Se l’inflazione frena l’economia e colpisce lavoratori e pensionati, perché ringraziare chi ha contribuito ad alimentarla?
Perché far apparire le società petrolifere disponibili nei confronti dei consumatori nel momento in cui fanno solo i propri interessi e trasformano anche le proteste in una gigantesca campagna pubblicitaria degli sconti?
L’aumento del prezzo dei carburanti ha gonfiato i loro margini, lo Stato incassa risorse aggiuntive attraverso la fiscalità e la propria partecipazione azionaria in Eni, mentre chi vive di lavoro e di pensione recupera solo in parte e sempre in ritardo il potere d’acquisto perduto.
È legittimo chiedersi a chi convenga fronteggiare l’inflazione con misure estemporanee senza visione strategica.
Il “pronto soccorso” energetico è un miraggio che non aiuta a capire
Se è vero che la crisi internazionale gioca un ruolo importante nella formazione del prezzo del petrolio, con effetti sull’inflazione, la responsabilità non può essere cercata soltanto nelle incontrollabili “dinamiche geopolitiche globali”.
Esistono anche responsabilità che ci riguardano da vicino, con nomi e cognomi precisi.
Una è la titolare di Palazzo Chigi. L’altro è l’amministratore delegato di ENI che potrebbe essere simpaticamente chiamato ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Pichetto Descalzi.
Archiviata la battuta, veniamo alla sostanza.
Nel maggio scorso Claudio Descalzi è stato confermato alla guida di ENI, per volontà del Ministero dell’Economia e delle Finanze, cioè del governo, che aveva preparato il terreno in Assemblea degli azionisti.
Tutto nel rispetto delle regole, sia chiaro, ma è lecito chiedersi
Dove passa il confine tra interesse pubblico e interesse societario?
La presenza dello Stato in una grande società energetica non è casuale ma strategica, dovrebbe servire a orientare lo sviluppo verso le rinnovabili e tutelare al meglio i cittadini dall’aumento ingiustificato dei prezzi. Sia del carburante che delle bollette.
Lo Stato si materializza tramite il governo, il quale ha inscenato una strategia comunicativa tesa a far passare il messaggio che le grandi compagnie siano pronte a sacrificare una parte dei profitti per calmierare i prezzi. ENI ha fatto da battistrada annunciando un intervento temporaneo sui prezzi dei carburanti, ma è fuorviante trasformare un’iniziativa commerciale in una prova di solidarietà sociale.
ENI è una società quotata, ha il dovere di tutelare i propri interessi e la propria redditività, ma non ha il diritto di farlo a scapito dei consumatori, anche attraverso la distribuzione di un dividendo straordinarioagli azionisti, che in questo momento appare quanto meno inopportuno.
Il governo poteva e può ancora chiedergli di svolgere un ruolo effettivo per contrastare l’asimmetria con cui i prezzi dei carburanti reagiscono alle variazioni delle quotazioni internazionali: quando il petrolio sale, il prezzo alla pompa tende a reagire rapidamente, mentre la discesa avviene lentissimamente. La speculazione avviene in questo spazio temporale.
ENI potrebbe agire diversamente, anziché distribuire dividendi straordinari. Nel suo Consiglio di amministrazione ci so i rappresentanti del governo, che votano.
Servono trasparenza e controlli. Se esistono margini anomali, gli autori devono essere individuati e sanzionati.
Sostenere che le grandi compagnie petrolifere riducano i propri margini per solidarietà sociale significa distorcere la realtà.
ENI ha una strategia industriale e finanziaria che sta privilegiando la remunerazione del capitale degli azionisti, tra cui lo Stato stesso. Il Governo cosa fa?
Lo sconto alla pompa di oggi è tardivo e insufficiente, non sono chiari la durata e gli effetti reali sui consumatori e sull’economia, tenuto conto che le imprese stesse consumano tanta energia e carburante.
Qui si innesta la responsabilità politica rispetto alla leva fiscale
Perché non costruire un meccanismo di compensazione che attenui il peso delle accise quando il prezzo internazionale del petrolio supera determinate soglie?
