Il chiodo fisso di Angelo Mastrolia è l’integrazione dell’industria e della distribuzione alimentare comprensiva di beni e servizi in grado di realizzare un risultato superiore. Con direzione strategica centralizzata.
Quella di un uomo che crede fermamente in questo modello di “impresa sopra le imprese” e si propone di trasformare Carrefour Italia in (parole sue) una Luxottica del food.
Non so quanto sia felice questo parallelismo, che comunque serve a capire quanto sia ambizioso il Presidente Esecutivo di NewPrinces.
Questo, in estrema sintesi, per il momento, è il “progetto” del protagonista dell’”operazione Carrefour”, a cui si rimprovera di aver fatto il passo più lungo della gamba decuplicando dall’oggi al domani il suo giro d’affari, senza esperienza diretta nel settore in cui entra per la prima volta con la ferma volontà di reinventarlo.
Da solo o con soggetti cointeressati alle spalle, pronti a supportare, scorporare e condividere con lui oneri e profitti?
Con il “supporto” del governo sicuramente. Il quale ha già esternato giudizi lusinghieri sul passaggio di mano, pari all’ostruzionismo nei confronti di altri operatori economici e finanziari meno disposti alla sovrapposizione tra affari e politica.
La mancanza di esperienza nella grande distribuzione preoccupa non poco. Produrre e vendere al dettaglio, anche a domicilio, e pure a clienti particolari, come alberghi, ristoranti e bar, come prevede il suo progetto, sono mestieri completamente diversi, ma l’acquirente crede fermamente nel rilancio delle strutture di vendita acquisite, secondo la sua visione.
In che modo, strutturalmente e organizzativamente, dovrà spiegarlo alle organizzazioni sindacali di categoria. L’auspicio è sempre quello di un piano discusso, condiviso e sottoscritto unitariamente dai rappresentanti dei lavoratori. Non sarà facile, ma l’approccio dev’essere positivo.
Mastrolia insiste molto sull’alimentare, ma l’azienda acquisita ha in pancia 41 ipermercati e strutture all’ingrosso che non vendono solo food. Significa che interessano meno, o cosa?
Le persone che ci lavorano non sono oggetti. La dignità non ha prezzo. Vale per tutte le lavoratrici e i lavoratori del gruppo Carrefour, affiliati e franchising inclusi.
Sostiene che “il problema non era il mercato italiano, ma la gestione francese”, ma nel contempo cita come esempi virtuosi la Coop Svizzera e la catena Migros, di cui evidentemente ha studiato le strategie di successo che pensa di imitare, dimenticando che le catene commerciali, soprattutto quelle complesse che includono Iper, Super e Minimarket di vicinato, con bacini di utenza diversificati, non sono replicabili a tavolino.
Comunque vuole dare una prospettiva diversa agli oltre mille punti di vendita nei quali attualmente lavorano almeno 18 mila lavoratrici e lavoratori ai quali ne vanno aggiunti 11 mila in “attività accessorie”.
Persone con famiglie storie e problemi da rispettare, iniziando dalle organizzazioni sindacali che li rappresentano. Non servono parole di circostanza ma impegni concreti.
Oggi, in Italia, le imprese di grande distribuzione sono un misto di modernità esibita e arretratezza nascosta.
Il Dr. Mastrolia dimostri di saper integrare e innovare anche nel lavoro e nelle relazioni sindacali, se è vero che crede nel modello Luxottica, dove la responsabilità sociale d’impresa e la partecipazione dei lavoratori hanno fatto passi avanti significativi, anche dal punto di vista della bilateralità diretta.
Una grande impresa che si disinteressa delle persone che ci lavorano, o per conto della quale lavorano tramite servizi in appalto, non si può definire socialmente responsabile. Non occorre essere degli Adriano Olivetti per capirlo.
Nelle filiere in cui sono “direttamente” coinvolte, nei rapporti con la logistica, nei servizi a domicilio tanto cari al nuovo capo azienda, non di rado si registrano comportamenti nei confronti dei lavoratori di cui ci si dovrebbe vergognare. E se non ci si vergogna e non si fa nulla per eliminarli, vuol dire che si è perso qualcosa di molto importante riguardo al principio di responsabilità. Altro che modernità.
Nelle inchieste della Procura di Milano c’è finito anche il Gruppo Carrefour GS.
Cosa intende quando afferma di voler ammodernare la logistica? Perché non parla anche del rapporto in chiaroscuro dell’industria e della grande distribuzione con l’agricoltura?
L’una e l’altra potrebbero (e dovrebbero) contribuire a stroncare lo sfruttamento con protocolli e certificazioni attestanti regolarità e legalità. Gli strumenti esistono.
Integrazione è la parola chiave dei suoi programmi, ma se non ha un carattere anche sociale, che passa per il lavoro dignitoso, legale e regolare, in tutte le componenti della filiera, è solo efficientismo a scapito di stipendi e diritti sociali.
Per le organizzazioni sindacali non sarà facile rapportarsi con le strategie di questo imprenditore atipico(?). Credo lo debbano fare senza pregiudizi e nel contempo con fermezza. Con approccio commisurato a ciò che realmente rappresentano, oggi, le imprese di grande distribuzione nel sistema produttivo del Paese, a maggior ragione quando ne hanno di fronte una con un programma di sviluppo e ristrutturazione dirompente.
Una volta queste aziende prendevano ordini dall’industria, oggi dettano le condizioni, da diversi punti di vista.
Angelo Mastrolia vuole fare sia il produttore che il distributore e l’erogatore di servizi integrati con logica da finanziare e regia centralizzata; ferma, integrata e unitaria dev’essere anche la strategia sindacale.
La “rivoluzione del retail” che preannuncia richiede una robusta rivalutazione della contrattazione che recuperi al meglio il diritto di informazione organica, comprensivo di appalti e protocolli degli stessi. Vero e proprio bubbone del mercato del lavoro dove succede di tutto perché… si lascia fare.
Banco di prova di una innovativa contrattazione inclusiva, che al concetto di organizzazione del lavoro associ quello di organizzazione della produzione di beni e servizi in filiera con diritti e tutele per tutti, a prescindere dal segmento in cui si lavora.
Poi c’è la politica dei prezzi con la grande distribuzione che si vanta sempre di tenerli bassi. E da dove viene allora la differenza tra l’inflazione ufficiale e quella del carrello della spesa? Istat di luglio registra l’1,7% di inflazione, il carrello della spesa il 3,4%, di cui la metà riguarda proprio il settore alimentare. Tasto delicato connesso alla strategia della confusione per mettere nel sacco i consumatori, di cui magari ci occuperemo in una prossima occasione. Buon lavoro Presidente Mastrolia, ma si ricordi che ha ereditato un patrimonio umano e professionale di prim’ordine. Non lo sperperi.
G.G.
