Il No al premierato di Meloni non deriva dal pregiudizio politico ma dalla certezza che l’Italia farebbe un passo indietro dal punto di vista del suo essere una democrazia parlamentare.
Un premierato, peraltro, in perfetta continuità con i metodi e le misure regressive adottate dal governo fin da quando si è insediato.
In primo luogo sui diritti sociali e civili di cittadinanza, sulle proteste riguardanti il suo operato e sulle manifestazioni studentesche, sulla gestione sconcertante del PNRR che rischia di accentuare anziché ridurre gli storici squilibri economici e sociali.
Nell’insofferenza nei confronti della magistratura, delle istituzioni di controllo e dell’informazione non asservita, rivelatrice di una volontà che, anche in Europa, punta su alleanze con governi e forze politiche reazionarie del tutto compatibili con i cambiamenti (in peggio) che si vogliono realizzare in Italia.
Questo premierato mette in discussione le ragioni per le quali la Costituzione è nata.
Attacca il suo essere “progetto e scopo in divenire” che oggi si materializza nella volontà, necessariamente conflittuale, di promuovere un nuovo modello di sviluppo e una economia di scopo coerente con la sostenibilità sociale ed ambientale di cui c’è urgente bisogno. Occorre, eccome, disturbare chi produce male e soprattutto chi sfrutta in vario modo i lavoratori.
Una Costituzione che non prevede una sola persona al comando, bensì poteri bilanciati e controllati come si conviene ad ogni sistema democratico degno di questo nome.
Il premierato proposto dal governo in carica sopravanza il ruolo del Presidente della Repubblica e ridimensiona drasticamente quello del Parlamento.
Secondo il prestigioso quotidiano britannico Times, il piano di riforma di Giorgia Meloni “fa eco a Mussolini”.
Ma anche a prescindere da queste opinabili valutazioni, comunque supportate da robuste criticitá, il fatto che questo premierato implichi modifiche sostanziali della Costituzione, proposte dalla sola maggioranza di governo, basta e avanza per capire che siamo sulla strada sbagliata della spaccatura e della contrapposizione.
Ecco quello che irresponsabilmente ci viene prospettato da una destra che non sa emanciparsi dalla cultura del nemico e dei nemici, anche a costo di inventarseli, sia all’interno che all’esterno.
E da una “cultura del capo”, antitetica a quella della partecipazione democratica e del bilanciamento dei poteri, che prevede diritti inclusivi e paritari delle persone.
Nulla a che vedere con la modernità e i cambiamenti epocali del nostro tempo, che richiedono certo assunzione di responsabilità, rispetto alla consistenza e talvolta gravità dei problemi, ma sempre nel rispetto delle regole costituzionali che non prevedono deleghe in bianco.
In democrazia si governa, non si comanda.
I cittadini hanno bisogno di governanti e buon governo, non di capi e sottoposti.
Anche le tribù della preistoria avevano un capo… ha detto la senatrice a vita Liliana Segre in Parlamento, nel contesto di un discorso tanto pacato quanto penetrante nei confronti del premierato, che mette tutti di fronte alle proprie responsabilità. Soprattutto quando afferma che non tutto può essere sacrificato in nome dello slogan: “scegliete voi il capo del governo”.
Senza premesse di valore, limiti e vincoli invalicabili, non esiste democrazia ma solo abuso di potere a danno dei cittadini e, in campo economico, dei lavoratori.
La legge delle leggi chiamata Costituzione è stata concepita proprio per impedirlo, a chiusura definitiva con ogni forma di dittatura che nega libertà e diritti personali fondamentali perciò definiti umani.
Quella italiana è un faro che illumina. Una bussola che indica la rotta.
Un libro da leggere e rileggere per formarsi ed educare alla convivenza e al rispetto le nuove generazioni.
La coscienza collettiva che mette al centro la persona.
Il solenne giuramento che limita e bilancia i poteri per garantire a tutti gli stessi diritti fondamentali.
È il “libro” della nostra convivenza civile, che esclude qualsivoglia forma di discriminazione e prevede solo sviluppo economico nel rispetto della dignità di ogni persona, di tutte le persone.
È coinvolgimento umano finanche nei confronti delle future generazioni.
Chi considera vecchia e superata la nostra Costituzione è in malafede.
Essa, viceversa, è nata per essere applicata e svilupparsi nel tempo, nelle diverse congiunture storiche, come spesso ci ricorda il Presidente Mattarella, per orientare lo sviluppo economico e dominare il progresso scientifico e tecnologico, altrimenti fine a sé stesso e contraddittorio.
Un progresso che, anziché governare i conflitti li fa esplodere fino alla dimensione tragica della guerra che richiede una economia al suo servizio e un potere finanziario che si adegua. Altro che sviluppo sostenibile.
Bello poter contare su persone anziane con il cuore palpitante carico di tragica memoria e con la mente lucida di chi conosce la radice e le conseguenze del potere nelle mani di una sola persona, come Liliana Segre.
Il suo intervento, fortemente critico nei confronti del premierato, carico di memoria, non può e non deve cadere nel vuoto.
L’indifferenza e l’equidistanza opportunistica sono malefici.
Meloni si muove già in modo spregiudicato su diversi fronti, compreso quello sindacale, resuscitando il divide et impera che i padroni di un tempo materializzavano creando e foraggiando i sindacati gialli, come adesso si sta facendo utilizzando le istituzioni e le aziende pubbliche in forma piuttosto preoccupante per la democrazia.
Che cos’è UniRai, se non un sindacato giallo che fiancheggia il governo e, a tale scopo, ha boicottato lo sciopero dei giornalisti Usigrai che protestano contro i direttori di rete/testata che prendono e danno ordini a danno del diritto dei cittadini di essere informati?
Tutto si tiene, il clima non è sereno, si va alle elezioni europee parlando d’altro, come se vivessimo in un Paese senza problemi e in progresso.
Come viene raccontato da un governo che ha perso contatto con la realtà e non capisce che, dietro i numeri letti senza un minimo di analisi, c’è una povertà che si consolida e aumenta anche perché si consolida e aumenta il lavoro povero che si rifiuta di contrastare, per non disturbare chi ne trae vantaggio “illecito”.
A riprova di un modello di sviluppo malato, ben rappresentato dalla corruzione del modello Liguria e dalla pervicace volontà di prendersela con i magistrati che faticosamente indagano per contrastarla anziché estromettere i corrotti senza bisogno di aspettare “il terzo grado di giudizio”. Tanto caro a corrotti e corruttori, consapevoli che la variabile tempo rappresenta lo scudo ideale delle loro malefatte.
La democrazia italiana, per quanto fragile e picconata, non merita di essere svenduta a questi e da questi signori.
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

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