Giocare con le parole è diventato un mestiere. Oggi, in Italia, in politica e anche nelle relazioni sindacali, si parla spesso di senso di responsabilità con l’intento di capovolgerne il significato.
L’intervento della Presidente del Consiglio Meloni in casa CISL per accusare CGIL e UIL di praticare un sindacalismo tossico, con la sconcertante ovazione del Consiglio Generale della precitata Confederazione nel momento del passaggio delle consegne da Luigi Sbarra a Daniela Fumarola, lo conferma.
Invito peraltro inusuale in quanto non si trattava di un congresso o di una conferenza di organizzazione. Una sorta di benedizione politica all’uscente e alla subentrante. Ce n’era bisogno? Evidentemente sì per la Cisl dei nostri giorni, assai diversa da quella di Pierre Carniti, Savino Pezzotta e della stessa Annamaria Furlan. Distante, nei fatti e sui contenuti, a parere di chi scrive, dalla dottrina sociale della Chiesa, nella versione di Laudato si’ di Papa Francesco, la cui lettura farebbe bene a credenti e non credenti.
Se quello che stiamo attraversando è il tempo in cui tutto è possibile, solo alla luce di questa premessa si può “comprendere” come un sindacato di lavoratrici e lavoratori possa fiancheggiare fino a questo punto un governo che non ha storia, cultura, volontà e credibilità tali da giustificare una simile amicizia politica. A scapito e contro i naturali “compagni di strada”.
Una condizione che, per fortuna, non è generalizzata in tutte le categorie, i territori e i luoghi di lavoro, dove il contatto diretto con la base e tra le persone che vivono gli stessi problemi produce risultati diversi e azioni sindacali comuni , benché non omogenei e comunque condizionati dall’incultura unitaria inoculata dall’alto.
Siamo in presenza di una innaturale alleanza con forze politiche ed economiche che non prediligono un rapporto equilibrato tra imprese e lavoratori, che rivendicano e praticano una politica fiscale in oggettivo contrasto con la spesa sociale, il welfare dei lavoratori e dei pensionati.
Che il governo utilizza per millantare risultati mai visti, a fronte di una crisi industriale a dir poco allarmate, di un lavoro povero che continua a crescere per cause più interne che esterne, di uno “sfruttamento normalizzato”, così definito da diverse Procure della Repubblica, funzionale alle modalità attraverso le quali numerose grandi imprese “ottimizzano” la loro produttività/redditività appaltando ad altre il “lavoro sporco”.
“Quando ci sono ingiustizie e c’è qualcuno che le combatte, il conflitto è tutt’altro che tossico”, dichiara energicamente lo storico Alessandro Barbero. Chi si tira fuori deve giustificarsi, non viceversa.
E fuori dalla realtà sono coloro che capovolgono i giudizi rispetto al momento storico che stiamo vivendo, ai rischi e ai pericoli che dovrebbero accomunarci nella difesa della democrazia, che i miliardari americani del terzo millennio vogliono stravolgere con l’aiuto dei loro alleati europei, anche italiani.
Come un tempo fu necessario lottare, rischiare e pagare un prezzo altissimo per conquistare diritti, condizioni di lavoro e di vita migliori, oggi siamo chiamati a spenderci con determinazione per difenderli. In tutti i modi e in tutte le occasioni in cui si esercita concretamente la partecipazione, Referendum compresi.
Se il nostro mercato del lavoro è squilibrato da diversi punti di vista e con diversa intensità territoriale, sempre a danno delle donne e dei giovani, chi è intellettualmente onesto deve pur ammettere che qualche errore in passato è stato fatto e riconoscere la necessità di rimediare. Governare per favorire una parte attraverso la penalizzazione dell’altra, come oggi avviene nel lavoro e tramite la politica fiscale, consolida gli squilibri esistenti e ne crea altri. Il fenomeno del lavoro povero è figlio di questo orientamento per nulla riformista o falsamente riformista.
Che credibilità può avere un governo che continua a “rottamare cartelle” anziché affrontare seriamente il problema di una più equa redistribuzione della ricchezza, nel lavoro e attraverso una proporzionata ripartizione del carico fiscale? E un sindacato che lo supporta?
Arrampicarsi sui vetri fino al punto di aderire alla tesi tanto puerile quanto mistificatoria, secondo la quale “il salario minimo impoverisce”, come dichiara la nuova Segretaria generale della CISL Daniela Fumarola, in perfetta continuità con il suo predecessore, non significa altro che chiudere gli occhi di fronte allo sfruttamento e al lavoro sottopagato. È vero l’esatto opposto e questa è la sola ragione per la quale anche associazioni imprenditoriali che in teoria (in teoria…) sarebbero a posto, si dichiarano contrarie. Perché a posto non lo sono nelle filiere produttive degli appalti e dei subappalti.
Non lottare contro le palesi ingiustizie equivale all’irresponsabile voltarsi dall’altra parte che genera assuefazione, come la storia/memoria insegna.
Sul Corriere della Sera dell’11 Febbraio 2025 l’economista di orientamento cattolico Stefano Zamagni sostiene che “la democrazia non può reggere all’attuale concentrato di potere politico, economico e tecnologico nelle mani di pochi soggetti”, e parla apertamente (parole sue) di “manipolazione delle menti” attraverso l’utilizzo politico delle piattaforme social.
Egli parla esplicitamente di rischio di de-democratizzazione della democrazia chiamando a raccolta “il mondo dell’intellettualità e, specialmente di coloro che si dedicano a indagare la realtà economica e sociale, intervenendo con più forza e indipendenza”. Ora, in Italia e in Europa, prima che sia troppo tardi. Andare a braccetto con gli amici dei nostri nemici dichiarati che vogliono assimilarci non è cosa buona e giusta.
Stare con Trump e Musk equivale a mettersi contro l’Italia e l’Europa.
G.G.
