La persona al centro del lavoro, l’Italia al di sopra degli interessi particolari
Nessuna formula tecnica può sostituire la volontà politica di fare o di non fare la cosa giusta. Nel lavoro, come in ogni altro ambito della vita democratica, la questione decisiva rimane una sola: come distribuire in modo più equo la ricchezza prodotta.
Finché questo nodo non verrà affrontato con chiarezza, ogni discussione sulla produttività, sulla competitività o sulla crescita rischierà di trasformarsi in un esercizio tecnico privo del suo presupposto essenziale. I tecnici e professori “schierati” continueranno a salire in cattedra per spiegare che non si può fare ciò che in realt non si vuole fare.
La giustizia distributiva precede ogni altra variabile economica. Può certamente essere favorita da una crescita più sostenuta, ma non coincide con essa. Esiste indipendentemente dall’andamento del PIL, dagli indici di produttività o dall’evoluzione dei mercati. È, prima di tutto, una scelta politica e culturale che riguarda il modo in cui una comunità decide di riconoscere il valore del lavoro e di redistribuire i benefici dello sviluppo.
È dentro questa prospettiva che va letta la proposta di Accordo quadro avanzata da CGIL, CISL e UIL al mondo delle imprese.
Non è una piattaforma rivendicativa costruita per alimentare una contrapposizione tra interessi diversi, ma la proposta di ricostruire un sistema di relazioni industriali capace di orientare lo sviluppo e accompagnare le trasformazioni in atto, senza rinunciare alla dignità del lavoro e alla coesione del Paese.
La sua importanza risiede nell’aver creato la precondizione per una svolta rispetto a una situazione reale assai diversa da quella che troppo spesso viene raccontata.
I dati sull’occupazione, ad esempio, meritano una lettura più approfondita di quella generalmente proposta nel dibattito pubblico, soprattutto se rapportati alle ore effettivamente lavorate. Continuare a presentare come occupate persone che nell’arco di un anno svolgono attività lavorativa soltanto per periodi marginali, talvolta anche di una sola settimana, rischia di offrire una rappresentazione incompleta della realtà.
È invece incontestabile che dal 2021 i salari reali siano diminuiti del 6,1%, in controtendenza rispetto a quanto avvenuto nella maggior parte dei principali Paesi europei, mentre il mercato del lavoro italiano continua a registrare una diffusione preoccupante del lavoro povero, della precarietà e dell’instabilità occupazionale.
È per questa ragione che oggi la parola cambiamento assume un significato concreto. Essa parla soprattutto ai giovani che faticano a immaginare il proprio futuro, alle lavoratrici che rinunciano alla maternità per l’incertezza economica, alle famiglie che vedono progressivamente ridursi il valore del proprio lavoro. In un Paese che sembra galleggiare in una condizione di lento declino, immaginare un domani migliore è diventato ogni giorno più difficile.
Non siamo dunque di fronte a un confronto riservato a specialisti ed esperti distanti dalla realtà. È in discussione la capacità dell’Italia di rigenerare la propria democrazia sostanziale attraverso il lavoro, restituendogli quella funzione di scopo e di senso che la Costituzione gli riconosce e che nessun algoritmo potrà mai sostituire.
La proposta di Accordo quadro è ormai sul tavolo. CGIL, CISL e UIL hanno scelto di assumersi la responsabilità di indicare una prospettiva, rimettendo al centro la funzione delle relazioni industriali come fattore di sviluppo e di coesione nazionale.
Alle Associazioni imprenditoriali spetta ora una responsabilità altrettanto rilevante. Non si tratta semplicemente di decidere se aprire una trattativa o rinviarla. Si tratta di stabilire se il lavoro debba tornare a essere il fondamento di un vero patto sociale fondato sulla roccia dei contenuti, oppure continuare a rappresentare la variabile di aggiustamento di un modello di sviluppo che ha progressivamente ampliato diseguaglianze, precarietà e sfiducia.
La proposta del sindacato delinea una vera e propria architettura delle future relazioni industriali, fondata sulla rappresentanza effettiva, sulla certezza delle regole, sulla qualità della contrattazione e sulla responsabilità condivisa delle parti sociali. È una prospettiva che richiama direttamente il disegno costituzionale, nel quale il lavoro rappresenta il principale fattore di cittadinanza e di inclusione sociale.
Oggi adottare tattiche dilatorie sarebbe imperdonabile. Come ha ricordato Papa Leone XIV, si può essere vittime tanto delle decisioni assunte quanto di quelle non prese e continuamente rinviate.
Il sindacato non ha presentato un ultimatum; ha formulato una proposta organica. Il sistema delle imprese deve dimostrarsi all’altezza dei cambiamenti epocali che abbiamo di fronte, adottando un approccio nuovo e coerente con le sfide del tempo. I primi segnali lasciano sperare, ma sarà il confronto concreto a misurare l’effettiva disponibilità delle parti.
