Più difficile arrivarci preparati e gestire il dopo.
Come ci arriveranno e ne usciranno le organizzazioni sindacali si scoprirà vivendo.
È una stagione politica nuova, il clima non è sereno, si rischia un peggioramento generalizzato, anche se i racconti della politica, e purtroppo anche del mondo sindacale, sono diversi e contrastanti.
La terza e quarta settimana di novembre saranno fortemente caratterizzate da scioperi e manifestazioni.
Si sciopera, protesta e manifesta per ragioni economiche e sociali, per difendere conquiste storiche concretamente minacciate, come la sanità pubblica dove si riduce la spesa effettiva e si tenta di privatizzare perfino il pronto soccorso.
Sfilare per le strade e ritrovarsi in piazza per chiedere migliori condizioni di vita e di lavoro, con servizi e prestazioni sociali all’altezza di un paese economicamente avanzato come il nostro, è importante.
Cosi come lo è invocare la Pace con l’animo sgombro dai pregiudizi che creano le premesse della contrapposizione e del furore bellico contro qualcuno.
Ognuno di noi costituisce una cellula di umanità, inseparabile dal tutto, che contribuisce, con le parole e i gesti, a migliorare o peggiorare il clima generale.
Occorre svelenire il linguaggio, per essere costruttori di pace, non solo per dichiararsi genericamente contro la guerra.
Questa inizia sempre con le parole. Riprenderemo dopo questo importantissimo punto.
Sul piano interno occorre connettersi con le ragioni di fondo che hanno portato CGIL e UIL a proclamare numerosi scioperi territoriali e regionali nella seconda metà di novembre, per contestare apertamente la politica economica e sociale del governo.
Con il perché anche la CISL scende in Piazza il 25 novembre, con l’obiettivo di “migliorare” la manovra finanziaria che diventerà legge di bilancio 2024.
Tanto basta per sancire una preoccupante divisione.
E dopo?
Landini dichiara che la CGIL non si fermerà.
Vuol dire che si sente attrezzato in termini di strategia, di consapevolezza e tenuta delle sue strutture confederali e di categoria, di capacità dei suoi gruppi dirigenti di rapportarsi con “una nuova idea di sviluppo”.
CISL e UIL ?
Credo che questo sia il vero punto debole del sindacalismo italiano, rispetto al quale la disarticolazione diffusa dei gruppi dirigenti delle tre confederazioni e del sindacalismo autonomo è causa ed effetto di un processo di deterioramento che viene da lontano e che la politica ha irresponsabilmente favorito anche solo con il non fare nulla.
Non sarà facile venirne a capo e innescare un processo inverso di rinascita e rilancio sindacale che, a mio parere, passa attraverso i luoghi di lavoro, un modo nuovo di concepire la contrattazione e la bilateralità, la partecipazione dei lavoratori alla vita dell’impresa, concepita come diritto di essere considerati produttori della ricchezza perché abbia senso compiuto il concetto di democrazia economica.
Se si crede davvero in un nuovo modello di sviluppo, servono organizzazioni sindacali e sindacalisti in grado di elaborare e sviluppare contrattazione in funzione di questo obiettivo, con programmi di formazione e formatori all’altezza di questo storico obiettivo.
Altro che slogan e frasi fatte che non servono a niente e a nessuno.
Il Sindacato non è (e non può essere) al fianco o all’opposizione di nessun governo: ha una piattaforma permanente di scopo e delle piattaforme concrete composte da rivendicazioni e obiettivi connessi alla vita delle persone.
Contratti di lavoro con le imprese e le associazioni che le rappresentano; dialogo in funzione di “accordi” con le istituzioni e in particolare con il governo che ha il potere di incidere sul mercato del lavoro, il fisco, la sanità, la previdenza e la scuola, che nell’insieme costituiscono il welfare pubblico a beneficio di tutti i cittadini.
Non si tratta di seminare pessimismo, ma non è vero, come ci raccontano, che le cose vadano bene, addirittura meglio di prima.
