A che serve allungare la vita se non le diamo un orizzonte di senso?
Già Rita Levi Montalcini diceva che bisogna aggiungere vita agli anni, non soltanto anni alla vita. Una riflessione che oggi acquista un significato particolare, in grado di aprire la strada a una prospettiva diversa.
È quanto emerge dall’ultimo Rapporto Istat sul Benessere Equo e Sostenibile (BES), pubblicato il 26 ottobre 2026: una longevità crescente a fronte di una perdita di qualità dell’esistenza.
La speranza di vita alla nascita tocca il massimo storico, 83,7 anni, ma 5,6 milioni di italiani non riescono a curarsi.
5,4 milioni di persone (circa l’8% delle famiglie) vivono in povertà assoluta, con una forte spaccatura territoriale: nel Mezzogiorno sale all’11,5% quella individuale.
Il rischio di esclusione sociale è al 22,6%, sopra la media dell’Unione europea (20,9%): l’Italia è al 21° posto su 27 Stati membri.
Sale il reddito medio nominale, ma cala quello reale; sale l’occupazione statistica, ma non la stabilità del lavoro. Il 7,5% della popolazione (12,3% al Sud) fatica ad arrivare a fine mese.
Il tasso di occupazione tra i 20 e i 64 anni si ferma al 67,1%, ben sotto la media europea; per le donne è del 57,4%, contro il 70,8% dell’Unione.
Siamo dentro un modello economico che vive nel dissidio permanente tra crescita quantitativa e decrescita qualitativa della vita, imperniato sull’iniqua distribuzione della ricchezza, a partire dalla struttura portante del lavoro.
È una crisi di sistema che non richiede palliativi ma riforme strutturali.
Per troppo tempo abbiamo accettato l’idea che l’aumento della ricchezza complessiva si traducesse automaticamente in migliori condizioni di vita per tutti. Non è così.
Se cresce il lavoro povero, e con esso la difficoltà di accedere ai beni e ai servizi essenziali di cui è fatta la qualità della vita, si sbatte la porta in faccia a milioni di persone, di tutte le età.
Dobbiamo fare i conti con una filosofia dello sviluppo che considera valore primario il risultato economico a favore di imprenditori, manager apicali e azionisti, anziché metterlo in virtuoso equilibrio con il benessere collettivo.
Si lascia che il mercato decida la sorte delle nuove generazioni, che giustamente si ribellano. I giovani sarebbero anime inaridite se non lo facessero. Le loro proteste, insieme a quelle delle persone più mature e anziane, sono sacrosante. Sono preziose.
Il lavoro come condizione di libertà
Per essere liberi di scegliere e progettare la propria vita, prima di tutto non si deve essere schiavi del bisogno, né condizionati da norme legislative e contrattuali squilibrate a favore delle imprese. Il lavoro è decisivo nella dimensione esistenziale.
Oggi, per molti giovani, coincide con una condizione di instabilità permanente che impedisce di uscire dalla famiglia d’origine e progettare il proprio futuro.
L’articolo 4 della Costituzione dice che «ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società».
A proposito di diritti e doveri: chi, se non le istituzioni e chi governa, deve creare le condizioni perché i cittadini possano esercitare i primi e assolvere i secondi, partendo proprio dal lavoro?
La crisi demografica si spiega anche e soprattutto con l’incertezza economica derivante da instabilità lavorativa e retribuzioni povere, e con la carenza di servizi essenziali che pesano sulla decisione di avere figli. Rinunciare alla genitorialità, il più delle volte, è la conseguenza di un futuro percepito come incerto e scoraggiante.
Del disagio di tanti giovani inascoltati e strumentalizzati, svalorizzati e sfruttati. E anche presi in giro con aiuti che in pratica vanno alle aziende ma si vuole far credere che siano destinati a loro, come la ridicola e fittizia detassazione di stipendi miseri, che tali rimangono.
Disparità salariali, maggiori difficoltà di carriera e distribuzione squilibrata del lavoro di cura limitano la libertà delle donne e, insieme, le possibilità di crescita armoniosa dell’intero Paese.
Intanto la popolazione invecchia, i bisogni di assistenza aumentano, genitori e nonni sono chiamati a sostenere figli e nipoti in difficoltà per sopperire alla carenza di strutture e servizi sociali. E mentre ci si occupa d’altro, anche a sproposito, l’inflazione ha superato il 5%…
Scelte politiche, non fatalità
Lo Stato sociale non può essere affrontato soltanto in termini contabili e progressivamente svuotato. Va adeguato e rafforzato alla luce di una struttura demografica che non è più quella degli anni Settanta del Novecento, di un’economia trasformata dalle tecnologie e di un mercato del lavoro che richiede nuove tutele.
