La democrazia è nostra: partecipare si può e si deve.
Assumersi le proprie responsabilità per farla vivere, è di fondamentale importanza.
Siamo alla vigilia di una massiccia campagna referendaria che va oltre la logica degli schieramenti, incentrata sul lavoro, sulla cittadinanza e sull’unità effettiva del Paese, seriamente minacciata dalla legge sull’autonomia differenziata voluta dalla Lega.
La quale vorrebbe applicarla nelle regioni del nord perfino prima che siano definiti e approvati i livelli essenziali delle prestazioni (LEP) previsti e garantiti dall’art. 117 della Costituzione.
Il progresso e la coesione sociale appartengono a tutti: chi vota a destra aspira a vivere bene come chi vota a sinistra o al centro, o si astiene perché sfiduciato.
I diritti di cittadinanza rappresentano il patrimonio immateriale e materiale in primo luogo delle persone comuni, che per vivere dignitosamente ne hanno bisogno, tanto quanto oscurantisti e reazionari sono coloro che li negano o scientemente li svuotano, come sta avvenendo in Italia, sotto i nostri occhi.
Da ultimo con il “populismo penale” del Nuovo ddl sicurezza.
Si moltiplicano reati e pene a senso unico.
Si mira a intimidire lavoratori e cittadini per limitare manifestazioni e proteste, anche e soprattutto sindacali.
CGIL e UIL hanno già “manifestato” pubblicamente il loro disaccordo.
Si punta alla repressione dei giovani e ci si accanisce nei confronti dei carcerati e dei migranti, nel mentre si usano i guanti bianchi con i politici e i funzionari corrotti, scagliati sistematicamente contro l’indipendenza della magistratura.
La raccolta di milioni di firme per chiedere 7 referendum dimostra che la democrazia parlamentare non sta funzionando come dovrebbe, perché si preferisce accentrare il potere in poche mani e in prospettiva in una sola persona (Premierato) anziché governare nel rispetto della separazione e del bilanciamento dei poteri, come prevede la Costituzione.
E dimostra altresì che la società nei momenti decisivi esiste e non ci sta a subire passivamente.
Vedremo tra qualche mese cosa deciderà la Corte costituzionale e quanti ne ammetterà, fermo restando che il problema non è solo quello del quorum.
La mobilitazione per la raccolta delle firme è già un risultato positivo, ci sono i presupposti per una grande partecipazione popolare di cui le forze politiche e il governo non potranno non tenere conto.
Intanto incombe la “manovra finanziaria di fine anno, rispetto alla quale risulta ancor più impegnativo del solito trovare e utilizzare bene le risorse.
Piuttosto che illudersi di “fare la storia” mettendosi al servizio dei più forti (e in ultima analisi di se stessa ),Giorgia Meloni dovrebbe “limitarsi” a governare democraticamente nell’interesse presente e futuro dell’Italia e dei suoi cittadini, che non è quello di vivere in un Paese disarticolato e squilibrato dal punto di vista economico e sociale.
La Legge di bilancio 2025 è destinata a produrre effetti negli anni futuri, essendo la prima successiva al Patto di Stabilità europeo che comporta la riduzione del debito pubblico dello 0,5% per 7 anni.
Una condizione che, a maggior ragione, richiede l’utilizzo virtuoso del denaro pubblico, una politica fiscale equa (e democratica), un rapporto equilibrato tra il prodotto interno lordo e la spesa sociale.
Non si tratta di stabilire che cosa sia giusto o sbagliato in astratto, ma che cosa sia possibile e utile al nostro Paese per innescare il processo di riequilibrio economico e sociale di cui ha urgente bisogno.
Se il termine “urgenza” lo associamo a milioni di persone emarginate o escluse dal mercato del lavoro e dal benessere collettivo che, sia pure in proporzioni diverse, sono presenti in tutte le regioni d’Italia.
Il fisco è uno strumento di democrazia sostanziale, non solo di generica coesione sociale.
Bisogna tenerlo sempre presente.
Il governo Meloni sta dimostrando di essere poco democratico “anche” da questo punto di vista, a scapito della solidarietà istituzionale derivante da una più calibrata redistribuzione della ricchezza.
Il tempo e l’inflazione “cavalcata” degli ultimi anni hanno semmai rafforzato la necessità di relazionarsi più efficacemente con le modalità di produzione del profitto, soprattutto quando questo cresce oltre misura per ragioni che non hanno nulla a che vedere con il mercato e il merito.
Che fare?
Spetta al governo il compito di ristorare chi è stato maggiormente colpito dall’inflazione e di trovare i soldi per gli investimenti che servono al Paese.
Affidarsi alla “generosità” delle banche e delle grandi imprese che hanno realizzato e continuano a realizzare profitti extra, è umiliante.
Umiliante e indicativo di un approccio politico subalterno al mondo finanziario e ai potentati economici che hanno speculato a danno dei cittadini, genericamente definiti consumatori/clienti/utenti.
I profitti e, a maggior ragione, gli extraprofitti vanno adeguatamente tassati.
Non solo quelli delle banche e delle grandi assicurazioni, ma anche delle imprese che hanno approfittato delle circostanze per alzare prezzi e tariffe dei servizi mentre lavoratori e pensionati perdevano potere d’acquisto.
Due sono le cose veramente importanti per il futuro prossimo dell’Italia e dei cittadini italiani.
Investimenti mirati a impatto sostenibile dal punto di vista sociale e ambientale, affinché lo sviluppo produca riequilibrio anziché consolidamento e perfino ulteriore peggioramento degli squilibri esistenti.
E spesa sociale da incrementare in rapporto al Pil, indicizzata all’inflazione, affinché sia effettiva e verificabile.
Obiettivi impossibili da perseguire se non si entra nell’ordine di idee di scontentare qualcuno, non per il piacere di farlo ma per senso di giustizia nei confronti di quanti pagano troppo a vantaggio di quanti non pagano il dovuto o pagano troppo poco.
Trattenersi tutti gli extraprofitti è un atto di prepotenza e di pura arretratezza politica economica e finanziaria che si riflette anche nella legge di bilancio 2025 che il governo sta per varare anche in funzione spregiudicata delle elezioni politiche del 2027, a riprova del fatto che l’obiettivo principale è la conservazione del potere e il consolidamento delle alleanze di cui al lavoro povero e alla povertà di matrice normativa, economica e culturale, e infine civile.
Ce n’è abbastanza per “mettersi in movimento”. Sindacale in primo luogo…
G.G.
