Chiamiamo le cose con il loro nome.
L’Italia del lavoro soffre da troppo tempo la presenza di masnadieri che danneggiano pesantemente i lavoratori e inquinano l’economia.
Non si tratta di episodi isolati, ma di una presenza organizzata e tollerata che nel tempo si è consolidata fino a diventare sistema.
Dietro l’espressione gergale “pirateria contrattuale” si nasconde una realtà molto più brutale: un furto organizzato di salario, diritti e dignità.
Un furto che colpisce lavoratrici e lavoratori in carne e ossa e, insieme a loro, le famiglie, i figli, le prospettive di vita.
Furto non è una forzatura lessicale, ma la descrizione più aderente alla realtà. Quando a milioni di persone vengono applicati contratti costruiti per pagare meno, ridurre tutele e aggirare le regole della rappresentanza, ciò che si realizza è una sottrazione sistematica di ricchezza e di cittadinanza.
Nel pubblico impiego la rappresentanza sindacale è regolata: i contratti vengono sottoscritti da organizzazioni la cui rappresentatività è certificata secondo criteri chiari, fondati su consenso reale, voti e deleghe.
Nel settore privato, invece, questo principio elementare viene aggirato in nome di una presunta libertà che si trasforma, nei fatti, in arbitrio. Ma la storia insegna che la libertà senza regole non è altro che la legge del più forte che genera sottomissione e sfruttamento.
È contro questa legge che i lavoratori hanno sempre lottato e hanno imparato a organizzarsi; è per limitarla che è stato conquistato lo Statuto dei lavoratori; è per superarla che la Costituzione ha posto il lavoro a fondamento della Repubblica.
Ma la storia ci dice anche che le conquiste vivono se le facciamo vivere.
La pirateria contrattuale è un sistema che redistribuisce ricchezza al contrario.
E non si tratta solo di salari più bassi. Il lavoro sottopagato coincide con povertà materiale ed economica, ma anche educativa e culturale, abitativa e alimentare, oltre che relazionale.
Significa famiglie che consumano meno e vivono peggio. Bambini privati di opportunità essenziali, con effetti immediati e di lungo periodo sulla loro vita.
Il lavoro povero non è un incidente: è una scelta.
Una scelta resa possibile da una convergenza precisa di interessi economici politici e “professionali”, un’alleanza tra i peggiori imprenditori, i peggiori politici e “consulenti” che si prestano.
Non stiamo parlando di tutte le imprese. Finalmente anche nel mondo imprenditoriale emergano prese di posizione “contro chi fa concorrenza sleale e sfrutta i lavoratori”. Una conferma del livello di degenerazione raggiunto.
L’esatto opposto della democrazia sindacale ed economica di cui il Paese ha bisogno per generare sviluppo sostenibile e lavoro dignitoso.
Da troppo tempo si tollera l’intollerabile: soggetti che prosperano sullo sfruttamento operano indisturbati, talvolta con il sostegno diretto o indiretto della politica e perfino delle istituzioni.
Siamo arrivati alla resa dei conti?
Qualche segnale fa sperare, ma non è più tempo di auspici. L’inerzia non lascia le cose come stanno: le peggiora.
Siamo alla vigilia della scadenza dei termini previsti dalla legge delega 144/2025, che contempla interventi anche in materia di trattamenti minimi.
Il governo deve essere incalzato. Le associazioni imprenditoriali sono chiamate a una prova di coerenza e a una collaborazione davvero leale per debellare questa malattia.
I tempi sono stramaturi per agire sia sul piano legislativo sia su quello contrattuale. Una via non esclude l’altra.
Il doppio regime normativo tra pubblico e privato sulla rappresentanza sindacale è ormai anacronistico e insensato.
Costituzione e democrazia non si applicano a pezzi.
Serve una legge sulla rappresentanza e sul salario minimo, scritta bene, che non ostacoli la contrattazione ma la rafforzi.
Ma serve anche recuperare una consapevolezza essenziale: nessuna norma può sostituire la funzione storica del sindacato.
Il sindacato è chiamato a stare dentro il conflitto di interessi fisiologico tra lavoratori e imprese, a rappresentarlo attivamente, senza scorciatoie e senza subalternità.
Non deve privilegiare un livello di contrattazione a scapito dell’altro: serve buona contrattazione nazionale di categoria, per tutelare tutti, e buona contrattazione aziendale, capace di affrontare nodi decisivi come appalti ed esternalizzazioni, dove troppo spesso si annidano lo sfruttamento, il lavoro precario e sottopagato.
Nel lavoro sindacale non esistono scorciatoie. Serve pragmatismo, certo, ma dentro una visione. Serve competenza e responsabilità sociale.
Lo dimostra la questione salariale, che resta aperta. L’inflazione ha eroso il potere d’acquisto e il lavoro povero si è esteso. Le risposte sono state insufficienti, anche per una carenza di strategia complessiva.
Dove il lavoro è debole, la democrazia arretra.
Non intervenire sulla pirateria contrattuale e continuare a rinviare il tema del salario minimo rischia di alimentare la stessa logica: una competizione al ribasso che trascina verso il basso tutte le retribuzioni.
Sbaglia chi si oppone a una legge seria sulla rappresentanza, necessaria per azzerare i “sindacati di comodo” e i contratti pirata. Non bastano segnali. Servono scelte.
Quando si mettono sullo stesso piano imprese che rispettano le regole e imprese che non lo fanno, non si è neutrali: si asseconda lo status quo. Il che ha un costo sociale enorme.
Per recuperare il gap, sia pure gradualmente, i salari vanno aumentati al disopra dell’inflazione, non viceversa come spesso si verifica.
Negare democrazia nel lavoro significa negare democrazia nella società. Anche se questi fenomeni colpiscono una parte dei lavoratori, i loro effetti si propagano ovunque: inquinano il sistema produttivo, abbassano gli standard, legittimano l’ingiustizia.
È l’economia incivile. È l’irresponsabilità sociale di imprese e “professionisti che si prestano.
Non è una contraddizione tra le altre. Se la democrazia non passa attraverso il lavoro e l’economia, si riduce a una facciata: un contenitore elegante, ma vuoto, che finisce per nascondere e legittimare il peggio.
Il punto non è più descrivere il problema, ma spendersi per affrontarlo con determinazione perché abituarsi al peggio è il peggio che possa capitare.
E negare democrazia in democrazia significa tradire la memoria e compromettere il futuro
L’Italia del lavoro soffre da troppo tempo la presenza di masnadieri che saccheggiano i lavoratori e inquinano l’economia.
Per questa ragione è meglio chiamare le cose con il loro nome.
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

Giovanni Gazzo

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