Lottare per il lavoro dignitoso e il welfare significa proteggere la democrazia. La quale è sostanza, non solo forma e procedure. Di certo non è riducibile a formule e conteggi che magicamente inventano maggioranze fittizie e dominanti.
Servono investimenti nella scuola, nella sanità, nella ricerca, nei servizi per l’infanzia, nell’assistenza alle persone non autosufficienti e nelle politiche attive del lavoro. Servono servizi accessibili a tutti, capaci di prevenire le difficoltà anziché intervenire quando il danno sociale si è già prodotto.
Non si tratta di ignorare i vincoli economici e finanziari, ma: c’è modo e modo di indebitarsi o di tenere i conti in ordine.
Le risorse disponibili sono il frutto di precise scelte politiche, così come la loro distribuzione e il loro utilizzo. Certo che bisogna puntare sulla crescita per avere più miliardi di euro da destinare agli investimenti e alla spesa sociale, per esempio portando quella sanitaria al 7% del PIL, in linea con gli altri grandi Paesi europei.
Ma la storia degli ultimi decenni dimostra che, se l’aumento del PIL non si accompagna a una politica economica e sociale adeguata, che includa la giustizia fiscale e rinnovi contrattuali all’altezza della piattaforma presentata da CGIL, CISL e UIL alle associazioni imprenditoriali per un accordo quadro, gli squilibri sociali esistenti permangono e si consolidano.
Si dice che non ci sono soldi, ma se ne trovano tanti per un centro per immigrati in Albania, a mio giudizio inutile e dannoso. Non ci sono soldi, eppure la flat tax costa allo Stato circa 3,4 miliardi di euro l’anno in termini di mancato gettito, e ora si propone perfino di estenderla fino a 100 mila euro: un autentico insulto ai lavoratori dipendenti. L’economista Tito Boeri l’ha definita una «fake tax», unica al mondo.
Dall’Europa sono arrivati tanti miliardi per il PNRR, ma non ci sono le riforme che i capitoli di spesa prevedevano. E quanti soldi sono stati sperperati per il ponte sullo Stretto di Messina? Solo a chi non ama la Costituzione e la democrazia poteva venire in mente un fisco selettivo a misura di clientela politica…
Se lo Stato, attraverso il governo, rinuncia a correggere gli squilibri e addirittura contribuisce ad accentuarli, tradisce doppiamente la Costituzione su cui è stato fondato.
Sanità, istruzione, cura, ambiente e cultura, casa e lavoro non sono semplici costi da sostenere. Sono strutture e infrastrutture fondamentali della democrazia e della capacità del Paese di promuovere uno sviluppo associato al benessere e alla bellezza, i invece di una crescita purchessia.
La responsabilità di tutti
Anche il sindacato ha una responsabilità importante. La contrattazione deve migliorare salari, stabilità e qualità del lavoro, rafforzare la partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori. Ma occorre crederci e saper «disturbare» per ottengono risultati significativi. 
La politica non può limitarsi ad assecondare le dinamiche spontanee del mercato o a correggerne gli effetti più vistosi con bonus e interventi estemporanei, senza respiro strategico. Affrontando i problemi con provvedimenti occasionali si rischia di spendere molto e male, come sta facendo il governo Meloni.
Chi ci crede davvero ha il dovere di indicare una prospettiva di riforme strutturali e di lavorare per renderla praticabile.
La sfida decisiva è costruire un modello di sviluppo capace di tenere insieme sostenibilità economica, giustizia sociale e tutela dell’ambiente. L’ex Ilva sarà un banco di prova. La salute non è negoziabile.
Non basta produrre di più: bisogna capire che cosa produciamo, per chi, con quali conseguenze. E non basta allungare la vita, se una parte crescente dell’esistenza si consuma nell’incertezza, nella rinuncia, nella difficoltà di esercitare diritti che dovrebbero appartenere a tutti.
La longevità è una grande conquista della scienza; trasformarla in una vita più dignitosa è una responsabilità collettiva. Come può immaginare la propria longevità un ragazzo, una ragazza, che già adesso non trova posto in un mondo che non sente suo?
Una democrazia che allunga gli anni della vita ma restringe gli orizzonti della speranza rischia di indebolire se stessa: urge difenderla da quanti vogliono svuotarla dall’interno. Ognuno è chiamato a farlo: questa è la partecipazione. Molti giovani e anziani di buona volontà ci stanno provando.
Invertire la rotta è possibile, ma richiede scelte che incidano sugli equilibri di potere esistenti, mettendo in discussione privilegi, rendite e convenienze consolidate.
Il futuro è inscritto nelle scelte del nostro presente. Non si misura soltanto in prolungamento della vita. Si misura soprattutto nelle opportunità che sappiamo offrire a ciascuno di vivere con dignità, libertà e fiducia, in una casa davvero comune, anziché sentirsi stranieri in patria.
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

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