Non è un bel momento per il sindacato.
La sua debolezza si riscontra dagli obiettivi che si dà ma non realizza.
Non riesce ad incidere nella vita economica e sociale del Paese. A farsi “ascoltare” dal governo e nemmeno, tranne eccezioni, dalle sue naturali controparti, che spesso si alleano per respingere le sue richieste.
Nell’ultimo triennio le retribuzioni più basse d’Europa si sono ulteriormente ridotte a seguito dell’inflazione media certificata e di quella ancor più alta dei beni di prima necessità.
Aumentano le persone che vanno nei refettori della Caritas o strutture simili e i cittadini che non si curano per mancanza di soldi, a fronte di sconcertanti situazioni opposte, come gli sproporzionati profitti di banche e grandi imprese alle quali non è stato imposto nemmeno un decoroso contributo di solidarietà.
Il sindacato rivendica, protesta e talvolta manifesta, ma incide poco e troppo lentamente nei rinnovi dei CCNL e nella contrattazione in generale, che non riguarda solo la parte economica.
Si parla tanto e non sempre a proposito della formazione, ma si fa poco per renderla esigibile e usufruibile da tutti i lavoratori.
Sulla tutela della salute e della sicurezza non si fanno passi avanti, anzi si assiste a una insopportabile e farraginosa burocrazia tendente al non fare vera prevenzione, che coinvolge anche la presenza di CGIL CISL UIL negli enti e negli organismi bilaterali.
So di cosa parlo.
Raramente gli infortuni mortali hanno un seguito sindacale, come se questi riguardassero solo la magistratura e non anche (e soprattutto!) le funzioni previste dalla corposa legislazione, comprese quelle sindacali.
Si può parlare di crisi di un modello di sindacato, di organizzazione e contrattazione, non più al passo con i cambiamenti che si sono già verificati e con quelli preannunciati?
A mio parere parlarne fa solo bene al sindacato nel suo complesso e a ciascuna organizzazione.
Lungi da me dare giudizi tassativi, mi sento partecipe e corresponsabile come gli altri, ma proprio per questo sento il dovere di contribuire, come posso e potrò, fino all’ultimo.
Il sindacato è un pilastro della democrazia, è importante aiutarlo a superare la più difficile delle prove, al netto del contesto politico nazionale e internazionale: quella della rivoluzione tecnologica.
Una rivoluzione che rende ancor più necessaria la contrattazione collettiva, più difficile da sviluppare, alla luce della frantumazione del lavoro, parte del quale è diventato povero per volontà delle grandi imprese che hanno esternalizzato e appaltato tutto ciò che potevano per tagliare costi e diritti.
Lavoro povero, insicuro e sostanzialmente “fuorilegge”, come dimostrano le inchieste giudiziarie nei confronti di numerose imprese nazionali e multinazionali che, per anni e anni, hanno sfruttato i lavoratori alla luce del sole.
In aggiunta alle numerose sentenze dei tribunali che attivano l’articolo 36 della Costituzione per “risarcire” le lavoratrici e i lavoratori sottopagati.
Insomma, chi non si accontenta dei luoghi comuni e del conformismo relazionale (per non dire servilismo politico istituzionale, come quello messo in scena dal Cnel sul salario minimo), comprende che siamo in un momento storico in cui tutto può succedere.
E chi comprende l’importanza del sindacato e la sua stretta connessione con la democrazia, anche economica, sa che le conquiste e le sconfitte sono figlie della storia.
Dei movimenti e dei conflitti dai quali scaturiscono passi avanti o indietro a seconda della partecipazione, del grado di convinzioni e unità, delle alleanze che si realizzano attorno alle ragioni di chi rivendica giustizia e umanizzazione del lavoro.
Il vento non è dei più favorevoli.
L’ultima volta che il sindacato è riuscito a farsi “ascoltare” è stato in occasione del Covid-19, con il “blocco dei licenziamenti”, la cassa integrazione in deroga per la relativa emergenza sanitaria, i protocolli nazionali e aziendali di contrasto alla diffusione del virus, a tutela della salute dei lavoratori.
Grazie alla sua energica e unitaria presa di posizione, a riprova del fatto che l’unità del sindacato è un fattore decisivo.
Cosa è rimasto di quella stagione incentrata sulla priorità della salute e sulla convinzione che solo insieme ce la si può fare?
Certo, il contesto internazionale e l’avvento del governo Meloni hanno aumentato le difficoltà, ma a mio parere la “crisi del sindacato” e del sindacalismo confederale viene da lontano e da ragioni che si intrecciano con fenomeni generali che coinvolgono tutti, riguarda principalmente la difficoltà di leggere il tempo e interagire con i cambiamenti senza subirli.
Siamo di fronte a crisi e “rotture” difficili da governare, ma anche a straordinarie opportunità di sviluppo mai esistite nella storia dell’umanità, le quali però richiedono gruppi dirigenti illuminati in grado di rivendicare e contrattare economia valoriale ben oltre l’incondizionata massimizzazione del profitto, che causa forti e anche gravi scompensi sociali e ambientali.
Sia detto con chiarezza che non esiste una prospettiva di sviluppo svincolata dal profitto; ma può e deve esistere una economia di scopo che lo includa e relativizzi, al di fuori della quale ci sono solo squilibri, ingiustizie, discriminazioni e fenomeni gravi, per combattere i quali il sindacato è nato ed esiste.
Siamo storicamente al dunque.
O l’intelligenza artificiale si sposa con quella umana dello sviluppo socialmente sostenibile, oppure sarà più facile fare passi indietro che in avanti.
Ne consegue che, o si rivaluta e attualizza nel nostro tempo il grande patrimonio sindacale ricevuto in eredità dai giganti del sindacalismo moderno, sulle cui spalle noi siamo seduti, oppure sarà declino sicuro.
Resterebbe la sia pur dignitosa “ordinaria amministrazione” che non mette in discussione gli squilibri esistenti, anzi contribuisce a consolidarli attraverso la tacita accettazione della competitività illimitata che passa inevitabilmente per la riduzione delle retribuzioni e del welfare dei lavoratori.
Non più concorrenza leale che promuove qualità della vita, del lavoro e dei servizi, attraverso il vero merito imprenditoriale, ma competitività ossessiva, secondo la quale il fine giustifica i mezzi e trattare i lavoratori come mezzi diventa normale.
Non è questo il lavoro che dobbiamo lasciare in eredità alle future generazioni.
Non è questo il lavoro che permette di vivere dignitosamente.
Alla base della Repubblica italiana c’è e ci dev’essere il lavoro che conferisce dignità e cittadinanza, un modello di sviluppo conseguente a questo principio guida.
Generare formazione coerente con questa visione è ciò di cui c’è urgente bisogno.
La “selezione” e la formazione dei quadri e dei gruppi dirigenti del sindacato è determinante.
Servono persone motivate con capacità critica e creatività da spendere nelle aziende, nelle categorie e nei territori dove il sindacato e i sindacalisti operano concretamente.
C’è bisogno di formazione sindacale vera sul campo, prodotta da chi ha le idee sufficientemente chiare sulla contrattazione, che nessuna scuola con strutture costose e docenti profumatamente compensati per imporre la loro visione, possono dare.
Perdere altro tempo significa accumulare ritardi, non farcela più e rassegnarsi a un lento ma inesorabile ridimensionamento di ruolo.
Se la salute del sindacato dipende dai risultati, ripartire dal perché non si ottengono è una buona domanda dalla quale, nella situazione data, può germogliare la migliore risposta collettiva e unitaria di cui hanno bisogno le lavoratrici e i lavoratori italiani.
G.G.
