Pasqua non è pace e speranza per tutti, come dovrebbe essere.
Molti la vivono nel dolore infinito, nella paura e nel gelido isolamento. Nei mari e nei deserti della vita, dove l’umano si eclissa.
Quest’anno arriva in un mondo ancor più avvelenato dalla competizione tossica per la supremazia militare, che prosciuga risorse altrimenti destinate al benessere collettivo: per curare anziché lacerare; per costruire anziché distruggere.
L’apice del male, contro cui oggi occorre lottare e resistere, è rappresentato dal potere illimitato concentrato in poche mani, che si propone di cancellare la parte migliore della storia contemporanea, quella che seppe dire no, per sempre, alle guerre di conquista e al colonialismo.
I diritti umani sono figli di questa nuova civiltà che ha tentato, attraverso le istituzioni internazionali, di dare concretezza al supremo ideale della “pace perpetua”, che sacralizza la persona come fine e mai semplicemente come mezzo.
I Paesi che conquistarono libertà e democrazia erano – e dovrebbero ancora essere – alla guida di questo processo storico, rimesso in discussione proprio da chi dovrebbe difenderlo.
Vivere in pace è il primo diritto umano dal quale tutti gli altri discendono.
La guerra, come sistema regolatorio basato sulla forza, è il peggio che possa accadere. Non solo per le sofferenze inenarrabili, che da sole ne giustificano il ripudio, ma anche per il peggioramento generalizzato della qualità della vita: aumenta il costo dell’energia, dei carburanti, delle bollette, dei beni essenziali.
Colpisce i più fragili e lascia macerie che gravano anche sulle generazioni future.
Distruggere è facile. Ricostruire no.
Per demolire bastano mestieranti interessati. Per generare futuro servono statisti, e più in generale una classe dirigente all’altezza.
Le guerre sono un ottimo affare solo per chi si arricchisce con cinica indifferenza. Quelle illegali vanno in questa direzione e accostarle alla pace è semplicemente offensivo, in primo luogo nei confronti delle vittime.
Sempre più voci, nel mondo della cultura e della politica, prendono posizione nei confronti dell’arroganza e della sopraffazione bellica.
Macron dice apertamente che Trump “parla troppo, non è all’altezza”. Il nostro Presidente Mattarella, con il suo stile, ha sempre difeso con fermezza il diritto internazionale.
Ben settanta artisti e curatori della Biennale di Venezia 2026 chiedono l’esclusione delle rappresentanze ufficiali di Israele, Russia e USA, accusando di crimini di guerra i loro rispettivi governanti.
La strada è sempre in salita, ma disponiamo di un patrimonio di resilienza radicato nella memoria collettiva.
Resistenza e speranza sono più vive che mai.
Guerra e pace generano modelli di sviluppo e sistemi relazionali profondamente diversi: visioni del mondo antropologicamente opposte. Questa è oggi la vera discriminante.
Siamo dentro un passaggio storico difficile, ma possiamo superarlo.
Pasqua interpreta il bisogno universale di vivere senza violenza, senza paura, senza rassegnazione. Un bisogno condiviso da credenti e non credenti.
Non è un’utopia. È una condizione necessaria.
Non è vero che la guerra è nel destino dell’umanità.
Si dice spesso: “è sempre esistita”. È vero, anche se “relativamente”. Ma dopo la seconda guerra mondiale il mondo ha provato a cambiare strada. Sono nate le Nazioni Unite per garantire la pace e la sicurezza internazionale, non il loro contrario.
L’Europa ha rappresentato un esempio straordinario: ha detto basta alle guerre fratricide e ha abolito la pena di morte al proprio interno. Non è una differenza marginale.
Anche se fragile e incompiuta, picconata dall’interno e aggredita dall’esterno, resta una realtà in cui la pace è fondamento e la struttura militare è concepita solo in chiave difensiva, coerente con i principi della Costituzione italiana.
Il nostro futuro passa da qui, non dalla logica del riarmo.
È deterrenza la “guerra preventiva” che giustifica ogni aggressione?
È deterrenza un linguaggio violento accompagnato da bombardamenti che brutalizzano e terrorizzano anche i bambini?
“A Gaza c’è gente che vive nelle fogne, tutto è ancora distrutto”, testimonia il Patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa.
Le decisioni di Trump e Netanyahu hanno effetti globali e pongono interrogativi profondi.
Per questo è essenziale distinguere tra popoli e governi: tra chi alimenta la violenza e chi difende lo Stato di diritto; tra chi piega la morale ai propri interessi e chi si riconosce nei diritti umani.
Noi siamo tra coloro che non vogliono separarsi dalla propria coscienza e rifiutano ogni discriminazione di natura etnica o razziale.
La pena di morte selettiva deliberata dal Parlamento israeliano il 30 marzo 2026, applicata solo ai palestinesi accusati di terrorismo, rappresenta una grave violazione dei principi fondamentali e “contraddice la stessa identità dello Stato ebraico”.
Questa decisione è stata contestata sia all’interno di Israele sia a livello internazionale.
Anche per questo Pasqua non è solo una ricorrenza religiosa.
È un richiamo universale contro la “religione” del potere, del denaro e della guerra.
Non è umano vivere senza pace.
La storia ci sta mettendo alla prova: o si va avanti o si torna indietro.
L’Italia deve scegliere da che parte stare. E con chi non deve stare. Non basta invocare la pace nel mondo se non affrontiamo le nostre fragilità interne.
Le priorità sono evidenti: lavoro povero e precario, welfare sotto pressione, inverno demografico. Non sono problemi scollegati, ma il risultato di un modello di sviluppo che non regge più.
Lo dimostra il calo delle nascite, alimentato dall’insicurezza sul futuro. Lo dimostra la contraddizione tra la mancanza di personale denunciata dalle imprese e una disoccupazione giovanile ancora elevata.
Molti giovani lasciano l’Italia perché si sentono abbandonati.
Il lavoro povero è diventato il problema dei problemi.
Serve una nuova idea di sviluppo: sostenibile, inclusivo, capace di coniugare crescita economica, diritti sociali e una transizione ecologica vera, non di facciata.
Serve investire nel lavoro di qualità che permette di vivere, nella sanità pubblica, nell’istruzione, nella formazione continua.
La pace non è solo assenza di guerra. È presenza concreta di opportunità e giustizia distributiva.
Pace, lavoro e giustizia sono il motore dello sviluppo.
La Pasqua ci ricorda che la speranza va alimentata e la resistenza è sempre necessaria.
Oggi più che mai.
G.G.
