«Cu campa vecchiu si fa» è un celebre proverbio siciliano che significa letteralmente «chi vive diventa vecchio». Non è una scelta, né un merito o una colpa: è la vita.
Una cosa è certa: i pensionati di oggi sono i lavoratori e le lavoratrici di ieri, le persone che adesso lavorano sono i pensionati di domani.
Tutto passa attraverso il lavoro. È impossibile pensare di risolvere strutturalmente il problema delle pensioni future senza affrontare quello dei salari presenti.
Il governo ne studia tante, ma non sa e non vuole affrontare il problema dell’ingiustizia distributiva che penalizza pensionati e lavoratori.
Non siamo di fronte a un conflitto di interessi tra generazioni, che anzi stanno riscoprendo l’importanza di agire insieme per difendere la stessa causa.
Il conflitto è tra chi ha e pretende un trattamento privilegiato e quanti devono fare i conti quotidianamente con il costo della vita e con gli effetti del definanziamento della spesa sociale.
Un Paese può definirsi davvero moderno quando le sue istituzioni accompagnano le persone dall’inizio alla fine del loro percorso umano e lavorativo. Un tempo si diceva «dalla culla alla tomba».
Sono tanti i segmenti sociali nei quali il malessere è profondo, in larga misura riconducibile a scelte politiche che non si vogliono compiere, per non prendere un po’ di soldi a chi ne guadagna troppi,
Come se governare prescindesse dal come si architettano le leggi finanziarie, dal come si investe e spende il denaro pubblico, dalla politica fiscale e dal contrasto all’evasione.
È sleale decurtare la pensione attraverso la tassa occulta dell’inflazione – come si propone di fare il governo con aumenti nominali che corrispondono a tagli reali per effetto della rivalutazione ridotta prevista nella Legge di bilancio 2027.
Non stiamo parlando delle pensioni d’oro, ma di persone che hanno versato contributi pieni con il valore che il denaro aveva nel momento in cui lavoravano. È lo stesso fenomeno che colpisce i lavoratori dipendenti attraverso il drenaggio fiscale che fa aumentare il prelievo tributario anche quando gli incrementi nominali delle retribuzioni a malapena compensano l’inflazione.
Siamo di fronte a una patrimoniale non dichiarata ma percentualmente più incisiva di quella ipotizzata a carico dei super ricchi, difesi a spada tratta da chi si oppone al salario minimo e alla moralizzazione degli appalti.
La relazione tecnica che accompagna la Legge di bilancio in discussione in Parlamento stima in circa 1,476 miliardi di euro all’anno nel primo triennio e 14,2 miliardi in dieci anni la minore spesa a danno dei pensionati interessati.
A questi importi vanno aggiunti gli effetti del fiscal drag, che, sulla base dello scenario economico della Banca d’Italia e di un’inflazione cumulata del 5,2% nel biennio 2026-2027, raggiungerebbe complessivamente 8,11 miliardi di euro, di cui 5,76 miliardi graverebbero sui lavoratori dipendenti e 2,35 miliardi sui pensionati.
Non si tratta di misure immaginarie, ma di quanto deliberato dal Consiglio dei Ministri. Il drenaggio fiscale dipende dalla mancata indicizzazione degli scaglioni e delle detrazioni IRPEF. Non è una fatalità, è una forma di prelievo che il governo potrebbe e dovrebbe stoppare, invece di continuare a sfruttare l’inflazione per tagliare la spesa sociale.
Nella Sanità questo inganno è palese. Pur essendo nominalmente veri, gli aumenti in cifra corrispondono a tagli sostanziali, tant’è vero che non bastano a coprire l’incremento dei costi e dei bisogni.
I presidenti delle Regioni hanno chiesto 6,5 miliardi di risorse aggiuntive, a fronte dei 2,4 miliardi stanziati dal governo. Una differenza che, se non viene colmata, compromette la capacità del Servizio Sanitario Nazionale di garantire pienamente ai cittadini i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). Il Presidente della Lombardia Fontana l’ha detto a chiare lettere, figuriamoci le Regioni più fragili.
La spesa sociale, previdenza compresa, è l’avamposto della modernità. Sottrarre potere d’acquisto a chi ha contribuito alla crescita dell’Italia per una vita intera significa rompere la fiducia tra cittadini e istituzioni.
