Mai assuefarsi allo sfruttamento dei lavoratori.
Mai considerarlo un prezzo inevitabile da pagare.
Va combattuto a viso aperto e con determinazione.
Lo dobbiamo a tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori che sono caduti nella rete di sistemi fraudolenti pilotati e/o utilizzati da grandi imprese che non rispettano i loro diritti.
Per la Procura di Milano Amazon usa l’intelligenza artificiale per sfruttare i lavoratori.
Questo emerge dall’ennesima inchiesta giudiziaria con sequestro preventivo di 121 milioni di euro, anche per frode fiscale e mancato versamento dei contributi sociali.
Con una organizzazione oppressiva che annichilisce le persone attraverso l’utilizzo incontrollato, ma controllante e assillante, di un algoritmo che impone carichi e ritmi di lavoro inflessibili, a dispetto della salute e della sicurezza dei lavoratori.
Se questo avviene per mano di grandi imprese che si macchiano di reati così gravi, vuol dire che qualcosa d’importante si è rotto nel sistema relazionale che governa il lavoro nel nostro Paese.
Lo confermano i continui interventi della magistratura nei confronti di imprese capofila che inquinano le filiere produttive anziché condizionarle virtuosamente come potrebbero e dovrebbero fare attraverso i capitolati d’appalto, i codici etici e anticorruzione di cui anche al D.Lgs. 231/2001.
Capitolati e Codici Etici di cui le Organizzazioni Sindacali si dovrebbero occupare meglio nell’esercizio dei diritti di informazione e nel monitoraggio delle imprese appaltatrici.
Nessun anacronistico pregiudizio nei confronti dell’intelligenza artificiale, anzi.
Se ben utilizzata essa può rafforzare la democrazia, anche economica, migliorare le condizioni di lavoro e di vita di tutti.
Purtroppo in numerose imprese la si sta usando male e anche illegalmente, contro i lavoratori.
In tali contesti è doveroso opporsi senza tentennamenti, per riportare legalità e rispetto dei diritti costituzionali delle persone, a prescindere dall’impresa per la quale lavorano.
La magistratura fa il suo lavoro, ma occorre che ciascuno faccia bene il proprio, per costruire un sistema produttivo composto da imprese capaci di promuovere sviluppo sostenibile, all’interno del quale il profitto sia il punto di incontro tra la dimensione economica e quella sociale.
Questa è l’economia di scopo di cui ha bisogno l’Italia.
Questo era lo spirito del PNRR.
L’imposizione e il controllo a distanza dei carichi e dei ritmi di lavoro posto in essere da Amazon e altre imprese vanno in direzione opposta.
Siamo di fronte a sistemi fraudolenti capeggiati da imprese committenti che fanno finta di non vedere e non sapere.
In modo particolare e opprimente, succede nella Logistica e in Agricoltura, ovvero in settori strategici che interagiscono con altri non meno decisivi come la Grande Distribuzione, i Trasporti e l’Industria della Trasformazione, la galassia dei Servizi di Vigilanza, Pulizie e altro, che nell’insieme costituiscono una parte importante dell’economia italiana.
Il sindacato nel suo complesso, a mio parere, non ha reagito adeguatamente e ancora stenta a farlo, nonostante l’importante risultato raggiunto con Esselunga per la parziale reinternalizzazione dei lavoratori operanti nei suoi centri di ricevimento e smistamento delle merci destinate ai punti vendita.
Nei confronti di queste imprese occorre un tipo di fermezza che non ha nulla a che fare con la demagogia.
Ma nemmeno con approcci politico sindacali e “professionali” incapaci di distinguere la ragionevole flessibilità organizzativa di cui hanno bisogno per funzionare, da ogni sorta di fetenzia normativa retributiva e comportamentale a danno dei lavoratori.
Il rifiuto del salario minimo è parte di questo problema.
Bisogna ridare al lavoro la prospettiva della Costituzione che lo concepisce come luogo di incontro tra imprese e lavoratori, tra la dimensione economica e quella sociale, anche in relazione alla dirimente questione ambientale.
Questo è il riformismo moderno di cui ha bisogno il nostro Paese.
Se il lavoro, oggi, è fonte di diffuso malessere, tutti gli attori che se ne occupano hanno il dovere di chiedersi se non dipenda anche dalle proprie carenze.
Tutti, nessuno escluso.
Le imprese si attribuiscono il merito delle eccellenze ma non la parte di responsabilità di ciò che non funziona o è funzionale solo ai loro interessi, come per esempio il lavoro “stabilmente” povero.
Vogliono giovani diplomati e laureati sempre disponibili ma il più delle volte offrono contratti a tempo parziale e determinato, anche quando non vi è nessuna ragione economica per non assumerli a tempo pieno e indeterminato.
Li vogliono “rigorosamente” low cost e da comandare a “bacchetta” e si lamentano pure quando non li trovano.
L’Italia ha bisogno -eccome se ne ha bisogno-, di imprenditori e manager capaci, se con questo termine non si intende la spregiudicatezza che ho cercato di mettere in luce in questo scritto.
Se il lavoro povero è diventato strutturale non può essere colpa di tutti tranne che delle imprese che lo generano e se ne giovano.
Con la connivenza politica di chi non vuole disturbarle.
G.G.
