Esaltare il supposto record di occupati ci porta fuori strada.
Serve a sviare l’attenzione dal fatto che il nostro rimane un Paese “squilibrato” senza risposte di sistema, proprio dal punto di vista del lavoro che manca.
E di quello mal distribuito, fittizio, volutamente precario, insicuro e insalubre.
Della formazione che si esalta a parole ma le imprese non fanno. O la fanno all’acqua di rose.
Tutti i dati forniti dall’Istat confermano gli squilibri strutturali del nostro mercato del lavoro, peraltro aggravati dall’ultimo rapporto Svimez, in cui si evidenzia lo spopolamento del Sud, abbandonato da un milione di giovani in cerca di una prospettiva di vita “altrove”.
E si continuano a scaricare sul sistema scolastico responsabilità che non ha.
Il rapporto tra scuola e lavoro è innegabile, soprattutto per le professioni, le arti e i mestieri, ma è assurdo sostenere che le imprese non trovano il personale di cui hanno bisogno perché la scuola non glielo fornisce.
Mai una volta, salvo rare eccezioni, che lo si metta in relazione alle basse retribuzioni, agli orari e alle condizioni di lavoro complessive, ai contratti che vengono offerti, alla differenza tra ciò che viene scritto e ciò che si pretende, al clima/ambiente aziendale, di cui ai fenomeni dell’eccessivo turn over e del connesso fenomeno del burnout.
Ovvero lo stress cronico lavoro-correlato riconosciuto dall’Organizzazione mondiale della Sanità.
Può sembrare un paradosso, ma bisogna lavorare tanto per curare il lavoro, per creare quello che viene definito dignitoso, non per abuso retorico di parole e termini pomposi, ma perché corrisponde alla vita delle persone.
Quanto tempo dedicano alla formazione le imprese, che spesso non fanno svolgere nemmeno quella obbligatoria?
Quante sono le imprese che per formazione intendono il frettoloso inserimento dei lavoratori nelle funzioni previste?
La formazione vera, quella rivolta a tutti -a un tempo umanistica, tecnologica e professionale, comprensiva di salute e sicurezza, diritti individuali e sociali dei lavoratori, welfare integrativo compreso-, è quasi completamente assente.
Colpa della scuola? No, responsabilità e inadempienze di moltissime imprese.
A scuola si impara a vivere e discernere.
A distinguere il vero dal falso, a rispettare tutti e ciascuno.
A condividere e affrontare le difficoltà.
A capire l’importanza del lavoro per la vita delle persone e delle famiglie, delle comunità e dei Paesi.
A comprendere che lavoro non significa qualsiasi tipo di lavoro a qualsiasi condizione, e quindi a capire il perché l’Italia sia una Repubblica fondata sul lavoro dignitoso che rispetta la persona.
Lo si comunica, anche emotivamente, nei corsi di formazione?
Non bastano i tecnici, servono soprattutto “maestri” che si rifacciano al dettato costituzionale.
La politica e il mondo imprenditoriale tentano di scaricare sugli “altri” le loro responsabilità e il governo in carica asseconda questo orientamento che invece andrebbe contrastato.
La buona occupazione deriva dagli investimenti, dalla cultura della responsabilità condivisa, dall’incontro virtuoso tra diritti e doveri dei lavoratori e delle imprese.
La scuola c’entra con il lavoro, ma non nel modo in cui intendono coloro che tentano di irregimentarla al servizio del modello produttivo esistente.
È tempo di resilienza sindacale attiva e propositiva.
Sono a rischio conquiste politiche e sociali preziose.
La tecnologia unilateralmente “gestita” può dare il colpo finale ai diritti dei lavoratori se non la si mette al servizio di scopi condivisi.
Ma non è facile condividere con chi vuole solo comandare e non essere disturbato.
La funzione sindacale, anche conflittuale, quando serve, è indispensabile.
La democrazia economica andrebbe rafforzata, invece è costantemente indebolita e svuotata, anche nelle grandi imprese dove dovrebbe fare “scuola” e orientamento.
Il confronto istituzionale è più formale che sostanziale.
La contrattazione sindacale ai diversi livelli è difforme, non generalizzata e gravemente intempestiva, soprattutto dove ce n’è più bisogno, come nei settori del Terziario, dei servizi e della logistica.
È vero che i problemi vengono da lontano, ma occorre ricordare che le forze politiche della attuale maggioranza di governo hanno contribuito notevolmente a generarli, a cominciare da Meloni, Salvini e Tajani che da sempre adottano due pesi e due misure, sia nel campo della giustizia, che in economia e nel lavoro.
Tanto remissivi e accomodanti con gli evasori fiscali che si appropriano di risorse destinate alla collettività, quanto duri e intransigenti con i lavoratori, i poveri e i disperati.
Agli agricoltori che hanno occupato e devastato Bruxelles, bloccato strade e “assediare” il Parlamento europeo, manifestano apertamente solidarietà; i lavoratori si precettano e minacciano per molto meno.
Idem nei confronti di Ilaria Salis. Garantisti con i potenti e prepotenti alla Orban, vergognosamente ostili nei confronti degli “ultimi” o dei politicamente distanti.
Cosa dovrebbero fare le persone/famiglie povere alle quali sono stati tagliati quasi due miliardi di sussidi?
Un comportamento istituzionalmente scorretto dal quale occorre difendersi con intelligenza e con ogni mezzo democratico.
Non è facile, ma è necessario e coerente con ciò che il Sindacato è e dev’essere.
Una Organizzazione di scopo che, in ogni situazione specifica e contesto generale, trova il modo di agire e re-agire focalizzandosi su contenuti e obiettivi concreti.
Anche e soprattutto quando non sembrano a portata di mano.
Il mondo non si cambia dall’oggi al domani, soprattutto quando si ha a che fare con interlocutori oggettivamente ostili.
Occorre rivalutare l’importanza dell’educazione e della formazione a tutti i livelli, come risorsa strategica, cosa tra le più difficili nel tempo dei social, della velocità e della facilità con cui si propalano false notizie o mezze verità ingannevoli.
Il Sindacato è nato per fare le cose difficili, la sua storia e le lotte che lo hanno fatto nascere sono state epiche.
In modo diverso e di fronte ai “problemi epocali” profondamenti diversi del nostro tempo, ma non per il senso e il significato, occorre porsi con lo stesso spirito per non essere drasticamente ridimensionati senza rendercene conto.
L’intelligenza artificiale è importante, ma senza quella umana che dirige serve a poco o può essere perfino controproducente come gli stessi loro “creatori” sostengono.
Un mondo del lavoro che dia poca importanza alla formazione delle persone -non corrispondente alle filosofie d’impresa che spesso la contraddicono nel merito e nel metodo-, è destinato ad inaridirsi socialmente, ad appiattirsi sul presente anziché promuovere il modello di sviluppo unitario che armonizza economica società e ambiente.
C’è tanto da fare, da lavorare e da ricostruire.
Non me la sento di sostenere che il Sindacato sia attrezzato e consapevole in ogni sua componente, organizzazione e struttura confederale o di categoria. E soprattutto in ogni persona/sindacalista che ne fa parte.
Il tempo non è una variabile ininfluente.
Occorre muoversi prima che sia troppo tardi.
Curare il lavoro significa prendersi cura delle persone.
G.G.  

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

Giovanni Gazzo

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