L’articolo 46 della Costituzione sulla partecipazione dei lavoratori alla vita delle aziende non è applicabile in modo scollegato dagli articoli 1, 2, 3, 37 e 41 ed altri.
Se lo si fa porta fuori strada. Non risolve, ma crea problemi. Temo sia questo l’”errore” commesso dai proponenti, che non hanno avuto nemmeno la coerenza di lottare per difendere il testo originale della loro proposta.
Partecipare significa rivendicare pari dignità facendola diventare diritto del lavoro, come si fece con lo Statuto dei lavoratori, nel solco tracciato dalla lettera e dallo spirito della precitata Costituzione
Quando l’art. 41 sancisce che “l’iniziativa economica privata è libera.” ed aggiunge iimediatamente che “Non può esercitarsi in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”, in poche parole – scolpite nella memoria di quel “testo”, che è anche un testamento e una mission infinita-, afferma che il profitto non dev’essere sconnesso dalla sostenibilità sociale e ambientale.
Ci vuole un bel coraggio a definire partecipazione dei lavoratori alla vita delle imprese una legge che ignora e contraddice il lavoro prodotto finora su rappresentanza e rappresentatività per democratizzare le relazioni sindacali e stroncare la pirateria contrattuale.
La quale, prevalentemente, è figlia delle forze politiche della maggioranza di governo e del mondo dei consulenti, che non a caso si oppongono al salario minimo e a una legge che definisca che si possono applicare solo CCNL firmati dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative.
Siamo in presenza di una operazione politica che accentua la spaccatura del Sindacato con il sostegno interessato del governo e della parte meno responsabile dell’universo imprenditoriale/manageriale, che lascia fare, dopo aver espresso pubblicamente parere contrario (Confindustria e Banche) e accertato che il testo non contesse alcun impegno preciso.
Bisogna arrampicarsi sugli specchi, come fa il Presidente della Fondazione Ezio Tarantelli, Emmanuele Massagli, megafono della CISL, per dichiarare che il Ddl approvato alla Camera possa diventare in seguito, chissà quando, chissà come, qualcosa di concreto.
Chi crede davvero nella partecipazione deve dimostrarlo nella contrattazione con le grandi imprese e le associazioni di categoria, e in modo particolare anche con il governo che a suo modo è un “datore di lavoro” di primaria importanza.
Dubito fortemente che i Promotori di questa legge abbiano le carte in regola o siano più credibili di altri.
Privilegiare soluzioni condivise non è un cedimento ma una conquista, ma siamo lontani da una simile assunzione di responsabilità che, in ultima analisi, dovrebbe servire a civilizzare sia gli strumenti che lo scopo, ovvero l’economia e il lavoro. Se non ha queste caratteristiche, non è partecipazione dei lavoratori.
Nel Presentare la “sua” proposta di legge, la CISL ha scritto nei suoi organi di informazione onlineche attuare la Costituzione fa bene a tutti, cosa che, in economia e nei rapporti di lavoro, non dovrebbe essere un mero auspicio ma un preciso dovere.
Il testo approvato è tutto incentrato sulla facoltà delle imprese di aderire alle 4 fattispecie di partecipazione teoricamente previste: gestionale, finanziaria, organizzativa e consultiva.
Somiglia tanto alla fallimentare patente a punti che serve solo a far apparire di essereimpegnati ad affrontare e risolvere i problemi, evitando di “prendere il toro per le corna”.
In altre parole si consolida l’asimmetria relazionale tra imprese e lavoratori. In questo modo la partecipazione si svilisce facendola diventare altro, cioè una operazione politica Governo – CISL.
Mi spiace dirlo in maniera così chiara, ma credo che di fronte al rischio di ulteriore svuotamento del sistema relazionale e della contrattazione sindacale la chiarezza sia doverosa, nel pieno rispetto delle lavoratrici e dei lavoratori aderenti alla precitata confederazione, che rimangono compagni/e di strada e di destino.
È stata definita una “scatola vuota” dal Segretario Generale della UIL Bombardieri -cioè dalla Confederazione che nella partecipazione dei lavoratori ci ha sempre creduto, fin da quando non era facile rivendicarla e praticarla nella contrattazione. A partire dall’elemento principale costituito dal diritto di informazione
Nulla a che vedere con la Mitbestimmung (cogestione) tedesca o altre forme di co-determinazione e condivisione diffuse nei Paesi dell’Europa del nord.
Quella non ancora definitivamente approvata è una legge sconnessa dalla rappresentanza democratica dei lavoratori, dal sistema relazionale e dalla vera natura della contrattazione che al suo interno contiene la funzione vitale e riequilibrante del conflitto. A prescindere dalle sue forme.
Chi lo demonizza dimostra di non avere le carte in regola con la storia anche epica delle conquiste sindacali dei lavoratori e dei sacrifici che sono costate.
Ci vuole tanto a capire che se non è anche (anche, non solo o soprattutto) conflittuale, il sindacalismo muore? Negarlo, oggi, è fuori dal mondo.
La nobiltà della partecipazione è incompatibile con l’approccio rinunciatario e politicamente contraddittorio. Per non dire chiaramente, connivente.
È più importante che i lavoratori diventino azionisti (con quali soldi se spesso non sono nemmeno iscritti alla previdenza integrativa, per quanto sono modesti/poveri i loro stipendi?), o che le loro retribuzioni recuperino terreno rispetto al costo della vita in costante aumento? Le leggi devono avere anima e spirito. Il Ddl approvato in prima lettura alla Camera è senza storia e senza respiro democratico. Spero tanto tanto tanto di sbagliare. Oggi la penso così.
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

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