Fanno a pezzi l’Italia e osano dichiararsi patrioti.
La patria è un sentimento alto che unisce, non mette gli uni contro gli altri, non è stupido nazionalismo o anacronistico sovranismo.
Il governo vuole fare a pezzi anche il lavoro, la salute e la sicurezza, la sanità e la scuola, i trasporti, con “riforme” e artifici procedurali -vedi Delega parlamentare al Governo su Retribuzioni dei lavoratori e Contrattazione Collettiva, di Controllo e informazione- che puntano alla riproposizione avventurosa delle gabbie salariali e alla destrutturazione del sistema contrattuale vigente, al posto del quale ne scaturirebbe un altro meno generalista e unificante.
Gli amici della Cisl non hanno nulla da dire sull’autonomia del sindacato e delle parti sociali in materia di contrattazione?
Si prende, ma soprattutto si perde, tempo prezioso, intanto si affossa il salario minimo e non si rinnovano i contratti nazionali scaduti da anni, come quelli della vasta galassia del Terziario -Commercio Turismo Servizi- di cui sono responsabili principalmente Confcommercio e Federdistribuzione, con la sostanziale assenza del ministero del lavoro.
Il governo non fa quel che deve, come per esempio una buona legge sulla rappresentanza, ma vuole “dettare legge” su questioni che dovrebbero riguardare le parti sociali, con lo scopo, non dichiarato ma implicito, di indebolire il sindacalismo confederale che, purtroppo, contribuisce a rendere più facile la realizzazione di questo “progetto”.
Venti regioni, venti orientamenti e sistemi che chiamano autonomia differenziata per non dire semplicemente che le regioni più ricche del nord puntano ad “autogestirsi il proprio gettito fiscale”, al di fuori della logica unitaria e solidaristica incentrata sulle istituzioni nazionali che garantiscono servizi pubblici essenziali a tutti i cittadini.
Cioè, quell’insieme di diritti di cittadinanza e sicurezza sociale sui quali tutte le persone e le famiglie si riconoscono a prescindere dal luogo di nascita, di residenza, di lavoro e di studio.
Il governo si muove già come se la riforma della Costituzione -frutto dello scambio imbastardito tra Fdi e Lega- fosse nella sua esclusiva disponibilità e definitivamente approvata, a fronte di un giuramento di fedeltà su quella che esiste effettivamente e prevede un capo dello Stato quale “rappresentante dell’unità nazionale”, di cui è garante.
Abbiamo chiesto e ottenuto parecchi soldi dall’Europa per il riequilibrio e la coesione del Paese, rispetto ai suoi storici problemi e ritardi, ma stiamo andando in una direzione opposta, storpiando il senso originario delle autonomie e di quella regionale in particolare.
Il cui scopo era e dovrebbe ancora essere quello della maggiore vicinanza ai cittadini (che tra l’altro riguarda più gli enti locali che le regioni), dimostrando di saper fare meglio dello Stato su alcune materie, ma con gli stessi soldi.
Altrimenti non è più bravura, bensì squilibrante distribuzione delle risorse finanziarie disponibili o un aumento delle stesse, mettendo il carro davanti ai buoi rispetto ai Livelli essenziali di assistenza, non scavalcabili con un “dopo si vedrà” come vorrebbe Roberto Calderoli, Ministro per gli affari regionali e le autonomie della Repubblica Italiana.
Danno la priorità a problemi inesistenti ma non affrontano quelli reali e perfino urgenti, come l’economia illegale/irregolare e il lavoro precario, la giustizia civile, penale e amministrativa, la sanità sempre più sbilanciata sul privato a danno dei cittadini che non se la possono permettere.
I tagli al Fondo contro i disturbi alimentari, seconda causa di morte tra i giovani, sono indicativi delle priorità di questo governo, più corrispondenti a calcoli politici che ai bisogni delle persone e delle famiglie in gravi difficoltà.
La precarietà c’è, genera notevoli sofferenze umane e sociali, ostacola l’integrazione dei giovani nel sistema produttivo e penalizza ulteriormente le donne, ma il governo preferisce “lasciar fare” alle imprese come meglio credono.
