Oggi lavoratrici e lavoratori poveri, domani in pensione poverissimi.
Questo è il destino di milioni di persone con basse retribuzioni, pochi contributi versati all’INPS e senza previdenza integrativa, a fronte di un sistema produttivo che genera profitti e ricchezze stellari.
Che ci sia relazione di causa ed effetto tra le due opposte condizioni, è evidente.
A una generazione di distanza da quando fu istituita, si può affermare con cognizione di causa che la Previdenza integrativa ha fallito la missione per la quale fu concepita, quanto meno nei confronti dei giovani che hanno cominciato a lavorare all’inizio del millennio e oggi si ritrovano senza una adeguata copertura previdenziale.
Il fallimento riguarda, in modo marcato, quel vastissimo universo di lavoratrici e lavoratori instabili occupati periodicamente, a tempo parziale, spesso in imprese che applicano contratti pirata, esclusi di fatto dal diritto alla iscrizione al Fondo pensione complementare di categoria, col beneplacito interessato e irresponsabile dei rispettivi datori di lavoro che non versano il contributo a loro carico previsto dai CCNL.
Conseguenza del cinico disinteresse della politica e, ripeto, di una diffusa irresponsabilità delle imprese, anche grandi, in evidente conflitto di interesse rispetto ai loro dipendenti.
Con capi del Personale per nulla empatici nei confronti dei giovani neo assunti.
Questa è la ragione di fondo per cui la previdenza integrativa di origine contrattuale è rimasta sulla carta per la maggioranza dei lavoratori italiani e solo una esigua minoranza di ragazze e ragazzi che entrano nel mondo del lavoro vi aderisce.
In particolare nei settori del Terziario e del Turismo, popolati da lavori e lavoratori definiti “flessibili”, penalizzati da un sistema che invece li dovrebbe supportare con particolare attenzione.
Previdenza significa futuro che si costruisce mese per mese, stipendio per stipendio. Ogni buco è un danno che lo pregiudica.
Sociale significa che deve includere tutti, anche attraverso la solidarietà istituzionale nei confronti delle lavoratrici e dei lavoratori che si sobbarcano sacrifici e disagi maggiori, come avviene sistematicamente nei settori precitati.
Integrativa significa che si aggiunge a quella base dell’INPS, la quale, di norma, dovrebbe essere commisurata sul lavoro a tempo pieno e ininterrotto per oltre 40 anni, come prevede l’età pensionabile.
Una simile struttura previdenziale è possibile solo se, come dice il Presidente Mattarella, “il lavoro è diritto, dignità e inclusione”.
Se la Responsabilità Sociale d’Impresa si afferma con convinzione e condivisione bipartisan, come oggi non è.
Se il lavoro buono e dignitoso ri-conquista il valore che gli assegna la Costituzione e la valenza pratica che ha nella vita reale delle persone.
Bisogna lottare per arrivarci, c’è poco da fare.
Passo dopo passo ma con determinazione.
Ognuno deve fare il suo pezzettino, ogni categoria la propria parte.
Fare non significa discutere a vuoto, finanche nei consigli di amministrazione dei Fondi pensione, dove c’è ancora chi si illude che una geniale “comunicazione” possa produrre risultati significativi.
Delle due l’una.
O l’adesione al Fondo Pensione di categoria diventa virtualmente obbligatoria, attraverso l’obbligatorietà del versamento del contributo a carico dell’impresa, come doveva essere fin dall’inizio; oppure sarà una rincorsa vana e faticosa che potrà conseguire solo risultati modesti, anche per la concorrenza, a mio parere sleale, dei cosiddetti fondi aperti, nella cui rete spesso cadono i lavoratori disinformati.
Questa mia riflessione sulla previdenza integrativa, di cui mi occupo fin da quando è stata istituita e contrattualizzata nel Terziario, prende spunto da un recente evento sul tema organizzato da Affari e Finanza al Teatro Gerolamo di Milano, al quale ha partecipato come relatrice anche la nostra Anna Selvaggio, Direttore generale di Fonte.
L’unica che ha parlato di “adesione semi obbligatoria”.
Il Contratto degli Edili ha fornito una timida ma incoraggiante risposta in questa direzione.
Nel pubblico impiego è già in vigore il silenzio assenso per i nuovi assunti, la leva principale rimane il contributo obbligatorio a carico del datore di lavoro da versare comunque, come è nella logica della previdenza (pubblica o contrattuale che sia) e della contrattazione collettiva che deve riguardare tutti. E soprattutto scaturisce dalla convinzione che lavoro, fisco, previdenza e assistenza sanitari integrativa, siano parti di un discorso unico che richiede una strategia unitaria, il cui nemico principale è la frantumazione, anche normativa e contrattuale del lavoro, con tutto ciò che di negativo ne consegue.
Il presupposto della buona previdenza è il lavoro regolare, dal quale si generano i contributi da versare all’INPS e al “Fondo pensione di categoria” previsti dal relativo Contratto Collettivo Nazionale, Fondo Fonte per il Terziario.
Il quale, a fronte di una platea potenziale di almeno 3 milioni di addetti ne ha iscritti solo 277 mila, per i limiti di sistema sinteticamente richiamati.
Iscritti distribuiti non omogeneamente in ben 34 CCNL , che corrispondono a una percentuale nettamente al di sotto della media “teorica” del 36%, ulteriormente penalizzante per i giovani instabili/flessili/precari, che ne avrebbero più bisogno.
Si parla tanto e spesso genericamente di formazione dei lavoratori, che ne ricevono poca e non sempre di buona qualità, ma in Italia siamo di fronte a una impressionante carenza culturale e formativa di non pochi imprenditori e manager, che si traduce in irresponsabilità sociale anche dal punto di vista previdenziale, oltre che della mancata tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori, come i continui infortuni mortali sul lavoro tragicamente confermano.
Oggi si vive e si lavora più a lungo di un tempo, il che comporta la necessità di accumulare contributi da quando si comincia a quando si smette di lavorare perché solo su questi sarà calcolata la futura pensione.
Questa è la conditio sine qua non per una quiescenza non problematica per sè stessi e i propri famigliari.
Ma la realtà è ben diversa.
Sia come sia, sta di fatto che milioni di lavoratrici e lavoratori dipendenti hanno già accumulato e continuano ad accumulare danni previdenziali irreversibili di cui capiranno la reale consistenza solo quando si troveranno di fronte a una pensione povera.
“Noi” lo sappiamo con certezza.
Chi nasconde questa verità non fa un buon servizio ai lavoratori e nemmeno al Paese.
Occorre infatti essere consapevoli delle conseguenze alle quali si va incontro, dal punto di vista sociale, per una situazione che, se non si corre ai ripari, non pochi considerano una vera e propria bomba sociale a orologeria.
Una responsabilità che, a maggior ragione, deve sentire chi oggi esercita ruoli di rappresentanza collettiva dei lavoratori e dei futuri pensionati.
G.G.