Perché non rendere più trasparenti i margini lungo la filiera e non utilizzare gli strumenti dell’Antitrust e del Garante per la sorveglianza dei prezzi? Sono domande alle quali la politica deve avere il coraggio di dare risposte prima che le sofferenze sociali esplodano.
I prezzi corrono in tempo reale. I salari inseguono in differita.
L’inflazione è ridiventata la questione delle questioni che non riguarda solo quanto costa un litro di benzina, ma il costo della vita reale, casa, salute, trasporti e beni di prima necessità secondo uno standard di vita dignitosa, che gli stipendi e pensioni attuali fatica a realizzare, e spesso non ci riescono.
C’è una bella differenza tra chi ha il potere di trasferire l’aumento dei costi sui prezzi e chi invece è costretto a subirlo.
La stessa logica che caratterizza il rapporto tra prezzi energetici e consumatori si ritrova nel rapporto tra inflazione e salari. Anche qui il tempo non è neutrale. Anche qui esiste un’asimmetria tra chi può adeguare rapidamente i propri ricavi e chi deve attendere anni per recuperare il potere d’acquisto perduto.
Perciò il confronto tra sindacati e associazioni imprenditoriali sulla rappresentanza, sulla contrattazione e sul salario, è diventato così importante.
E amareggia parecchio constatare che il primo tentativo di raggiungere entro settembre un accordo non abbia prodotto il risultato atteso e che ora CGIL CISL UIL e associazioni imprenditoriali abbiano spostato la “scadenza” al 22 ottobre. Proprio sul tema dei salari il confronto “appare” difficile.
Il tempo non è una variabile neutra. Le imprese devono smetterla di logorare in questo modo i lavoratori e le organizzazioni sindacali che li rappresentano. Devono smetterla di lucrare sulle lungaggini, con la convinzione di avere il coltello dalla parte del manico.
Il costo dell’inflazione ricade su chi aspetta il rinnovo del contratto: perché i prezzi non aspettano nessuno e continuano a salire.
È difficile non chiedersi se, in una fase nella quale tante famiglie fanno fatica a respirare, non sarebbe più utile concentrare energie e responsabilità sui problemi che incidono davvero sulla vita delle persone, invece di alimentare scontri politici su questioni secondarie o inesistenti.
La moral suasion del Governo nei confronti di Eni e compagnie varie rischia così di assomigliare a una “pubblicità regresso”: una commedia nella quale gli attori tentano di raccontare una storia che non esiste per nascondere i problemi che invece esistono e appesantiscono la vita delle persone e delle famiglie.
I cittadini hanno bisogno di una cosa molto più elementare: che il costo dell’energia non diventi una tassa permanente sulla loro vita e sul loro lavoro.
I lavoratori di rinnovi contrattuali adeguati e adeguatamente protetti da meccanismi automatici e da una politica fiscale giusta e non ulteriormente penalizzante
Se i prezzi, non solo dei carburanti, possono essere aggiornati in poche ore mentre il salario ha bisogno di mesi o anni senza neanche riuscire a recuperare tutto il potere d’acquisto perduto -questa è la situazione nella quale ci troviamo- il problema è il modo in cui stiamo distribuendo la ricchezza.
Non è una situazione immutabile. Cambiare si può e si deve È una scelta che non riguarda solo la politica, ma che richiede una buona politica e gruppi dirigenti all’altezza dei problemi di questa fase storica.
La moral suasion è importante quando proviene da figure credibili che tengono insieme il paese attorno a principi e valori che fanno da linee guida, anche per una economia civile che in primo luogo passa attraverso il lavoro, come descritto in questo articolo.
Che può derivare solo da imprese e imprenditori e loro associazioni che sposano la cultura della sostenibilità sociale e ambientale, la quale non richiede meno ma più imprenditorialità di qualità, incentrata sulla responsabilità, verso gli azionisti veri del mondo e della vita che sono le persone. Anziché distribuire dividendi decontestualizzati che sottraggono benessere alla collettività.
G.G.
