Una memorabile presa di coscienza ha detto No all’inizio della fine della nostra Costituzione.
Un risultato che si deve alla straordinaria mobilitazione di quanti hanno colto il pericolo di vederla manomessa attraverso il cavallo di Troia della “separazione delle carriere” dei magistrati, presentata come un semplice dettaglio tecnico.
Proveniente da una “cultura” di governo autoritaria, fin dal linguaggio e dai metodi adottati, è stata una vera e propria forzatura aver pensato di modificarla per volontà di un solo schieramento politico, relegando lo stesso Parlamento a una innaturale e umiliante subordinazione.
Non esiste democrazia senza regole fondamentali condivise. Il metodo ne fa parte.
Il No a questo disegno ferma un processo e ne riapre un altro. Ma in politica nulla è automatico.
La sfida più difficile resta quella di far vincere l’Italia, rimettendo al centro la vita delle persone: il lavoro, un’economia sana che lo crei e lo rispetti, stipendi reali adeguati al costo della vita, un fisco equo e non costruito a piramide rovesciata contro lavoratori e pensionati.
Se “i conti a posto” non coincidono con un bilancio sociale positivo, significa che si è fuori strada: che si spende male e si distribuisce peggio.
Ed è difficile parlare di conti in ordine con un debito pubblico che, a gennaio 2026, ha superato i 3.112 miliardi di euro e continua a crescere, mentre l’Istat, a marzo, rileva una brusca caduta della fiducia dei consumatori.
E ciò nonostante si continua a ostacolare l’adozione di misure fiscali di buon senso, soprattutto a vantaggio delle nuove generazioni in cerca di lavoro dignitoso e di progetti di vita.
Dal referendum del 22-23 marzo è emersa la volontà di rispettare e attuare la Costituzione, non certo di cambiarla.
Un referendum così iperpoliticizzato non poteva non produrre effetti politici, nel breve e nel medio-lungo periodo, indipendentemente dal risultato. Ora ci siamo dentro.
Ma bisogna evitare che l’attenzione venga spostata dai problemi reali. Le dimissioni, peraltro tardive, di personaggi secondari, rappresentano fumo.
Il No non ha bocciato solo un quesito, ma ben altro. E questo vale per tutti, non solo per il governo.
L’anima della Carta risiede nel lavoro dignitoso, nella giustizia sociale, nella libertà associata alla responsabilità, nella scelta irreversibile del pluralismo, senza il quale qualsiasi regime potrebbe definirsi democratico.
Il No riafferma la volontà di stare insieme attorno a diritti e doveri comuni. Custodisce anche la memoria di come nacquero i 139 articoli della Costituzione: non da una sola mano né da una sola parte politica, a differenza di quanto si voleva fare con la cosiddetta “riforma Nordio”.
Se si va in senso contrario a ciò che la Carta indica e prescrive, si indebolisce il Paese. Anche nel caso di amicizie politiche dannose per l’Italia e la sua economia.
Sostenere il riarmo promosso da chi pratica sistematicamente la prepotenza è contrario allo spirito dell’articolo 11 della Costituzione – “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” – e comporta inevitabili tagli alla spesa sociale e agli investimenti in settori strategici.
Non ci sono soldi per i lavoratori e per la sanità, ma si trovano subito per le armi: stona parecchio.
Gli interessi e la dignità nazionale non si difendono accanto a chi ripropone la legge della forza e perfino guerre in nome di un cristianesimo lontano dalla stessa Chiesa e dal pensiero di chi la rappresenta. Un grande inganno
La partecipazione alla mobilitazione e al voto dei giovani è stata importante. Papa Francesco li invitava a “fare chiasso”, a “farsi sentire”: molti lo hanno fatto.
Resta da capire se politica e forze sociali sapranno cogliere e valorizzare questo segnale.
A tanti studenti e lavoratori fuorisede è stato di fatto impedito di votare, o hanno dovuto affrontare costi e disagi aggiuntivi: un segnale negativo.
A cosa serve l’intelligenza artificiale se non viene utilizzata per facilitare la partecipazione?
La Costituzione va letta e riletta. Va custodita, coltivata, sviluppata. È come una diga che distribuisce acqua attraverso i suoi canali, perché nessuno resti senza.
Funziona ancora, nonostante tutto. Ma ha bisogno di cura, utilizzando gli strumenti che essa stessa prevede. Usarli bene dipende da noi.
Dietro le parole calibrate dei padri costituenti c’è un umanesimo profondo, uno spirito unitario e una progettualità sociale di grande valore: questa è la sua anima.
La presa di coscienza c’è stata, ma il dopo referendum è tutto da costruire.
La politica, le forze sociali, le organizzazioni sindacali non possono restare a guardare. E non si dica più che i giovani sono disinteressati.
La maggioranza degli elettori ha detto No a un progetto, non semplicemente a un quesito tecnico. Un No che deve diventare impegno concreto per migliorare la vita dei cittadini.
Giovanni Bachelet, presidente del Comitato “Società civile per il NO al referendum” e figlio di Vittorio Bachelet – assassinato dalle Brigate Rosse il 12 febbraio 1980 all’Università La Sapienza di Roma mentre era vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura – ha paragonato questo risultato alla stagione della Resistenza e al referendum tra Repubblica e Monarchia.
È difficile non sentirsi coinvolti, anche emotivamente, nel ricordare quanto è costato avere una Costituzione come la nostra, nata per generare futuro: nel solenne impegno di non tornare mai più indietro.
Un punto fermo da cui ripartire, con la certezza che farla vivere significa pace, lavoro e benessere, in libertà e democrazia.
Non c’è premessa migliore per avviarsi verso un 25 Aprile e un 1° Maggio all’insegna della speranza che in primo luogo poggia su noi stessi e sulla nostra memoria collettiva.
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

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