“La situazione a Gaza è come il Giappone di 80 anni fa”.
Queste sono le spontanee parole di chi rappresenta l’Organizzazione giapponese Nihon HidanKyo che ha vinto il premio Nobel per la Pace 2024.
Una situazione talmente tragica che non trovano parole adeguate per essere definita.
Al terrore e ai terroristi di Hamas responsabili del massacro pianificato del 7 ottobre, da condannare senza alcun dubbio chiedendo l’immediata liberazione degli ostaggi, non si risponde con azioni militari che terrorizzano intere popolazioni, bambini scandalosamente compresi, annoverati tra gli “effetti collaterali”.
E non si risponde neppure con la violazione del diritto internazionale e il mancato rispetto delle istituzioni preposte a garantirlo.
Il governo Netanyahu lo sta facendo, seminando odio destinato a prolungarsi e propagarsi nel tempo, con la folle illusione di una “soluzione finale” del conflitto con i palestinesi ai quali hanno sottratto con la forza una parte della loro terra con insediamenti illegali.
Per quanto esile sia la nostra voce occorre farla sentire.
Il governo italiano l’ha fatto tramite il Ministro della Difesa Crosetto, è davvero intollerabile minacciare e sparare sui caschi blu dell’ONU.
Apprezzabili anche le iniziative comuni con altri governi europei, a riprova del fatto che di fronte a determinate situazioni è necessario andare oltre gli schieramenti politici.
Chiamiamola civiltà.
Il primo effetto della guerra in Medio Oriente e di quella tra Russia e Ucraina è una nuova corsa generalizzata al riarmo con spese militari alle stelle che tutti giustificano in chiave difensiva.
L’Europa spenderebbe meno di quanto spendono i singoli paesi in ordine sparso, se decidesse di dotarsi di una difesa comune, come il contesto geopolitico suggerisce.
Spese oggi “necessarie”, comunque sottratte al sociale e al bene derivante dalla pace e dal disarmo che ispirano e orientano le persone di buona volontà. I conti però si fanno con la realtà, senza per questo rinunciare alle sane utopie destinate a fare storia se “qualcuno” continua a crederci veramente.
Il Sindacato dei lavoratori è una utopia realizzata, è nato ed esiste per generare progresso sociale, per umanizzare il lavoro e non viceversa.
A maggior ragione dobbiamo calarci con molta attenzione nella multiforme realtà italiana che mal si concilia con i richiami generici e indistinti ai sacrifici del Ministro dell’economia Giorgetti e con “il gioco delle parti” dei 3 partiti di governo.
I lavoratori hanno bisogno di recuperare potere d’acquisto e tutela sociale, contrariamente a quanto si è verificato negli ultimi anni con i profitti non equamente distribuiti o reinvestiti delle (in particolare) grandi imprese.
Questa asimmetria è parte del problema che nessuno può negare e richiede risposte sia contrattuali che fiscali.
Chi sta ascoltando o ignorando il governo prima di decidere cosa fare?
Quando si parla di riforme e riformismo bisogna avere le idee chiare riguardo alla necessità di incidere sul come si crea e si distribuisce la ricchezza.
Al di fuori dell’autentica riconversione strutturale dello sviluppo, al neoliberismo della crescita purchessia, c’è solo il rimescolamento continuo e confuso delle carte in tavola che, nella sostanza, è vecchia conservazione e finanche regressione politica, sociale e civile.
Che altro è la tassazione a favore dei ricchi, che non a caso chiedono sempre il taglio della spesa pubblica/sociale, se non una sottrazione di benessere collettivo?
Come pure di mancato sostegno ai giovani e alle donne che faticano doppiamente a entrare e rimanere nel mercato del lavoro, anche per carenza di risorse finanziarie da destinare ai servizi che dalle tasse derivano.
O si lavora “insieme” per una economia di scopo, a partire dai contesti reali e territoriali in cui si opera -non c’è nulla di più importante del lavoro e delle sue molteplici correlazioni-, oppure i cambiamenti saranno solo di facciata e gli squilibri si accentueranno, come purtroppo si sta verificando, con forte rischio di ulteriore peggioramento nei prossimi anni.
La legge di bilancio 2025 rispecchia l’idea di Paese dello schieramento politico che la approva con il consenso più o meno esplicito dei potentati economici e finanziari, ai quali si chiede gentilmente se vogliono volontariamente contribuire, facendoli apparire responsabili e perfino generosi.
I lavoratori e i pensionati sanno benissimo cosa vuol dire fare sacrifici.
Lo sanno anche le imprese in reale difficoltà, che c’entrano poco con quelle che realizzano profitti stellari.
Sui ricchi, i mega stipendi e i profitti corposi delle imprese, il termine sacrifici è assolutamente inappropriato e fuorviante.
Patrimoniale?
L’Italia è vittima di giganteschi luoghi comuni e tabù che frenano il suo sviluppo economico, indeboliscono la convivenza civile e infragiliscono la coesione sociale.
Lo si riscontra nell’iniqua distribuzione della ricchezza prodotta, sia tramite la remunerazione del lavoro che il trattamento fiscale, dai quali derivano la qualità della vita delle persone e la qualità della democrazia.
Il governo in carica sembra interessato a stabilizzare il lavoro povero, instabile e insicuro, che il sistema delle imprese gradisce e utilizza a piene mani attraverso la filiera degli appalti e subappalti commissionata alla politica a misura delle loro richieste. Sul fisco adotta due pesi e due misure e non si pone nemmeno il problema di una decorosa tassazione a favore delle nuove generazioni, come da tempo si chiede a livello internazionale.
L’Italia è sempre meno una comunità nazionale coesa, e ancor meno lo sarà se andrà in porto la disgraziata autonomia differenziata architettata dal “Salviniano” Calderoli.
Qualunque governo di qualunque ispirazione, dovrebbe sentirsi impegnato a rafforzare la comunità nazionale, non in astratto o per difendere i confini che nessuno minaccia, ma per tutelare e migliorare le condizioni di vita e di lavoro di tutti.
Impresa impossibile quando i governi sono tanto permissivi e tolleranti in alto quanto autoritari e intolleranti in basso.
Dal che si capisce la posta in gioco e la necessità di impegnarsi attivamente per riportare l’Italia nel sentiero indicato dalla Costituzione.
Averne memoria e immetterla nel nostro agitato presente è di fondamentale importanza per non andare fuori strada.
Non c’è tempo da perdere.
G.G.
