Non esistono validi motivi per non tutelare ragionevolmente e paritariamente le lavoratrici e i lavoratori.
La lotta per i diritti misura la salute della nostra democrazia. Vada come vada, ai referendum su lavoro e cittadinanza ci siamo arrivati per assoluta indisponibilità del governo ad apportare le modifiche originariamente richieste da CGIL CISL UIL, sebbene oggi, purtroppo, non sia più così. La battaglia per il lavoro dignitoso proseguirà. Chi crede in determinati valori e obiettivi non si ferma di fronte agli ostacoli.
I benpensanti che la sanno lunga sostengono che i lavoratori hanno bisogno di salari più alti, non di “vecchi diritti del vecchio Statuto”, ma occultano l’intima interdipendenza tra l’insoddisfacente livello degli uni e la carenza degli altri.
Rifiutano di agire su entrambi i lati e sulla iniqua distribuzione della ricchezza alla quale fa gioco lo status quo.
Oggi, milioni di lavoratori in Italia non godono degli stessi diritti e della stessa libertà sindacale dei loro colleghi, senza alcuna plausibile giustificazione. Solo l’ideologia conservatrice secondo cui l’impresa funziona meglio con meno regole giustifica questo squilibrio. Ma ciò che è davvero anomalo non è chi lotta per superarlo: è il fatto stesso che debba ancora farlo.
La partecipazione al voto è ossigeno per la democrazia. Aver promosso l’astensione in un Paese che ormai ne soffre è stata una pessima decisione, fortemente diseducativa verso i giovani e i giovanissimi chiamati alle urne per la prima volta.
Si è negata a loro la possibilità di essere informati meglio, approfondire e confrontarsi su temi di grande rilevanza. La Rai non ha svolto il servizio pubblico che doveva assicurare, i suoi vertici si sono dimostrati asserviti al governo.
Anche per questa ragione i voti dovranno essere pesati e non solo contati. A spoglio concluso si spera di ri-mettere davvero al centro il lavoro, non per negare la “centralità dell’impresa” ma per sostenere che essa per prima ha il dovere di concepire la modernità in connessione con la responsabilità sociale. Con modelli di sviluppo capaci di umanizzare il lavoro utilizzando l’intelligenza artificiale, non viceversa. Utopia? Forse. Ma quando mai la storia ha prodotto risultati significativi senza porsi obiettivi solo apparentemente irraggiungibili? Dobbiamo rassegnarci allo sfruttamento, alla pirateria e al precariato?
Quando il Presidente di Confindustria Orsini dice che “rimettere in discussione il Jobs act sembra una pazzia, in fondo rivela chi ha chiesto e ottenuto la tipologia di flessibilità dalla quale è scaturita anche la pirateria contrattuale che ora dice di voler “attaccare” ma di cui usufruiscono anche le imprese che associa nelle filiere di appalti e subappalti che non garantiscono “nemmeno” la salute e la sicurezza dei lavoratori.
Avere imprese sane e profittevoli è sicuramente nell’interesse dei lavoratori. Ma in democrazia non funziona che “il fine giustifica i mezzi” e nel lavoro, oggi, spesso, le persone diventano mezzi standardizzati in funzione di una redditività di cui non ci si accontenta mai e si vuole costantemente migliorare.
Basterebbe “raccontare” ai giovani come si è arrivati al reintegro nel proprio posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo, per capire che dare questo diritto anche alle nuove generazioni non è un ritorno indietro ma un atto di giustizia avverso la rediviva mentalità padronale che pretende di tariffare la dignità.
La libertà sindacale, di fatto, è stata ridimensionata anche per questa via, chi lo nega non è in buona fede. Non c’è nulla di moderno e innovativo nel perorare la precarietà di sistema.
Basterebbe soffermarsi sulla scheda di colore rosso rubino, simile al sangue dei lavoratori vittime di gravi infortuni sul lavoro e di carente tutela della loro salute, per comprendere che la responsabilità delle imprese appaltanti è necessaria per fare prevenzione nell’intera filiera produttiva.
Basterebbe avere buonsenso ed essere realisti per considerare ragionevole accorciare i tempi della concessione della cittadinanza, nel solco dello Stato laico e del pluralismo culturale che equivale al rafforzamento della democrazia come la concepisce la nostra Costituzione. I Vescovi italiani hanno detto chiaramente che “il vero cristiano cattolico non può che votare Si”.
Chi ha evitato di confrontarsi pensa di aver risolto il problema, ma non è così.
Resistete. «Solo un umanesimo rigenerato può salvarci. Un pensiero capace di unire invece che dividere, di accogliere la complessità invece di negarla». Con queste parole il filosofo, sociologo e antropologo Edgar Morin, maestro di saggezza, invita a lottare senza mai perdere la speranza. E aggiunge: “non è una probabilità, è una possibilità”. A chi spetta alimentarla se non “noi”?
G.G.
