Inammissibile” il numero di morti e infortuni sul lavoro: troppi appalti diretti e troppi conflitti di interessi minacciano la credibilità dello Stato.
Basterebbe ascoltare con la dovuta attenzione la relazione annuale al Parlamento del Presidente dell’Autorità Nazionale Anti Corruzione, Giuseppe Busia, per agire con precisione chirurgica sulle cause che hanno impoverito e destrutturato il lavoro. È questione di volontà, certo, ma anche e soprattutto di difesa e sviluppo della democrazia di cui l’economia e il lavoro costituiscono la struttura portante. Lo squilibrio tra interesse privato e pubblico, la svuota. Re-agire è necessario.
Il lavoro che dà libertà personale e genera sicurezza sociale, è un diritto di cittadinanza di fondamentale importanza. Non basta dire che non si crea per decreto, il problema è diventato inverso, ovvero che per decreto il lavoro è stato svalorizzato, frantumato e impoverito. Anche culturalmente svilito.
Per sua natura e destino, invece, ha una molteplicità di significati, inscindibili uno dall’altro, tanto da essere stato posto a fondamento della nostra Repubblica. Questa è la realtà sistematicamente ignorata.
Anche statisticamente, è assurdo mettere sullo stesso chi lavora saltuariamente e parzialmente, non per libera scelta, con chi lavora regolarmente a tempo pieno.
Averlo ridotto a costo lo ha subordinandolo a modelli d’impresa e di sviluppo che promuovono la concorrenza al ribasso tra persone che, per bisogno, accettano (e subiscono) palesi ingiustizie.
Non è un problema solo normativo, ma anche di formazione al rispetto della persona nel lavoro. Quindi, di civiltà.
L’Italia ha bisogno di imprese di sana e robusta Costituzione, la cui salute non si misura solo dai bilanci, ma anche dal benessere dei lavoratori, dal rispetto dei consumatori e dei fornitori, dalla tutela dell’ambiente.
Il lavoro non si è deteriorato per la bassa produttività, che pure esiste e spesso riguarda grandi imprese che ne “strozzano” altre o istituzioni pubbliche che appaltano a costi e condizioni incompatibili con il rispetto delle “clausole sociali”, come precisato dal Presidente Anac.
Dipende anche dal mancato coinvolgimento dei rappresentanti dei lavoratori, nei termini previsti dall’art. 46 della Costituzione
Nella grande distribuzione, per esempio, hanno il diritto di sapere e di capire che rapporto c’è tra le imprese che ne fanno parte e il fenomeno dello sfruttamento (caporalato compreso) in agricoltura o nella logistica. Questo significa contrattazione di filiera, democrazia economica e sindacale.
Non certo diventare azionisti di una industria delle armi come Leonardo, per gentile concessione della stessa.
Se non si parla più solo di generica di crescita del Pil ma di sviluppo sostenibile, è perché ci si rende conto che serve a poco realizzare ottimi profitti a scapito del benessere collettivo.
O l’impatto dell’economia e degli investimenti è dichiaratamente orientato al perseguimento di questo scopo, oppure è oggettivamente reazionario, anche se pervaso di intelligenza artificiale. Negli Stati Uniti a questo stiamo assistendo.
Non è lo strumento che fa la differenza, ma come lo si utilizza e finalizza. Urge offrire a tutti la prospettiva di una vita dignitosa. Passo dopo passo, deroga dopo deroga, il lavoro è diventato fonte di diffuso malessere a danno soprattutto dei giovani che quando possono “scappano”.
Spiega Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio Risorse Umane e Innovazione, del precitato Politecnico di Milano: “Tra i lavoratori italiani si rileva una crescente frustrazione, attribuibile alla percezione di instabilità del mercato del lavoro, accentuata da conflitti e crisi globali e da retribuzioni spesso inadeguate al costo della vita. Così, oltre al benessere e all’equilibrio, che continuano ad essere le priorità delle persone, si sta affiancando una crescente ricerca di sicurezza e protezione”.
Il lavoro si è ammalato non certo per una sola ragione, ma credo che la principale sia quella del giustificazionismo delle malefatte nei confronti dei lavoratori.
Si occultano le responsabilità soggettive, politiche e imprenditoriali. Con un Ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture che, oggi, con incredibile sfacciataggine si contrappone al capo dello Stato Mattarella sulle norme antimafia da applicare al Ponte sullo stretto di Messina.
Vantarsi di un Paese sempre più povero (e con meno figli), incapace di affrontare il problema del lavoro con un piano di sviluppo economico che includa strutturalmente l’obiettivo della buona occupazione, significa far morire la speranza di un futuro migliore. E questa è la causa principale del fenomeno dell’espatrio: particolarmente preoccupante tra i giovani 25-34enni laureati, come, riportato da Maurizio Carucci sul quotidiano Avvenire del 21 Maggio.
Una cosa è certa. Il malessere è diffuso, gli stipendi sono bassi e fonte di strutturale squilibrio.
Basta e avanza per riprendere il “Nessun dorma” del nostro Presidente Mattarella riferito all’Europa e farlo diventare un programma di lavoro e di lotta, anche con noi stessi, per risvegliare il vero amore per la Patria indissolubilmente legato alla civiltà della pace e della giustizia sociale di cui il lavoro è la colonna portante.
G.G.

Giovanni Gazzo
Author: Giovanni Gazzo

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