Governare bene un Paese significa tenere insieme economia, lavoro, ambiente e giustizia sociale.
Archiviata la stagione estiva con il potere d’acquisto di stipendi e pensioni in discesa e prezzi in salita, restano irrisolti i problemi di prima, appesantiti dal ritorno dell’inflazione che continua a colpire iniquamente.
Si spreca in armi, si risparmia sul cibo. Ci si indebita pagando enormi interessi sul debito pubblico e si taglia sulla sanità. Non si alleggerisce il carico fiscale su lavoratori e pensionati, che le tasse le pagano alla fonte, mentre si continua a rinviare una seria lotta all’evasione fiscale e si adottano misure di favore a danno dei lavoratori dipendenti.
Anche la persistente frammentazione delle spese militari assorbe risorse che potrebbero essere destinate a investimenti produttivi, welfare e sviluppo, grazie anche ai sovranisti di casa nostra che si oppongono alla più ragionevoli delle scelte: la difesa comune europea.
Chissà perché 50 Stati in America sono Uniti da secoli e in Europa non possono esserlo i 27 Paesi che ne fanno parte per libera scelta e condivisione di valori che, dopo la sconfitta del nazifascismo, hanno illuminato la storia. Ci vogliono servi e subalterni…
Sarebbe comunque sbagliato mettere in contrapposizione esigenze diverse. Il problema è sapere per quale futuro si spende il denaro pubblico.
La mancanza di lungimiranza costa più di qualsiasi deficit economico. Significa inseguire i problemi anziché prevenirli e affrontarli nella loro interdipendenza.
Dietro inflazione, crisi climatica, difficoltà del sistema sanitario, precarietà del lavoro e disuguaglianze, c’è l’assenza di una visione capace di tenere insieme e in equilibrio economia, società e ambiente. Una disarticolazione che giova a pochi e ne danneggia tanti, trasformando problemi gestibili in emergenze permanenti.
La prevenzione non è stagionale. La crisi climatica non svanisce perché è finita «l’estate più calda di sempre». Gli eventi estremi si susseguono in tutte le stagioni, così come i rischi per la salute e la sicurezza dei cittadini e dei lavoratori.
È adesso che bisogna prepararsi alla prossima estate. È adesso che bisogna prevenire il dissesto idrogeologico e mettere in sicurezza territori e comunità.
Non tutto può essere previsto, ma molto può essere prevenuto. Frane, alluvioni ed esondazioni, non sono pura fatalità. Una parte rilevante di ciò che accade dipende da scelte sbagliate o continuamente rinviate.
Luca Mercalli, Presidente della Società Meteorologica Italiana ha ricordato una verità essenziale: l’economia è una costruzione umana e può adattarsi; le leggi della natura no. Possiamo cambiare il modo di produrre, consumare e distribuire la ricchezza. Non possiamo adattare la natura alle nostre convenienze.
Il clima malato è parte di una crisi più ampia, connessa al modello di sviluppo.
C’è una crisi sociale che attraversa lavoro, casa, sanità, istruzione e servizi. C’è una crisi economica che troppo spesso viene “ridotta” all’andamento del PIL.
Ma dentro il prodotto interno lordo convivono opposte condizioni di vita, di opulenza e lusso da un lato, e diffuso malessere dall’altro, che nessuna statistica può compensare ma solo fotografare.
Il problema non è soltanto quanto produciamo. È come distribuiamo la ricchezza prodotta. È sul modello di sviluppo e nella contrattazione sindacale che occorre intervenire per dare un futuro allo stato sociale faticosamente costruito.
La povertà associata al lavoro, non farcela ad arrivare alla fine del mese, i giovani senza prospettive e tutte le persone costrette a rinunciare a cure e servizi, ci dicono soltanto che, o si cambia strada o si torna indietro. La questione salariale che caratterizza negativamente l’Italia, lo dimostra ampiamente.
Che autunno sarà?
I tavoli di crisi sono numerosi. Si tampona, si rinvia, raramente si risolve. Si continua a morire sul lavoro con una continuità che rischia di trasformarsi in assuefazione. 5 morti in un giorno, l’8 ottobre. A quando dalle parole si passerà ai fatti?
