L’Italia vive dentro un paradosso.
Ha una Presidente del Consiglio donna; donne sono la ministra del Lavoro, la ministra delle Pari Opportunità e quella del Turismo. Donna è anche la Presidente della Commissione Giustizia del Senato, che si occupa del drammatico problema della violenza sessuale con un approccio che rischia di produrre un arretramento culturale e giuridico.
Eppure la vita delle donne non è migliorata.
Piuttosto si può constatare un peggioramento generalizzato per lavoratrici e lavoratori, sia per effetto dei dazi scriteriati e del furore bellico trumpiano, sia in conseguenza di una politica economica e sociale che non prevede una reale perequazione salariale rispetto all’inflazione né una effettiva equità distributiva sul piano fiscale.
Se c’era poco da festeggiare prima, ancor meno la parola festa si addice al clima di guerra di questo 8 marzo 2026. Eppure parlarne è necessario, perché quello dei diritti delle donne non è un tema settoriale ma una questione di interesse generale.
Tutti i diritti — civili, politici, economici, sociali e culturali — hanno la stessa dignità. Quando uno arretra, indebolisce tutti gli altri.
Fare avanzare i diritti delle donne significa inevitabilmente alimentare una prospettiva di sviluppo che mal si concilia con un orientamento machista e gerarchico in politica e liberista in economia, non estraneo al fanatismo geopolitico che sta sconvolgendo il mondo.
Difendere e sviluppare questi diritti, nell’attuale situazione, non è facile. Ma è necessario.
Le persone non si tutelano a pezzi. I problemi vanno contestualizzati.
Se per civiltà si intende un insieme di comportamenti materiali, sociali e culturali — usi, costumi, arte, tecnologia, economia e lavoro — tra i quali rientrano anche diritti e doveri, allora dobbiamo desumere che dal riconoscimento o dal ridimensionamento dei diritti delle donne dipende la direzione stessa della nostra convivenza civile.
Il governo sembra piuttosto impegnato a portare avanti una politica economica e sociale che danneggia i lavoratori dipendenti, dentro la quale le donne patiscono più marcatamente.
Perché il no al congedo parentale paritario?
Perché no al salario minimo?
Perché no alla sperimentazione della settimana corta e alla riduzione dell’orario di lavoro?
Perché “c’è un completo disinteresse” e “si vogliono solo costruire “alibi” per i morti sul lavoro”, come denuncia con durezza l’Associazione Nazionale fra Lavoratori Mutilati e Invalidi del Lavoro (ANMIL)?
Perché si continua a dare copertura politica alla pirateria contrattuale che coinvolge anche “sindacati di governo” asserviti?
Sono tutte questioni di interesse generale che però riguardano in modo particolare le donne e dimostrano ancora una volta che i diritti avanzano o retrocedono insieme.
Quando mancano barriere sociali efficaci, discriminazioni, difficoltà e fatica nella vita reale aumentano.
La carenza di lavoro e reddito pesa come un macigno sulla fonte primaria della libertà. Senza indipendenza economica, che deriva in primo luogo dal lavoro, è impossibile decidere come e con chi vivere — o non vivere più.
Non poter disporre liberamente del proprio tempo, come avviene in organizzazioni del lavoro sbilanciate, dove esistono doveri “rafforzati” e diritti “indeboliti”, svuota di significato perfino l’espressione “conciliazione tra vita e lavoro”.
Non è un bel momento per nessuno.
Le guerre aggravano la situazione. Come cittadini italiani ed europei siamo costretti a subirle, ma non c’è chiarezza nei confronti di chi le scatena. Dazi, energia, benzina, bollette e prezzi che aumentano sono la logica conseguenza.
Pace, diritti, lavoro e benessere sono incompatibili con la violenza, la sopraffazione e la guerra.
Da una parte diritti e stato di diritto.
Dall’altra squallore morale, prepotenza militare e corsa al riarmo che prosciuga la spesa sociale.
Sentirsi dire che non ci sono soldi per investimenti nel settore socio-assistenziale, e perfino per adottare misure che costerebbero poco o nulla, è inaccettabile.
Non basta quindi dichiararsi genericamente d’accordo sul rafforzamento dei diritti e della parità effettiva uomo-donna. E non basta nemmeno, come abbiamo visto, che determinati ruoli siano coperti da donne.
Serve un impegno costante. A partire dalla consapevolezza che l’8 marzo non è una festa, ma una giornata internazionale di lotta per i diritti e la parità, nata per ricordare battaglie sociali.
La libertà delle donne è illusoria se non passa attraverso l’economia e il lavoro.
La guerra, anche quando sembra lontana, comprime il dibattito pubblico, polarizza e riduce lo spazio per i diritti sociali.
Il lavoro è l’altra faccia della ferita. Non solo perché le donne lavorano meno, guadagnano meno, dirigono meno.
Ma perché il lavoro femminile in Italia viene ancora trattato come un’opzione, non come un pilastro.
La maternità è ancora vista come un ostacolo, non come una responsabilità condivisa.
La cura è ancora considerata un destino privato, non una infrastruttura pubblica.
La precarietà resta la forma più diffusa di ingresso nel mercato del lavoro per i giovani in generale e per le giovani donne in particolare.
Gestire l’esistente e barcamenarsi è l’esatto opposto dei cambiamenti strutturali di cui le donne hanno bisogno, a beneficio dell’intera società.
In questo 8 marzo 2026 l’Italia appare così: un Paese che vive, da un lato, la forza simbolica di una leadership femminile; dall’altro la fragilità della condizione femminile.
È un Paese che parla di sicurezza mentre non garantisce sicurezza alle donne.
Che non riconosce il lavoro “invisibile” ma prezioso della cura.
Che dice di non essere in guerra mentre accetta un clima di conflitto permanente.
Che parla di famiglia ma non sostiene le famiglie reali.
Che parla di futuro mentre non investe sui giovani che quel futuro dovrebbero costruire.
Non basta cambiare chi guida, se non cambia la strada.
Non basta avere donne al potere, se il potere non cambia forma.
Non basta celebrare l’8 marzo, se l’8 marzo non diventa un giorno di verifica e non un rituale.
Se avanza la prepotenza arretra la democrazia.
La guerra preventiva è un’assurdità che, in mano ai malvagi, può giustificare tutto.
No, No e No. Che vale anche per il referendum sulla cosiddetta riforma della giustizia, di cui parleremo la prossima volta.
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

Giovanni Gazzo

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