Lo Stato democratico è la casa di tutti, governata da ciascuno.
Nessuno si può sentire fuori posto, emarginato, escluso o discriminato. Se questo avviene, vuol dire che c’è una malattia da curare.
Vuol dire che non sta funzionando la partecipazione paritaria dei cittadini alla vita pubblica e quella dei lavoratori alla vita delle imprese, come detta la Costituzione.
Vuol dire che libertà e democrazia si stanno svuotando di significato nella struttura portante dell’economia e nel rapporto tra questa e le persone che vivono di lavoro e del lavoro non possono fare a meno.
Quando un modello di sviluppo concentra la ricchezza in poche mani e la distribuisce iniquamente, secondo logiche di mercato autoreferenziali, vuol dire che quella casa, solo in teoria, è di tutti e che si stanno forzando le regole della convivenza a danno delle persone per le quali fu concepita e costruita.
Se lo Stato rinuncia a essere architetto, la democrazia si svuota
Viviamo in un mondo interdipendente, nel quale nessun Paese può isolarsi o difendersi da solo. Ieri la crisi finanziaria, con il suo effetto domino; oggi quella energetica; da sempre quella climatica, per non parlare delle sfide geopolitiche e tecnologiche. Ogni crisi ci ha restituito la certezza che servono istituzioni forti e autorevoli, nazionali e sovranazionali, e che l’economia e la finanza, se non adeguatamente regolate, producono conseguenze disastrose per tutti.
Eppure si continua a insistere sull’illusione che il mercato possa autoregolarsi e generare un equilibrio sociale armonioso, nonostante la storia contemporanea abbia dimostrato ripetutamente e clamorosamente che un’economia senza scopo sballa e deraglia inevitabilmente. E nonostante oggi, con lo sviluppo inarrestabile della tecnologia, il rischio di esiti disastrosi sia elevato a livelli inimmaginabili.
Prima si inverte la tendenza, meglio è, sia a livello nazionale sia internazionale.
Il punto, sia chiaro, non è contrapporre Stato e mercato. Sono entrambi necessari, ma con ruoli e scopi diversi. A nessuno viene in mente di sostituire il mercato con un’economia pianificata o controllata, come avviene nei regimi.
A livello globale, il problema nasce quando imprese private, che di fatto corrispondono a mostruose infrastrutture pubbliche, pretendono di dettare legge, peraltro con il sostegno assurdo di forze che si proclamano sovraniste e che, nei fatti, accettano che la nostra sovranità venga esercitata altrove.
Oggi stiamo pagando il prezzo delle scelte disastrose del governo americano, che rappresenta il modello negativo del rapporto tra Stato e mercato.
Quando il potere economico e finanziario sopravanza quello pubblico e istituzionale, può succedere di tutto. Si tenta di travolgere la democrazia o, comunque, di svuotarla dall’interno. Comandare e gestire forzando le regole fa parte di questo orientamento politico che, purtroppo, coinvolge anche il nostro Paese.
È sotto gli occhi di tutti l’umiliante paradosso di uno Stato che, tramite il governo in carica, chiede a banche e grandi imprese un «contributo volontario», del quale nessuno sa nulla di preciso, perché non sa o non vuole tassare adeguatamente i profitti e gli extraprofitti, realizzati peraltro in larga parte a spese di cittadini e lavoratori nel loro ruolo di consumatori, utenti e risparmiatori.
Invece si tassano e tartassano subdolamente i lavoratori dipendenti mediante il drenaggio fiscale. Subalternità istituzionale nei confronti del potere economico e finanziario, cinismo nei confronti di chi vive di lavoro e fatica. Si privilegiano interessi a discapito del bene comune e viene meno l’incontro virtuoso tra Stato e mercato, tra pubblico e privato.
È la malattia del nostro tempo, dalla quale discende la difficoltà di affrontare con un approccio adeguato le «crisi epocali» del nostro tempo, rispetto alle quali tutto bisogna fare, tranne che assuefarsi.
Si parla ossessivamente di produttività e competitività, ma lo si fa con il metro finanziario della grande impresa e della cosiddetta «libertà negativa», che ancora oggi considera arbitrario ogni intervento pubblico nell’economia.
Sul piano politico, questa impostazione si sposa con forme di liberalismo autoritario che finiscono per subordinare le persone alle esigenze del mercato, anziché il contrario.
Ma che l’economia debba servire l’uomo, e non l’uomo l’economia, è scritto chiaramente nella Costituzione: l’iniziativa economica è libera, ma non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale e la dignità umana. Non è un’ideologia: è il patto su cui si regge la convivenza. È un principio che, inoltre, affonda le sue radici nella Dottrina sociale della Chiesa cattolica.
Lo svuotamento delle istituzioni non è un destino inevitabile. La storia offre esempi di intervento pubblico virtuoso, e non solo in casa nostra. Nel 2009 il governo degli Stati Uniti intervenne per salvaguardare l’occupazione e accompagnò il rilancio del gruppo Fiat-Chrysler. Nessuno gridò allo scandalo o parlò di statalismo.
In determinate situazioni, lo Stato ha il diritto e persino il dovere di intervenire. Certo, deve farlo in modo oculato e mirato: l’esatto opposto dei soldi a pioggia, senza ritorno economico e sociale, come dimostrano la mortificante disoccupazione e la sottoccupazione giovanile, nonostante i miliardi destinati alle imprese a tale «scopo formale».
