Si colpisce dove è più facile e conveniente.
A danno dei soliti lavoratori dipendenti e dei pensionati, dei giovani e delle giovani donne, degli esclusi e degli emarginati.
Si proteggono gli extraprofitti e le “categorie amiche”.
È l’Italia differenziata dei trattamenti differenziati che punisce e premia in modo tutt’altro che coerente con il merito, i sacrifici (di una vita nel caso dei pensionati) e la solidarietà proattiva nei confronti degli svantaggiati.
Il fisco e le misure politicamente orientate sono gli attrezzi di una politica pavida, incapace di “intaccare” i privilegi veri a beneficio della collettività e della coesione sociale.
Parlare sempre e solo di crescita general generica senza mai affrontare il problema della distribuzione della ricchezza prodotta e del come la si produce, significa rassegnarsi allo status quo e alla accentuazione spontanea degli squilibri esistenti connaturata al mercato senza orientamento che insegue solo ciò che conviene economicamente a chi investe.
Non è questo ciò di cui ha bisogno l’Italia, ciò di cui hanno bisogno le persone appartenenti a tutte le generazioni, anche future, condizionate dal nostro presente.
Siamo a forte rischio di regressione economica e sociale, ma anche civile e culturale.
Da un lato si “coccolano” evasori e sfruttatori, dall’altro si tartassa chi ha una buona e meritata pensione, dopo un’intera vita di lavoro, attraverso la sua mancata rivalutazione.
Altro che attenzione e difesa del ceto medio.
I pensionati penalizzati dai governi che si sono succeduti sono circa 3 milioni e mezzo, con ricadute negative sulle rispettive famiglie, figli e nipoti compresi.
Un’ingiustizia che c’entra poco con la sacrosanta solidarietà intergenerazionale nei confronti delle persone più fragili, la quale deve trovare risposte attraverso la leva fiscale e misure appropriate.
Invece si preferisce “far quadrare i conti” con manovre finanziarie che premiano e penalizzano a discrezione politica.
Non esiste il diritto di utilizzare il denaro pubblico a favore di evasori fiscali e imprese che utilizzano gli sgravi per alimentare il precariato e non garantire la sicurezza nel lavoro.
Anzi, esiste il dovere contrario, alla luce del principio che le tasse sono sempre di scopo (sociale).
Non voler adottare il criterio virtuoso della condizionalità degli aiuti e degli incentivi alle imprese, cosa che invece si fa nei confronti delle persone che ricevono sussidi, fino all’accanimento nei confronti di quelle più fragili, equivale a tradire il dettato costituzionale.
I pensionati hanno il diritto-dovere di contribuire al bene comune come tutti gli altri cittadini, ma è profondamente ingiusto colpirli con modalità che li danneggiano per sempre.
Ogni fine anno, con la manovra finanziaria, si ripete la pratica della non rivalutazione selettiva delle pensioni secondo la discrezionalità politica del governo di turno, che nega il principio stesso di previdenza sociale.
Quando avviene in modo da procurare un danno definitivo è più che legittimo ribellarsi a una simile ingiustizia, anche attraverso la Magistratura, fino a quella di ultima istanza rappresentata dalla Corte costituzionale.
Sostiene il pensionato Marco Panti:“se crolla il patto tra lavoratore e Stato, allora la Costituzione viene tradita”.
I pensionati altro non sono che lavoratori e lavoratrici andati in quiescenza con la “certezza” di percepire una pensione pre-quantificata e certificata che ingiustamente viene falcidiata dalla non rivalutazione al costo della vita.
Marco Panti è un ex dirigente scolastico, oggi 71enne, che si è rivolto alla Corte dei conti, la quale, con una “storica ordinanza”, ha chiesto alla Corte Costituzionale di pronunciarsi sulla legittimità dei tagli alla rivalutazione della sua pensione, per il triennio 2022 2023 2024.
Che altro è la mancata indicizzazione al costo della vita se non una patrimoniale di fatto?
Se vogliamo dirla tutta è anche peggio, tenuto conto che produce danni permanenti e cumulativi per la restante parte della vita.
Una sorta di scala mobile al contrario che garantisce la riduzione costante del potere d’acquisto, quanto più la pensione è buona, ma tutt’altro che assimilabile al privilegio e alla ricchezza.
Buona e nient’affatto in contrasto con la solidarietà verso chi ha bisogno, la quale dovrebbe scaturire da una politica economica e sociale capace di promuovere sviluppo virtuoso e inclusivo.
In verità, assieme ai pensionati i lavoratori sono i più colpiti dall’inflazione, nonostante gli effetti momentanei dei rinnovi contrattuali abbiano dato l’impressione che sia in atto una inversione di tendenza favorevole alla crescita netta delle retribuzioni.
Purtroppo non è cosi, checché ne dica il Presidente della Confindustria Orsini che valuta strumentalmente i primi 2 trimestri del 2024 coincidenti con tranche di aumenti in busta paga previste da importanti CCNL rinnovati.
In realtà ci troviamo di fronte al perseverare di un orientamento che premia e punisce secondo valutazioni politiche, anche attraverso il mantra del “non ci sono soldi” che tende a coprire l’ingiustizia fiscale eretta a sistema e il rapporto malato tra pubblico e privato che impoverisce lo stato sociale.
Come se, tra la struttura del bilancio pubblico e la disponibilità finanziaria, non ci fosse alcun rapporto con la politica fiscale e una più equa redistribuzione della ricchezza, anche attraverso la tutela reale delle pensioni, l’aumento di quelle minime e stipendi dignitosi.
Da parecchi anni i governi fanno cassa a danno della rivalutazione delle pensioni medie, con l’aggravante, oggi, delle misure selettive e clientelari nei confronti del “ceto medio”, testimoniate da una politica fiscale che, a parità di reddito, punisce in maniera inaccettabile lavoratori dipendenti e pensionati.
Non si vogliono tutelare, sia chiaro, le “pensioni d’oro” che in realtà non dovrebbero nemmeno esistere e che contraddicono il concetto stessa di previdenza sociale.
Abbiamo davanti a noi un futuro alquanto problematico, con vincoli, rischi e opportunità impossibili da fronteggiare in ordine sparso, come sostiene lo stesso “rapporto Draghi”, con il quale in ogni caso dovremo fare i conti, con la volontà di rimettere al centro il lavoro e il sociale, i giovani e le giovani donne che in Italia non se la passano bene, non certo per puro caso.
Quando Draghi afferma che “chi paga meno le donne va contro la Costituzione”, forse vuole dire -così traduco-, che in quella Carta è necessario riconoscersi per accettare le sfide del nostro tempo con lo spirito giusto.
Non é mai troppo tardi per “convertirsi” a questa “giusta causa”. Lo saprá fare chi ci governa?
G.G.
