Non è la magistratura che invade la politica. È una parte della politica che tenta di controllare la magistratura per non essere controllata. Difendere la sua autonomia significa difendere la Costituzione e il principio più semplice della democrazia: che la legge sia uguale per tutti.
La giustizia non deve essere “allineata” al potere. Pretenderlo significa tradire la sua funzione.
Quando una riforma interviene sugli equilibri tra i poteri dello Stato non siamo di fronte a una questione tecnica. Siamo di fronte a una scelta politica che riguarda il cuore stesso della nostra democrazia.
Ed è inevitabile chiedersi quale credibilità possano avere modifiche costituzionali promosse da una sola parte politica, elaborate e sostenute interamente dal governo.
La Costituzione, per memoria della sua genesi, non dovrebbe mai diventare terreno di conquista di uno schieramento politico. Quando questo avviene si registra una regressione di senso.
Ciò che dovrebbe tenere insieme il Paese rischia di dividerlo. Una Carta nata per essere patrimonio di tutti viene trasformata nel terreno di una contesa politica.
La giustizia è troppo importante per diventare oggetto di una disputa avvilente. Proprio per questo è necessario parlarne fino al momento del voto con rispetto reciproco, ma senza rinunciare alla chiarezza, come si addice a un referendum costituzionale.
In Italia ci sono milioni di persone rispettabili e stimabili che promuoveranno o bocceranno con il voto la cosiddetta riforma della giustizia.
Non meritiamo di essere trasformati in schiere contrapposte di fanatici che si accusano reciprocamente.
Questo clima di scontro permanente alimenta soltanto una logica antica e pericolosa: quella del divide et impera, utile a chi trasforma le divisioni del Paese in capitale politico.
Spesso i cittadini vengono trascinati dentro discussioni tecniche e interpretazioni giuridiche complesse. Ma questa è anche la strategia più efficace per distogliere l’attenzione dal punto essenziale.
Il vero problema dell’Italia non è cambiare la Costituzione: è applicarla fino in fondo.
Nella lettera e nello spirito, soprattutto nelle situazioni più difficili.
Di fronte alle urgenze economiche e sociali del Paese — a partire dal lavoro e dalle inammissibili disuguaglianze, emarginazioni ed esclusioni di fatto dal contesto socio-economico — l’ultima cosa di cui si sentiva il bisogno era una riforma della giustizia pensata soprattutto per renderla più “governabile” dall’alto.
Ovvero una giustizia meno libera di esercitare il proprio diritto-dovere di controllo di legalità anche nei confronti degli atti di governo e dei ministri, nel superiore interesse della collettività.
Non del populismo e dei populisti che pretendono di sostituirsi alla magistratura indicando capi d’accusa o anticipando sentenze negli studi televisivi o nelle piazze.
Se il potere esecutivo arriva a dire alla magistratura cosa deve fare o cosa non deve fare, allora il problema non è più tecnico.
Il problema diventa democratico.
Quando si altera l’equilibrio dei poteri non si cambia solo una norma tecnica.
Si cambia l’idea stessa di democrazia.
La giustizia rischia allora di passare da istituzione al servizio dei cittadini e dei loro diritti a istituzione controllata, funzionale all’orientamento e ai programmi del governo di turno.
La parola giustizia racchiude un valore etico, sociale e giuridico fondamentale: riconoscere e rispettare i diritti altrui, soprattutto delle persone più fragili, riparare torti subiti, difendere diritti violati.
Modificare la Costituzione con una maggioranza parlamentare che peraltro rappresenta una minoranza dei cittadini significa intervenire su un equilibrio delicatissimo.
Quando questo accade senza un consenso largo si corre il rischio di trasformare una riforma in un atto di forza.
Libertà e democrazia devono essere messe al riparo dal decisionismo politico che mal sopporta il controllo di legalità esercitato dalla magistratura.
La verità che emerge anche dalla propaganda che attribuisce ai giudici responsabilità inesistenti è un’altra.
Non è la magistratura che invade il campo della politica.
È una parte della politica che tenta di controllare la magistratura per non essere controllata.
La democrazia non è un automatismo. È un organismo fragile, fatto di limiti, garanzie e contrappesi.
Ogni volta che uno di questi equilibri viene alterato nel nome della convenienza politica del momento, non si modifica soltanto un assetto istituzionale. Si incrina un principio.
Per questo il problema non riguarda una corporazione, ma tutti i cittadini.
L’autonomia della magistratura non è un privilegio di categoria. È una garanzia per la libertà di tutti.
E quando questa garanzia viene indebolita, non si colpisce soltanto la giustizia.
Si indebolisce la democrazia stessa. Noi invece dobbiamo custodirla e svilupparla. Per questa “ragione” votare No é la scelta piú sensata.
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

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