Oggi siamo di fronte a un banco di prova di straordinaria importanza: l’ex Ilva di Taranto. Sappiamo bene che la storia di questo stabilimento non è lineare. Decenni di inquinamento, inchieste, sequestri e gestioni che hanno scaricato sul territorio e sull’intera collettività più costi e problemi che soluzioni.
Proprio per questo, il caso Taranto non può essere affrontato con tattiche e furbizie, né con la rassegnazione di chi lo considera un problema senza soluzione.
Non si mettono i cittadini di fronte alla drammatica alternativa tra lavoro e salute. Lo Stato e le sue istituzioni hanno il dovere di tenere insieme e garantire questi due diritti essenziali e inseparabili.
Sarebbe un’occasione più unica che rara per dimostrare a noi stessi, all’Europa e al mondo che l’Italia è capace di un rinnovamento industriale e ambientale, nell’interesse non solo di un territorio, ma dell’intero Paese.
Invece, ogni volta che si parla di decarbonizzazione e di risanamento ambientale, si preferisce attribuire ad «altri» posizioni ideologiche inesistenti, con l’appoggio di una Confindustria che a Bruxelles mostra il cuore del leone e a Roma resta silente accanto a un «governo amico», che in cambio si dimostra benevolo e non disturba chi produce. Come e a quali condizioni per i lavoratori, importa molto meno.
L’assenza di una visione unitaria dello Stato produce politiche che assomigliano più a rattoppi che a interventi strutturali.
Lo vediamo nel fisco selettivo e non progressivo. Lo vediamo nella sanità, dove si insiste sull’autonomia differenziata invece di garantire standard uniformi su tutto il territorio nazionale. Lo vediamo nel lavoro, dove troppo spesso si rinuncia a cercare un equilibrio tra le esigenze delle imprese e quelle dei lavoratori. Lo vediamo nel modo in cui alcuni problemi vengono amplificati e strumentalizzati per distogliere l’attenzione dalle questioni più rilevanti. E lo vediamo, infine, nelle scelte internazionali, che incidono direttamente sul costo della vita e sull’inflazione.
L’inflazione non è una variabile astratta. È un imponente trasferimento di ricchezza a parti invertite, che non crea giustizia, ma ingiustizia sociale, perché i prezzi aumentano per tutti, ma incidono in maniera diseguale.
Per chi vive di lavoro, ogni punto percentuale di inflazione è un pezzo di vita in meno: una spesa rinviata, una cura posticipata, un progetto accantonato. Difendere il potere d’acquisto, dunque, non è una rivendicazione corporativa, ma una forma di resistenza e di difesa della democrazia sostanziale, che include in primo luogo quella economica e il lavoro dignitoso.
Sul versante tecnologico, il quadro è altrettanto delicato. I grandi monopoli delle infrastrutture digitali sovranazionali minacciano tanto lo Stato democratico quanto il mercato aperto, ma regolato: concentrano dati, potere e rendite, alimentando una concezione della supremazia tecnologica incompatibile con la tradizione europea dei diritti e dello Stato di diritto.
Da che parte sta l’Italia, non tatticamente, ma strategicamente e per adesione ai principi della nostra Costituzione?
L’aggressività dei nuovi poteri incide direttamente sulla qualità della nostra vita, materiale e immateriale, perché, ovunque risiedano gli oligarchi moderni, i loro «ordini esecutivi» ci colpiscono.
La vera sfida, per i corpi intermedi e per le forze sane del Paese, è ricostruire l’equilibrio tra sviluppo, diritti e partecipazione. Non si tratta soltanto di redistribuire la ricchezza con una fiscalità più giusta. Si tratta di riaffermare una concezione del lavoro coerente con la Costituzione e con la dignità della persona, perché torni a essere strumento di emancipazione e non fattore di impoverimento.
L’accordo quadro tra CGIL CISL UIL e le associazioni imprenditoriali, che si sarebbe dovuto realizzare entro settembre, è stato rinviato alla fine di ottobre e ora si parla già di novembre. Non va bene. Non va per niente bene. I problemi posti dalla piattaforma sindacale unitaria sono arcinoti da tempo e non possono essere subordinati a generici recuperi di produttività, che finiscono per perpetuare la sofferenza di molte famiglie. Nessuno vuole imprese deboli o bilanci in difficoltà. Ma il Paese ha bisogno di imprese davvero responsabili lungo tutte le filiere produttive.
È tempo che lo Stato democratico ritrovi la propria voce e la propria autorevolezza. Solo riaffermando il primato dell’interesse pubblico e dei diritti sociali connessi sarà possibile promuovere uno sviluppo sostenibile, ovvero un’economia di scopo.
Quando le risposte continuano a mancare, il disagio sociale rischia di trasformarsi in sfiducia verso le istituzioni e la sfiducia in aperta ribellione contro le scelte che non vengono compiute. Una casa che nessuno sente più come propria non crolla all’improvviso: si svuota piano, una stanza alla volta. Tocca a noi, finché siamo in tempo, tornare ad abitarla.
Due parole sulle manifestazioni
La violenza non è mai condivisibile, nemmeno se riguarda una sola persona o poche persone. Nulla a che vedere con le continue strumentalizzazioni di una presidente del Consiglio che alza la voce contro le ragazze e i ragazzi che manifestano e raramente balbetta contro le violenze e i violenti veri che, sulla scena internazionale, stanno teorizzando e praticando la prepotenza al di fuori e contro la legalità.
Un mondo senza proteste è un mondo senza futuro.
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

Giovanni Gazzo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *