Lo sfruttamento dei rider non è un’anomalia. Non è una stortura marginale del sistema. È un segnale. È la spia accesa di un modello che utilizza la tecnologia non per emancipare il lavoro, ma per controllarlo, frammentarlo, svalutarlo.
La tecnologia non è neutrale. Non lo è mai stata. Riflette gli interessi di chi la progetta, di chi la governa, di chi la utilizza per organizzare potere e profitti.
Nell’economia, nel lavoro, nella raccolta e nell’uso dei dati, perfino negli scenari militari, l’intelligenza artificiale è diventata un’infrastruttura essenziale. Non possiamo farne a meno. Ma proprio per questo non possiamo lasciarla senza regole.
Proprio perché è indispensabile, deve essere regolata e controllata.
Quando gli algoritmi decidono tempi, compensi, priorità e accesso al lavoro, non siamo più di fronte a semplici strumenti: siamo davanti a dispositivi di governo. E se questi dispositivi operano senza limiti etici e senza contrappesi democratici, il lavoro diventa la prima vittima.
Il problema dei limiti e degli scopi dell’utilizzo della tecnologia riguarda tutti.
Esiste una dimensione politica apparentemente “lontana” — che pure ci riguarda — ma esiste anche una dimensione contrattuale e sindacale che ci tocca direttamente e sulla quale è urgente intervenire.
Lo dimostra l’intervento della Procura di Milano che ha disposto il controllo giudiziario di Glovo e Deliveroo. Non è un episodio settoriale. È un segnale che va oltre il singolo caso.
Si allunga l’elenco delle grandi imprese che, direttamente o tramite società di servizi, sfruttano lavoratrici e lavoratori. Lo sfruttamento rappresenta il massimo della gravità. Ma quando avviene per mano di imprese strutturate, che non lasciano nulla al caso e programmano ogni aspetto dell’organizzazione, non siamo davanti a una deviazione: siamo davanti a un modello.
E allora la domanda è inevitabile: vogliamo limitarci a denunciare o vogliamo intervenire sui meccanismi?
O si incide sui dispositivi che hanno deteriorato il mercato del lavoro — agendo con coerenza nella contrattazione di primo e secondo livello, a prescindere da ciò che fa o non fa il governo, che comunque va incalzato — oppure sarà impossibile riportare tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori nell’alveo della regolarità normativa e retributiva cui hanno diritto.
La posta in gioco è altissima.
Siamo in una fase di passaggio in cui, colpo dopo colpo, può essere demolito il sistema di protezione sociale faticosamente costruito.
Le cosiddette “catene del valore” rischiano di trasformarsi in filiere produttive dove si espande il lavoro precario, sottopagato, privo di welfare e psicologicamente condizionato da algoritmi che determinano tempi, ritmi e compensi.
Molto del malessere diffuso e dell’iniqua distribuzione della ricchezza nasce qui. Non è un destino inevitabile. È il risultato di scelte organizzative e politiche.
La contrattazione sull’organizzazione del lavoro diventa decisiva. Ma non può essere rituale. Deve significare conoscenza, monitoraggio, trasparenza delle filiere. Senza questa consapevolezza diventa impossibile tutelare equamente tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori coinvolti.
Dietro e oltre i rider si intravede una questione di portata storica: l’utilizzo illimitato e privo di morale dell’intelligenza artificiale, oppure un suo impiego eticamente regolato, come è nelle corde della migliore cultura democratica europea, risorta dalle ceneri del fanatismo nazionalista che generò il nazifascismo.
Non è una disputa teorica. È uno scontro reale.
Siamo nel cuore di un passaggio storico che metterà alla prova governi, forze politiche, organizzazioni sindacali, imprese, associazionismo e cittadini.
Tutti siamo coinvolti. Tutti siamo chiamati a scegliere.
Senza etica il mondo sbanda.
Senza limiti si perde il senso dell’umano.
Senza regole chi comanda usurpa i diritti delle persone.
Qui sta la differenza tra l’esercizio autoritario del potere e il governo democratico, sempre imperfetto ma fondato su equilibri e responsabilità.
Non esiste futuro migliore se passa l’idea che la democrazia — e con essa la democrazia economica — sia un ostacolo alla libertà.
Nessuno si salva se la libertà diventa il lasciapassare per costruire monopoli privati che si sostituiscono alla legge e all’interesse pubblico.
È ciò che accade quando pochi grandi attori globali pretendono di dettare le regole del gioco, sfidando la civiltà del diritto.
C’è fame di lavoro dignitoso. Eppure si ripete che non si trovano lavoratori.
Ma di quale lavoro si parla?
Nel 2025 è aumentata in modo significativo la cassa integrazione, ordinaria e straordinaria. Molti giovani continuano a lasciare l’Italia perché non intravedono prospettive adeguate.
Il sistema delle imprese, soprattutto quello delle grandi aziende, appare spesso indifferente alla questione sociale, che coincide in larga parte con quella salariale.
I giovani vanno bene se accettano condizioni che non permettono di progettare vita e famiglia. Servono per sostituire lavoratori più anziani e più costosi. Questo non è rinnovamento: è compressione dei diritti.
Il racconto di un Paese dall’economia solida non regge davanti a consumi stagnanti, salari erosi dall’inflazione, carenza di reddito netto da stipendi e pensioni.
Siamo dentro una crisi di sistema che penalizza il lavoro regolare e contrattualizzato.
Oggi la tecnologia consentirebbe una tracciabilità diffusa dei processi produttivi. Se usata con trasparenza, renderebbe visibili responsabilità e squilibri senza attendere l’intervento della magistratura.
Se le cose non cambiano, non è per mancanza di strumenti. È per mancanza di volontà. È perché si preferisce non disturbare chi concentra ricchezza e potere.
Ma nessun equilibrio sociale regge a lungo quando la forbice si allarga oltre misura.
Un altro modello di sviluppo è possibile. Ma non è in offerta speciale.
Richiede coerenza nella contrattazione, coraggio nelle decisioni politiche, etica nell’innovazione tecnologica. Richiede la consapevolezza che non tutto ciò che è tecnicamente possibile è socialmente giusto.
Intanto soffia il vento di nuove guerre, alimentato da una cultura della prepotenza che produce rotture profonde e alleanze tossiche.
La questione dell’uso della tecnologia non è neutrale. È la questione del nostro tempo.
E la domanda non è se saremo coinvolti.
La domanda è da che parte sceglieremo di stare.
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

Giovanni Gazzo

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