L‘Istat ci fa sapere che la fiducia delle famiglie e delle imprese è in calo, “quella dei consumatori si è ridotta per il quarto mese consecutivo, raggiungendo il valore più basso da gennaio, con un generale peggioramento di tutte le componenti dell’indicatore ad eccezione delle aspettative sulla disoccupazione e dei giudizi sulla situazione economica familiare”.
L’economia rallenta, il debito aumenta, si rafforza la preoccupazione che il PNRR si tramuti in grande delusione e prevale il timore che non si riesca a gestirlo e svilupparlo rispetto al riequilibrio economico e sociale che doveva favorire ma che non si sta verificando.
Si esalta a dismisura la riduzione del cosiddetto “cuneo fiscale” che, in realtà, è il mantenimento di quanto concordato con il precedente governo e che non aumenta le retribuzioni dei lavoratori come è stato precisato in conferenza stampa da Landini e Bombardieri.
Insomma, si sciopera e manifesta per una nuova idea di sviluppo” assente nella Legge di bilancio del Governo, che la CISL si propone di “migliorare” con l’obiettivo di creare le condizioni per realizzare un vero e proprio patto sociale.
Con chi? Sulla base di cosa?
Certo che ne avrebbe bisogno il Paese anziché litigare continuamente su tutto.
Ma esistono le condizioni?
Lo facciamo con chi minaccia di precettare per l’ennesima volta i lavoratori dei trasporti in occasione dello sciopero del 17 novembre?
Con chi non ha ancora capito che vincere le elezioni, in democrazia, non significa comandare e gestire a discrezione il diritto di sciopero tutelato dalla Costituzione?
Se osserviamo la realtà con occhio distaccato, le ragioni del pessimismo prevalgono su quelle dell’ottimismo.
Tanto in Italia, quanto in Europa e nel mondo.
Per cause ed effetti largamente interdipendenti che la geopolitica impone a di tutti i Paesi.
Da questo punto di vista il nazionalismo dei nostri giorni, chiamato sovranismo, nel migliore di casi è una pia illusione e nel peggiore un pericoloso inganno che mette gli uni contro gli altri.
L’ultima drammatica esplosione di violenza in Medioriente causata da Hamas lo conferma.
Ma non siamo e non dobbiamo considerarci spettatori impotenti che si commuovono di fronte a tanta crudeltà che non risparmia nemmeno i bambini, e finisce li.
Siamo parte della realtà che osserviamo.
Poco o tanto che sia, ognuno di noi può fare qualcosa per contrastare l’odio nei confronti di chicchessia, a cominciare da quello che ancora si riversa contro gli ebrei, sotto forma di antisemitismo.
Su questo punto non si può e non si deve tentennare.
La condanna dev’essere chiara e inequivocabile.
Anzi, occorre farla diventare un valore universale ovvero condanna di ogni forma di razzismo, cultura della convivenza in grado di estirpare le radici dell’odio.
Destra e sinistra, progressisti e conservatori ci saranno sempre, ma le conquiste più grandi e durature si realizzano nella dimensione umana della convivenza tra diversi che include la libertà religiosa.
Pace con giustizia, lavoro dignitoso e diritti fondamentali per tutti, vanno insieme.
Non si costruisce il nuovo con idee bruciate e condannate dalla storia.
Non c’è democrazia senza riconoscimento reciproco.
Non c’è democrazia senza rispetto degli avversari.
Non c’è democrazia senza protezione e libertà delle minoranze.
Non c’è democrazia senza legalità.
La democrazia vacilla quando la propaganda e la demagogia prendono il posto dell’informazione, del sano confronto, dell’umano compromesso.
Storico, politico e culturale.
Senza il quale c’è solo guerra e violenza.
Con il quale si conquista la pace.
L’alternativa è il tutti contro tutti, perenne preistoria che, per comodità, chiamiamo storia, racconto di violenza organizzata per stabilire chi ha vinto e chi ha perso.
Distruzione e ricostruzione continue con trionfo delle armi e sconfitta della ragione.
La pace è un’altra cosa.
La pace non è morte e violenza.
La pace è vita.
È umanità.
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

Giovanni Gazzo

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