Ciò avviene nonostante lo sfruttamento dei lavoratori all’interno della filiera produttiva, che costringe il Tribunale di Milano ad emettere gravi provvedimenti nei confronti di aziende che vanno per la maggiore, perché “altri” non intervengono prima.
L’indipendenza della magistratura è fondamentale, dalle sue inchieste e indagini emerge il marcio Made in Italy di cui c’è poco da essere orgogliosi.
Ultima in ordine di tempo la società/Marchio Alviero Martini posta in amministrazione giudiziaria per sfruttamento dei lavoratori e caporalato ad opera di imprese fornitrici di cui “non poteva non sapere”.
Anche per effetto di un codice etico, evidentemente ingannevole e di facciata, non corrispondente alla realtà.
In questo caso suscita sconcerto la sproporzione tra il costo di produzione (dentro il quale c’è il margine di guadagno dell’impresa appaltatrice e la misera retribuzione dei lavoratori) e il prezzo di vendita al dettaglio dei prodotti della precitata impresa, che la dice lunga rispetto alle responsabilità primarie dell’azienda appaltante, quasi sempre grande e strutturata, consapevole delle proprie scelte.
Siamo agli antipodi della responsabilità sociale d’impresa.
Siamo nella zona opaca e melmosa del lavoro sporco, insicuro e insalubre per conto terzi, dove il rapporto tra profitto sostanzialmente illecito e sfruttamento è diretto e inequivocabile.
Vendere a più di 300 euro una borsa o un prodotto che al committente/acquirente costa 20, implica una grave stortura, anche tra impresa e impresa, che si ripercuote inevitabilmente sull’anello più debole e ricattabile costituito dalle lavoratrici e dai lavoratori, a vantaggio dell’impresa capo filiera che detta le condizioni.
Non c’è bisogno di scomodare il plusvalore di Karl Marx per rendersene conto.
Prodotti lussuosi, squallore umano e imprenditoriale, ipocrisia e acquiescenza politica, limiti e forse anche connivenze di quella parte del sindacato pronta a firmare tutto e a chiudere un occhio e talvolta tutt’e due, istituzioni preposte alla prevenzione e ai controlli condizionate da un certo “andazzo”.
Non è questa la giusta libertà imprenditoriale prevista dalla Costituzione, sulla quale, peraltro, i ministri giurano.
Cosa fa il governo rispetto a questa urgenza sociale alla quale ci siamo colpevolmente assuefatti?
Cosa fa sui diritti civili che sembrano di pochi ma in realtà prima o poi toccano tutti e tutte le famiglie?
Dicono di rappresentare il popolo e si oppongono a una legge semplicemente umana e civile sul fine vita, che una larga maggioranza di cittadini italiani approva (in veneto l’82%) a riprova del fatto che c’è una bella differenza tra l’essere popolari ed essere ipocriti opportunisti e populisti.
Il Presidente del Veneto Luca Zaia ha dichiarato (Corriere della Sera, 17 gennaio 2024) che “è da ipocriti non volere una norma”, “è necessaria, come si fa a negarlo?”, aggiunge, dopo la bocciatura della sua stessa maggioranza. Egli però sta “comodamente” nello stesso “partito” di Salvini che è il rappresentante dei disvalori in persona, il quale, tra le tante, ha perfino detto/scritto, “cedo due Mattarella per mezzo Putin, di cui è stato (e intimamente tuttora è) un fan.
Come lo è di Trump, pericolo pubblico non solo per i cittadini americani.
Altro che destra e sinistra, Qui siamo pre e oltre.
L’umanità, in ultima analisi, non è riducibile a queste pur necessarie categorie di orientamento e giudizio.
Insomma, siamo nella terra incognita di questo problematico 2024 appena iniziato.
L’Italia antifascista e democratica, unita e unitaria va difesa strenuamente.
La nostra patria sono i diritti delle persone, una per una.
Anche e soprattutto di quelle che non la pensano come noi.
Perché la libertà, dal bisogno in primo luogo, non ha prezzo.
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

Giovanni Gazzo

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