L’iniqua distribuzione della ricchezza non è figlia della democrazia e delle pari opportunità, quanto piuttosto della loro negazione.
Che futuro può avere un Paese con un governo che si occupa di tutto tranne che di questo grande problema, che impatta sulla vita delle persone e delle future generazioni?L’Italia non è condannata a convivere per sempre con gli squilibri territoriali e socioeconomici che la caratterizzano da lungo tempo e che negli ultimi anni si sono aggravati, dopo l’illusoria ripresa post Covid e la poco virtuosa (finora) gestione dei miliardi del Pnrr.
Ma sarà così fino a quando chi governa non si pone nemmeno il problema e anzi lo aggrava con misure che peggiorano le condizioni di vita e di lavoro delle persone.
Come si può constatare nelle periferie d’Italia, dove vivono le persone e le famiglie a scapito delle quali il governo ha fatto cassa dimezzando il sostegno economico senza offrire concrete alternative.
Abbiamo bisogno di riforme vere che distribuiscano la ricchezza in modo più favorevole alle persone che materialmente la producono. Non di pseudo riforme che lasciano inalterata la sostanza.
Il lavoro dev’essere fonte di benessere psicofisico, di cittadinanza piena e integrazione sociale, non di malessere.
Ma è inutile parlarne in modo generico, come se il fenomeno del lavoro povero e precario non avesse cause e responsabilità precise, della politica e del sistema delle imprese che ha chiesto e ottenuto leggi a misura delle sue preferenze e dei suoi interessi, con aiuti e incentivi a pioggia sostanzialmente “incondizionati”. A beneficio di un dumping sociale nostrano che trova riparo nella parte peggiore della politica, tecnicamente modernista, sostanzialmente conservatrice.
Nulla è più asociale e “incivile” della sperequata distribuzione della ricchezza che inizia con il lavoro sottopagato e si consolida nell’ingiustizia fiscale di sistema.
Siamo nel tempodella dismisura e delle smisurate ricchezze, per favorire le quali si paga il meno possibile chi lavora, si riduce la spesa sociale, si stigmatizza culturalmente la povertà, si incentiva l’individualismo a scapito del bene comune.
Invertire la tendenza non è facile, ma è necessario. Questa matura consapevolezza giustifica lo sciopero generale del 29 novembre e una svolta nella contrattazione sindacale, sia di categoria che aziendale e territoriale, per recuperare potere d’acquisto, salvaguardare e sviluppare lo stato sociale attraverso una adeguata destinazione di risorse.
Il Sindacato ha il diritto dovere di confrontarsi dialetticamente con i governi che si alternano alla guida del Paese, con le forze parlamentari che fanno le leggi, a partire da quella annuale di bilancio che decide dove prendere i soldi e come distribuirli.
Ci vuole un bel coraggio ad esprimersi positivamente nei confronti dell’operato e delle misure del Governo Meloni, come fa sistematicamente il segretario generale della Cisl Luigi Sbarra, con l’aggiunta di accuse inconsistenti nei confronti di CGIL e UIL che, nella sostanza, convergono con quelle di Salvini e Meloni. Si comporta da supporter del governo. Mi spiace sinceramente dirlo, da persona che crede profondamente nell’importanza dell’unità dei lavoratori e di chi li rappresenta. Nulla è più politico del come si concepisce l’economia e la distribuzione della ricchezza. Oggi siamo di fronte a una abnorme quantità di lavoro povero e a un gigantesco problema fiscale che il governo tenta di “risolvere” con criteri tutt’altro che ascrivibili alla volontà di distribuire più equamente la ricchezza generata dal lavoro. Le misure fiscali riservate a specifiche “categorie” e agli “evasori di professione” generano nuove insopportabili disparità.
Stare a guardare significa essere conniventi. È un falso storico sostenere che i salari italiani siano bassi per effetto della bassa produttività, sic et simpliciter.
È vero piuttosto che il lavoro povero ha contribuito e continua ad alimentare profitti “sproporzionati” che le grandi imprese realizzano anche attraverso il sistema degli appalti e subappalti di cui si giovano. Questo è il vero maltolto che, in un modo o nell’altro, andrebbe restituito ai lavoratori e alla spesa sociale.
Certo che serve una “riforma della contrattazione”, ma questa deve scaturire dalla consapevolezza che la questione salariale non è scollegabile dalla democrazia economica, dentro la quale i lavoratori sono cittadini partecipi e consapevoli dei loro diritti e doveri, estranei a ogni forma di “funzionale” sottomissione.
Quando Amazon, o imprese appaltatrici, che lavorano alle sue condizioni e con i suoi algo-ritmi, licenzia un lavoratore (Valter De Cillis) che non riesce a consegnare 150 pacchi in 6 ore, comandato da un programma chiuso e ottuso che ci ostiniamo a chiamare intelligenza artificiale, in realtà assieme alla persona licenzia i diritti sindacali, lo Statuto dei lavoratori e la Costituzione. Riflettiamoci bene, prima che sia troppo tardi.
I lavoratori e chi li rappresenta non amano il conflitto fine a sè stesso, anzi ne farebbero volentieri a meno. È la realtà di fronte alla quale ci troviamo che impone di praticarlo cum grano salis per migliorare la vita delle persone, a partire dal lavoro. Qualsiasi proposta di riforma della contrattazione dev’essere accompagnata dalla volontà di scardinare resistenze politiche, culturali e purtroppo anche sindacali che non associano il lavoro e il fisco alla qualità della nostra democrazia.
Riconoscere il come e il perché sia andata maturando la questione salariale nel nostro Paese è la condizione necessaria per puntare a una contrattazione più qualitativa ed efficace fin da subito. Il tempo dell’impegno e della partecipazione è ora. Incombono minacce e movimenti pericolosi che richiedono memoria attiva e saldi punti di riferimento.
La democrazia italiana non è in vendita, anche se c’è c’è chi vorrebbe “comprarsela” con atteggiamenti spregiudicati, come abbiamo constatato subito dopo le elezioni americane. Per fortuna ci ha pensato il Presidente Mattarella a difenderla e a salvaguardare la nostra dignità nazionale. E, per mera coincidenza, il giorno dopo la Corte Costituzionale ha rimesso in discussione la scriteriata autonomia differenziata. Non è finita. Anzi, la partita per la democrazia, i diritti e le libertà è appena ricominciata a livello nazionale, europeo e internazionale. Ragione di più per esserci e partecipare carichi di memoria e futuro che si tramutino in pensiero e azione nel presente. Un presente carico di incognite e tuttavia anche di speranza che spetta a ognuna e ognuno di noi alimentare.
G.G.