Ancora peggio quando si toglie a pensionati, lavoratori e rispettive famiglie per offrire e garantire privilegi a quanti guadagnano il doppio, il triplo, il quadruplo e anche di più, al solo scopo di soddisfare richieste di partito. Altro che Nazione e senso dello Stato.
Se si misura tutto in termini di costi, la vecchiaia rischia di essere considerata un problema da contenere, anziché una stagione della vita da rispettare e valorizzare, anche per quanto di prezioso le persone anziane possono ancora dare alla società.
Pensionati e pensionandi appartengono allo stesso filo logico del lavoro. Separarli o metterli in competizione, come fa qualche «ministro leghista», significa perdere di vista il legame che li unisce nella prospettiva di un modello di sviluppo sostenibile, nel quale anche la sostenibilità finanziaria si connette allo scopo da perseguire.
La fiducia nei confronti delle istituzioni passa attraverso la tutela del potere d’acquisto degli stipendi e delle pensioni, vera cartina di tornasole della giustizia e della coesione sociale.
Così come i contributi previdenziali sono stati versati con il valore che la moneta aveva negli anni in cui si lavorava, allo stesso modo la pensione deve essere rivalutata annualmente per mantenere lo stesso potere d’acquisto. Altrimenti il tempo la consuma.
È in questa prospettiva che va letta, senza pregiudizi e senza sconti, la legge di bilancio che prevede la rivalutazione ridotta delle pensioni INPS.
Togliere o non riconoscere quanto spetta a pensionati e lavoratori produce una perdita secca. Ecco perché definirla una patrimoniale occulta non è esagerato.
I cittadini italiani in regola con il fisco sono vittime di una grande ingiustizia. Questa è la grande riforma di cui c’è bisogno per fare in modo che benefici e sacrifici siano equamente distribuiti, anziché imporre sempre agli stessi il peso maggiore.
La contraddizione diventa ancora più evidente quando si allarga lo sguardo alle nuove generazioni, già pesantemente penalizzate.
I giovani che entrano nel mercato del lavoro con salari insufficienti e percorsi occupazionali precari saranno pensionati poveri, se tutto rimane com’è. Con l’aggravante che molti di loro, che ne avrebbero maggiore bisogno, sono tagliati fuori dalla previdenza integrativa. Un’intera generazione ha già accumulato una carenza contributiva difficilmente recuperabile.
Tanti lavoratori finiscono nella rete di promotori finanziari privati che propongono fondi pensione cosiddetti aperti, spesso più costosi e meno vantaggiosi rispetto ai Fondi pensione complementari di Categoria, perdendo anche il contributo a carico dell’impresa.
In questo modo si penalizzano le persone due volte: durante la vita lavorativa, con retribuzioni che non consentono di vivere dignitosamente.
È semplicemente illusorio pensare di risolvere il problema delle pensioni future senza affrontare quello dei salari presenti.
La previdenza, dunque, non è una questione che riguarda soltanto gli anziani. È una delle espressioni più concrete della solidarietà tra generazioni.
Governare un Paese facendo perennemente campagna elettorale significa non avere cultura istituzionale e senso dello Stato. Significa anteporre la ricerca del consenso alla responsabilità (che è anche un dovere) di governare secondo Costituzione.
In una legge finanziaria non basta rivendicare i conti a posto, che poi tanto a posto non sono, visto che anno dopo anno abbiamo raggiunto il debito pubblico record di 3.200,85 miliardi di euro ad agosto 2026.
Quale futuro si sta preparando per chi oggi lavora e domani sarà in pensione?
Un Paese che divide lavoratori e pensionati, giovani e anziani, finisce per nascondere la vera questione: come creare e distribuire la ricchezza, con quale modello di sviluppo e per quale morfologia sociale. Crescere (poco) alla sperindio, non è sviluppo. Lo sviluppo è crescita sensata in quantità e qualità. È economia di scopo.
Il lavoro non ha età. Cambia forma nel corso della nostra vita e delle diverse fasi storiche, ma non perde mai il suo vero significato di connessione virtuosa con la libertà dal bisogno e l’aspirazione alla crescita umana e professionale.
Così come il concetto di previdenza che unifica il tempo e ci connette con il futuro facendo emergere il “Noi” che c’è in ogni persona giovane o anziana, perché la vita non ha età e in ogni età c’è vita.
G.G.
