Questo non è un processo al PNRR. È il tentativo di verificare se il più grande investimento pubblico della storia repubblicana abbia prodotto cambiamenti proporzionati all’entità delle risorse impiegate.
Cinque anni costituiscono un arco temporale sufficiente per valutare se questo intervento straordinario abbia realmente prodotto i risultati attesi.
Il 30 giugno 2026, come previsto, per l’Italia è arrivato il momento del bilancio politico, economico e istituzionale.
Con 194,4 miliardi di euro assegnati – 71,8 miliardi a fondo perduto e 122,6 miliardi in prestiti da restituire – il nostro Paese è stato il principale beneficiario del programma europeo Next Generation EU. Il risultato finale, pertanto, non può essere attribuito a Bruxelles, ma principalmente alle scelte compiute in Italia dai governi che, nelle diverse legislature, hanno avuto la responsabilità di attuarlo.
È dunque doveroso chiedersi: l’Italia è oggi un Paese strutturalmente più moderno, più equilibrato e più coeso di cinque anni fa?
Per rispondere non basta verificare la percentuale delle risorse impegnate o spese. Occorre capire se il PNRR abbia realmente modificato i meccanismi che da decenni rallentano la crescita economica e infragiliscono la coesione sociale del Paese oppure se, al contrario, abbia finito per adattarsi a essi.
Il bilancio conclusivo restituisce l’immagine di un generale esercizio di adattamento, nel quale l’urgenza di spendere le risorse ha progressivamente prevalso sull’ambizione di cambiare in meglio il Paese.
La metamorfosi del Piano: dalle riforme strutturali alla spesa difensiva
Il Piano nacque nel 2021 con una durata tassativa di cinque anni e si sviluppò attorno agli assi strategici europei della digitalizzazione, della transizione ecologica e della inclusione sociale.
L’obiettivo era modernizzare la Pubblica amministrazione, completare la banda ultralarga, investire nelle energie rinnovabili, sviluppare l’alta velocità ferroviaria, colmare il deficit di asili nido e scuole, ridurre i divari territoriali e di genere destinando il 40% delle risorse al Mezzogiorno e rafforzare la sanità territoriale attraverso Case e Ospedali di Comunità.
Giunti alla conclusione del Piano sappiamo con certezza che una parte consistente degli investimenti dovrà inevitabilmente proseguire oltre il 2026. È il segno delle persistenti difficoltà di ministeri, regioni ed enti locali nel tramutare le risorse disponibili in opere completate e servizi effettivamente funzionanti. L’obiettivo di completare gli interventi entro i tempi previsti non è stato raggiunto.
Di revisione in revisione — ben sette, l’ultima approvata il 25 marzo 2026 — il PNRR ha progressivamente cambiato natura.
Risorse inizialmente destinate a investimenti infrastrutturali e progetti di lungo periodo sono state riallocate verso strumenti più rapidi da contabilizzare, come i crediti d’imposta e altri incentivi automatici.
Un Piano così ambizioso non si giudica dalla velocità con cui vengono spesi i soldi, ma dalla capacità di abbinarli allo scopo per realizzare cambiamenti duraturi. Spendere a ogni costo, senza neanche riuscirci pienamente, finisce per alterare il senso stesso dell’intervento pubblico.
Il Piano si è adattato al sistema
Se una forma di resilienza si è manifestata in questo quinquennio, è stata quella del vecchio sistema che ha resistito al cambiamento.
Anziché cambiare grazie al Next Generation EU, il PNRR è stato assorbito all’interno delle tradizionali logiche emergenziali e amministrative.
L’esempio più evidente di questo adattamento è rappresentato dalla crescente centralità dei crediti d’imposta. Per evitare il rischio di perdere risorse europee, 19,6 miliardi di euro sono stati indirizzati verso Transizione 4.0 e, in parte, verso Transizione 5.0.
Scorciatoia contabile da manuale, politicamente gradita dalle grandi e medie imprese. Un’opera pubblica richiede progettazione, autorizzazioni, gare e cantieri; un credito d’imposta “a sportello” si ottiene quasi immediatamente attraverso la compensazione fiscale.
Un meccanismo che tende a favorire chi è già nelle condizioni di investire e lo farebbe comunque.
Le imprese più solide e ben inserite nel “sistema” ne beneficiano rapidamente; quelle con problemi di liquidità o prive di sufficiente capienza fiscale rimangono ai margini.
Ne consegue un significativo trasferimento di risorse pubbliche verso aziende già economicamente forti, senza risultati altrettanto significativi sul fronte della buona occupazione e della riduzione delle disuguaglianze territoriali.
Debito, squilibri e impoverimento
Intanto il debito pubblico italiano è continuato a crescere e una quota crescente della spesa pubblica viene destinata al pagamento degli interessi – solo nel 2025 è stata di 87 miliardi, pari al 3,9% del PIL, con prospettive di ulteriore aumento negli anni successivi –, riducendo gli spazi disponibili per sanità, istruzione e welfare.
Il costo dell’energia continua a essere tra i più elevati d’Europa, proprio in uno dei settori nei quali il PNRR avrebbe dovuto produrre i cambiamenti più profondi.
L’obiettivo di destinare il 40% delle risorse al Mezzogiorno si è scontrato con le croniche difficoltà progettuali e amministrative di molti enti locali. I monitoraggi della Corte dei Conti continuano a evidenziare una forte disomogeneità nell’avanzamento degli interventi, segnale che i divari storici territoriali non sono stati intaccati.
Parallelamente, le riforme più incisive contro evasione fiscale, corruzione e inefficienze amministrative sono rimaste sullo sfondo.
Nel frattempo, l’inflazione ha eroso il potere d’acquisto di lavoratori e pensionati. Nonostante i rinnovi contrattuali, i salari reali restano inferiori ai livelli precedenti alla crisi inflazionistica.
Che cosa resterà del PNRR?
Restano certamente opere importanti, come gli asili nido e le Case di Comunità, benché non sia ancora chiaro con quali “risorse umane” potranno funzionare pienamente.
Il Piano lascia certamente accresciuta la dotazione infrastrutturale del Paese e l’ha parzialmente migliorata, ma non ha realizzato quella trasformazione strutturale che aveva giustificato un investimento senza precedenti.
L’Europa non può continuare a rappresentare il comodo alibi delle nostre inefficienze. La vera sfida è stare nell’Unione Europea con una capacità progettuale, amministrativa e strategica all’altezza delle opportunità che essa offre.
Quella rappresentata e non valorizzata pienamente del PNRR dimostra che, senza una classe dirigente capace di governare le risorse, anche la più grande disponibilità finanziaria rischia di replicare gli squilibri esistenti e perfino di accentuarli.
Il PNRR ha confermato, ancora una volta, che il vero limite del Paese non consiste nella scarsità di risorse, ma nella difficoltà di orientarle strategicamente e distribuirle sapientemente per coniugare crescita economica, equità sociale e sostenibilità ambientale. Continuare a ignorare questa lezione sarebbe il peggior servizio che potremmo rendere a noi stessi e alle future generazioni.
G.G.
