La Spagna è il Paese europeo che cresce di più: il triplo dell’Italia.
Del 2,9% quest’anno, a fronte del nostro 0,9%.
Ancor più significativo è l’insieme delle misure che hanno stimolato questa crescita, difendendo e migliorando il potere d’acquisto dei lavoratori e le condizioni di vita dei ceti popolari più disagiati.
Questo è l’aspetto più interessante sul quale riflettere, trattandosi di misure coerenti con una visione dello sviluppo generatrice di coesione sociale, senza la quale la crescita del Prodotto interno lordo può anche aumentare iniquità e ingiustizie, emarginazioni e discriminazioni incompatibili con un sistema democratico inclusivo.
Il governo spagnolo ha avuto il coraggio di redistribuire un po’ di extraprofitti a favore dei lavoratori e delle persone in difficoltà, nonostante il parere contrario delle Banche e dei potentati imprenditoriali abituati a dettare le condizioni e ad esercitare veti.
Lo ha fatto con un pacchetto di misure che, a mio parere, indicano la strada da seguire, rispetto alla quale il mercato serve ma non basta.
L’Italia ha qualcosa da imparare dalla Spagna di Pedro Sanchez?
A mio parere sì, relativamente al momento e ai fattori che orientano lo sviluppo economico, se, chi governa, sente il dovere di dare risposte credibili, in primo luogo alle donne e ai giovani che, più di altri, patiscono le conseguenze materiali e psicologiche della precarietà del lavoro e nel lavoro, che non libera ma sottomette.
Come i risultati dimostrano, le risposte del governo spagnolo sono tutt’altro che ascrivibili al mero assistenzialismo.
Esse mettono in discussione lo sviluppo fine a sè stesso, che si mangia il futuro peggiorando il presente.
Cosa che succede “regolarmente” quando, al posto della civiltà del lavoro prevista dalla Costituzione, subentra l’inciviltà della convenienza a senso unico che mortifica i lavoratori attraverso lo squilibrio di sistema tra i diritti e i doveri delle due parti.
In Europa, nessun altro paese fa meglio della Spagna.
Il 2,9% di crescita previsto nel 2024, dopo l’ottimo 2,5% del 2023.
Un risultato che è frutto di misure antiprecariato, reddito di cittadinanza, salario minimo “indicizzato”, tassa di solidarietà sugli extraprofitti, immigrazione gestita con saldo attivo della popolazione, energie rinnovabili, che nell’insieme hanno migliorato la vita di tutti, generando sviluppo e non viceversa, come “racconta” chi si oppone a misure uguali o analoghe a quelle precitate.
L’Italia se la sogna una crescita del genere e soprattutto non fa intravedere nulla che possa somigliare ad una inversione di tendenza, nonostante i miliardi del Pnrr siano stati espressamente concepiti per realizzare sviluppo di questo tipo.
Il governo minimizza o ignora del tutto i problemi e gli squilibri sociali di sistema.
Dello 0,9% siamo cresciuti l’anno scorso, di un altrettanto 0,9% crescerà il Pil nel 2024, con una struttura occupazionale tra le peggiori d’Europa che avrebbe bisogno di misure analoghe e ancor più incisive di quelle spagnole, per abbattere il lavoro precario.
Il Presidente socialista Pedro Sanchez, nonostante sia a capo di una maggioranza parlamentare articolata ed esigua, ha resistito ai poteri forti e dato risposte incoraggianti.
Giorgia Meloni, finora, ha operato al contrario.
Non solo ha fatto marcia indietro sugli extraprofitti, in vergognosa coincidenza con l’abolizione del reddito di cittadinanza e la riduzione della spesa sociale, che ha colpito milioni di persone e famiglie, ma ha assecondato la parte più retriva del mondo imprenditoriale, che si annida anche nelle grandi imprese, alla quale fa comodo il precariato e perfino lo sfruttamento che dalle campagne arriva sui banchi della grande distribuzione, muta, sorda e cieca, per cinica convenienza.
Meloni la smetta una buona volta di fare la vittima, rispetti le istituzioni e il ruolo degli altri anziché esternare su tutto e tutti, perfino su una gara olimpica di pugilato femminile.
A Bologna, 44 anni dopo la strage fascista della Stazione, alla Presidente del Consiglio gliel’hanno detto chiaro e tondo che “fare la vittima con le vere vittime”, non funziona e non le fa onore.
Il quale onore, oggi più che mai, o è autenticamente antifascista, soprattutto nelle istituzioni e nel governo, o è retorica ambigua che nasconde e confonde e in ultima analisi rovina la reputazione dell’Italia in Europa.
E anziché trascinare in tribunale il grande storico italiano, Luciano Canfora, che l’ha definita “neonazista nell’anima”, ci rifletta sopra e tenti seriamente di affrancarsi dalla sua storia, visto che la fortuna e gli eventi le offrono la possibilità di farlo.
Dimostrerebbe finalmente di non essere tutta tattica e furbizia.
Come il governo che presiede.
G.G.
