al nostro Paese dalle imprese e dagli imprenditori e finanzieri che sono riusciti a piegare il governo e ridurre a poco più di niente la tassazione degli extraprofitti.
Penoso, vergognoso, umiliante.
Non essere più nel 900 non significa che esso non ci abbia lasciato nulla che meriti di essere difeso e sviluppo nel XXI secolo.
Un secolo iniziato tragicamente con l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, proseguito fino ai giorni nostri con la riproposizione delle guerre e del terrorismo che non ha nulla a che vedere con il concetto/significato storico politico della Resistenza.
Ricordiamocelo sempre. Per rimanere umani sempre e con tutti.
Comprendere che combattere senza riserve l’antisemitismo equivale a combattere e condannare ogni forma di razzismo ed essere per tutta una serie di cose.
Valori e principi che non possono accettare nemmeno l’islamofobia e ogni altra fobia che giunga alla condanna della persona che non corrisponda ai canoni arbitrari di chi stabilisce cosa è giusto e cosa sbagliato.
Il mondo alla rovescia è questo, non quello della accettazione dell’umana diversità.
G.G.