Ma la domanda va oltre l’autunno. Oltre i singoli temi/problemi. Riguarda il futuro del Paese. Economia, ambiente e società non sono compartimenti stagni ma dimensioni della stessa realtà. La salute dipende dalla sanità e pure dal lavoro, dal reddito e dall’ambiente. La competitività delle imprese non può essere perseguita sacrificando diritti e dignità delle persone.
La mancanza di visione d’insieme è uno dei limiti più gravi della politica. Spesso si preferiscono risposte immediate alle riforme capaci di incidere sulle cause profonde dei problemi.
Le vere riforme sono quelle che riducono le disuguaglianze, ampliano diritti e opportunità e migliorano concretamente la vita delle persone. Non basta parlare genericamente di riformismo.
Bonus e misure emergenziali possono essere utili. Non possono però sostituire le scelte politiche di sistema.
Il PNRR avrebbe dovuto rappresentare una straordinaria occasione di cambiamento. Non è bastato. Lo si vede nella sanità, nelle politiche fiscali, nella transizione ecologica. Troppo spesso gli interventi sono rimasti frammentati, privi di una strategia complessiva.
Avere ingenti risorse a disposizione serve a poco se non si sa quale riequilibrio economico e sociale si vuole realizzare.
Innovare non basta se non è chiaro lo scopo
La transizione digitale e l’intelligenza artificiale stanno modificando profondamente economia, lavoro e organizzazione sociale.
Non basta sapere quanto sia potente una tecnologia. Bisogna chiedersi quale società contribuisce a costruire e come vengono distribuiti i suoi benefici.
L’intelligenza artificiale è ambivalente. Questo ormai è acclarato e per tale ragione è diventata terreno di confronto e scontro rispetto al suo diverso utilizzo.
Preoccuparsi del futuro a scapito del presente è persino peggio che agire nel presente senza preoccuparsi del futuro.
Governare l’innovazione significa fare in modo che il progresso produca più diritti, più formazione, più sicurezza, salari reali più alti e una migliore qualità della vita.
Significa coinvolgere lavoratrici e lavoratori nelle trasformazioni che li riguardano e impedire che l’innovazione diventi il pretesto per scaricare su di loro i costi del cambiamento.
Una politica che torni a progettare
Per affrontare tutto questo serve un approccio diverso. Serve progettualità e metodo.
La democrazia ha bisogno di istituzioni, ma anche di corpi intermedi, sindacato, associazioni imprenditoriali, cooperazione, imprese no profit e società organizzata.
In questo quadro assume particolare rilievo la necessità di un nuovo Accordo Quadro tra CGIL, CISL, UIL e Associazioni imprenditoriali.
Non una dichiarazione di intenti, ma uno strumento concreto per governare le trasformazioni in corso: salari reali, rappresentanza, formazione, sicurezza sul lavoro e partecipazione dei lavoratori alle scelte strategiche delle imprese.
Se cambia il modo di produrre e lavorare, la contrattazione deve adeguarsi. Se cambia la tecnologia, deve crescere la formazione. Se cambia il clima, deve cambiare l’organizzazione del lavoro. Se aumentano le disuguaglianze, la politica fiscale deve tornare a essere uno strumento di riequilibrio.
Nelle tasse e nel loro utilizzo c’è tutta la giustizia o l’ingiustizia del mondo. Non c’è bisogno d’altro se si rispetta la progressività prevista dalla Costituzione
La contrattazione non può risolvere da sola tutti i problemi del Paese. Può però contribuire a costruire un modello economico nel quale risultati d’impresa e diritti, innovazione e scopi condivisi, crescita e dignità delle persone procedano insieme.
Questa è la vera sfida: tornare a progettare il futuro affrontando a viso aperto i problemi presenti, anziché cavalcarli a danno del Paese.
La sovranità che merita di essere innalzata a principio e pratica di vita, nel lavoro e nella società, è quella che appartiene a ogni persona e alla sua inalienabile dignità. Basta e avanza per capire da che parte stare e per cosa lottare.
G.G.