Il lavoro non costituisce un semplice costo da contenere, ma il principale investimento sul quale costruire un Paese più equilibrato, capace di funzionare meglio e di guardare al futuro. Un’economia sana e robusta ha bisogno di consumi, e i consumi si alimentano attraverso la piena occupazione e retribuzioni non erose dall’inflazione.
Da dove arrivano le risorse necessarie per sostenere un moderno welfare pubblico, universale e inclusivo, se non dal lavoro delle persone?
Oltre la retorica della produttività
Troppo spesso la discussione sulla produttività è stata utilizzata come una formula apparentemente neutrale per giustificare aumenti salariali inferiori all’inflazione, contribuendo ad ampliare il divario tra la ricchezza prodotta e quella effettivamente redistribuita.
È necessario, dunque, liberare il concetto stesso di produttività da una lettura riduttiva e strumentale. Essa non è il semplice risultato dell’intensità della prestazione lavorativa.
La produttività è il risultato di investimenti, innovazione, organizzazione del lavoro, qualità manageriale, ricerca, infrastrutture e valorizzazione del capitale umano. Attribuirne la responsabilità quasi esclusivamente al costo del lavoro non è soltanto ingiusto: è economicamente miope.
È certamente possibile migliorare alcuni indicatori comprimendo le retribuzioni, aumentando la flessibilità unilaterale o riducendo le tutele. Ma questa non è capacità imprenditoriale. È una scelta regressiva che impoverisce il lavoro senza rafforzare realmente il sistema economico, soprattutto in un Paese in cui la domanda interna continua a dipendere in larga misura dal potere d’acquisto delle lavoratrici e dei lavoratori.
Quando il vantaggio competitivo deriva prevalentemente dalla riduzione del costo del lavoro, non si sta costruendo sviluppo: si stanno alimentando iniquità e regressione sociale, con effetti che finiscono inevitabilmente per riflettersi anche sulla sicurezza e sulla qualità dell’occupazione.
Il ricorso sistematico ad appalti e subappalti orientati esclusivamente alla riduzione dei costi dimostra che, quando il prezzo diventa l’unico criterio di selezione, il rischio è quello di alimentare dumping contrattuale, lavoro povero e concorrenza sleale tra le stesse imprese. A pagare il prezzo più alto sono sempre i lavoratori.
La stabilità occupazionale, la sicurezza nei luoghi di lavoro, la formazione continua e una retribuzione dignitosa rappresentano invece l’anima migliore dell’economia e del lavoro. Altro che costi improduttivi. Esse costituiscono il presupposto di una convivenza civile fondata sul reciproco riconoscimento tra capitale e lavoro.
L’impresa oltre il bilancio
Il termine innovazione non significa nulla di preciso se viene scollegato dallo scopo.
È anche per questa ragione che l’impresa non può essere valutata solo attraverso i dividendi che distribuisce ai suoi azionisti.
L’impresa è un’istituzione economica e sociale che contribuisce concretamente a determinare il livello di sviluppo, la qualità dell’occupazione, la coesione delle comunità e, in ultima analisi, la stessa tenuta democratica del Paese.
Sana competitivitá e responsabilità sociale non sono obiettivi alternativi. Al contrario, si rafforzano reciprocamente quando convivono in un sistema fondato sul rispetto reciproco, sulla rappresentanza e sulla corresponsabilità.
I lavoratori hanno il diritto di partecipare alla vita dell’impresa e di concorrere, nel rispetto delle reciproche autonomie e responsabilità, alle decisioni che ne determinano il futuro.
È precisamente questa la prospettiva delineata dalla proposta di Accordo quadro avanzata da CGIL, CISL e UIL. Non la ricerca di un compromesso al ribasso tra interessi contrapposti, ma la costruzione di un quadro di regole condivise entro il quale capitale e lavoro possano esercitare pienamente la propria autonomia negoziale, concorrendo insieme alla crescita del Paese.
Una simile impostazione restituisce centralità ai corpi intermedi, riconoscendone il ruolo costituzionale di fattori di equilibrio tra economia, società e istituzioni.
La proposta è ora sul tavolo delle Associazioni imprenditoriali. Nessuno chiede adesioni pregiudiziali né disponibilità di principio destinate a rimanere tali. Si chiede di aprire una stagione di confronto autentico che produca risultati concreti, nella consapevolezza che la qualità del sistema relazionale costituisce uno degli indicatori più significativi della maturità democratica di un Paese davvero moderno.
La vera posta in gioco, infatti, è ciò che questo Accordo quadro può generare.
CGIL, CISL e UIL hanno compiuto una scelta strategica, assumendosi una responsabilità comune.
Alle Associazioni imprenditoriali spetta ora una responsabilità altrettanto rilevante. La risposta che sapranno dare non riguarderà soltanto il futuro delle relazioni sindacali. Dirà se l’impresa italiana intende essere protagonista di una nuova stagione di sviluppo fondata sulla qualità del lavoro, sulla partecipazione e sulla corresponsabilità sociale oppure se preferisce limitarsi a navigare lentamente a vista e senza “bussola”.
G.G.
