Di lavoro incompatibile con la Costituzione, cioè insalubre, insicuro e iniquo, in Italia ce n’è tanto. troppo. Diretto o per interposta impresa.Non siamo in presenza di poche “mele marce”. È un fenomeno innervato nel sistema produttivo.
Come ancora una volta dimostrano le tragiche “circostanze” in cui hanno perso la vita tre operai edili di Napoli il 25 luglio. Due dei quali “pare” fossero in nero…
Con “un morto ogni sei ore e il governo che non fa nulla”. Come ricorda il magistrato di Cassazione Bruno Giordano, il quale aggiunge: “la patente a punti era stata presentata come una misura risolutiva in chiave di prevenzione ma è stata solo un’illusione”. Burocrazia su burocrazia, che fa comodo solo per poter dire di aver adottato misure che, nei fatti, si rivelano “inutili” e “anche dannose”.
Significa chetante imprese e imprenditori violano il patto di umana e civile convivenza sancito nella nostra Costituzione, a danno principalmente dei loro “dipendenti”.
Chi tira in ballo ideologie politiche, massimalismi e pregiudizi, usa armi di distrazioni di massa, favorisce la normalizzazione del malessere sociale a intensità variabile che “colpisce” milioni di lavoratrici e lavoratori e rispettive famiglie. La consulente del lavoro diventata ministra è alla testa di questo “movimento”.
Eliminando il tetto dei 6 mesi di risarcimento per i licenziamenti illegittimi, la Corte costituzionale ha detto chiaramente che il giudice del lavoro non è chiamato a fare giustizia all’ingrosso, a danno, peraltro, della parte più debole.
Lo ha rimesso nella condizione di giudicare caso per caso e di ripristinare anche il ruolo della deterrenza. I licenziamenti illegittimi, infatti, vanno scoraggiati, non facilitati.
Consulta e Magistratura assolvono la loro funzione in un clima politico non sereno, ma il compito di combattere lo sfruttamento e il lavoro irrispettoso del dettato costituzionale, spetta in primo luogo alla politica e alle organizzazioni che rappresentano sia gli autori che le vittime di questo indegno fenomeno.
Certo, serve il dialogo, il confronto è sempre utile, ma al momento del dunque ciascuno deve assumersi le proprie responsabilità, che non vanno confuse con le parole di circostanza.
Quando il caro Presidente della Federazione Italiana Pubblici Esercizi (Fipe), Lino Stoppani, comunica che solo nel suo settore ci sono 40 contratti pirata con stipendi dei lavoratori più bassi per migliaia di euro l’anno, rispetto al CCNL di categoria, ma si limita a chiedere di “vigilare”, in casa del CNEL che li registra “regolarmente” e ha bocciato il salario minimo con il beneplacito delle Organizzazione imprenditoriali e della sua Confcommercio, sta solo dando una verniciata di immagine al mondo che rappresenta.
Deve chiedersi a chi fanno comodo e se la sua organizzazione è disposta a spendersi concretamente per eliminarli.
Finora, nè la sua nè le altre organizzazioni imprenditoriali -a loro volta in concorrenza poco responsabile e con effetti negativi sulla moltiplicazione dei CCNL che non semplificano ma complicano il sistema relazionale-, sono state coerenti nel contrasto alla concorrenza al ribasso.
La Ministra e consulente del lavoro, Calderone, è parte del problema. È inutile girarci attorno. Non lei come persona, ma le cose che fa o non fa nei confronti delle imprese e delle “associazioni” che fanno dumping sulla pelle delle lavoratrici e dei lavoratori che subiscono condizioni retributive, normative e di mancata tutela della salute e della sicurezza di assoluta ingiustizia e discriminazione.
Non servono iniziative di facciata ma atti concreti e decisioni “coraggiose” in linea con la dimensione del problema. Lo dobbiamo in primo luogo ai giovani che bussano alla porta del loro futuro, compromesso da scelte scellerate estranee alle difficoltà oggettive e di contesto di cui è giusto farsi carico con senso di responsabilità e discernimento.
Se le Associazioni di categoria, al momento del dunque, preferiscono acquattarsi nel blocco politico sociale della conservazione piuttosto che perorare la causa della concorrenza leale, a partire dal rispetto dei Contratti Nazionali di Lavoro e delle Organizzazioni sindacali con le quali li sottoscrivono, il mercato del continuerà a disarticolarsi anziché ricomporsi.
Esiste l’etica imprenditoriale? A mio parere sì, ma ci sono tante imprese e imprenditori che non si pongono nemmeno il problema della correttezza e del rispetto verso gli altri portatori di interessi.
La conseguenza è un mare di lavoro palesemente irrispettoso non solo dell’art. 36 ma dell’anima profonda della Costituzione, la quale esclude tassativamente che lo sviluppo dell’impresa possa svolgersi in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà o alla dignità umana. Cosa che, a rifletterci bene, sarebbe sacrosanta anche se non esistesse nessuna Carta.
Se esiste vuol dire che ci sono ragioni storiche che la rendono necessaria, sia per non precipitare nella barbarie da cui ci siamo liberati, sia per costruire un futuro di convivenza pacifica, di lavoro e benessere collettivo. Nessun interesse privato merita di essere definito valore se va in rotta di collisione con il bene comune.
La grande partita, gira e rigira, si gioca attorno alla Costituzione. Lacerare il lavoro equivale a indebolire la Repubblica democratica sul quale è stata fondata, non per ideologia ma per autentica comprensione di quanto esso rappresenti nella vita e nella storia delle persone, nella costruzione di uno Stato moderno, di imprese creative e sane, non solo economicamente.
Sarebbe disonesto negare che lo sfruttamento e il precariato scaturiscano da comportamenti consapevoli di imprenditori e imprese che sanno di rischiare molto meno di quanto incassano, rubando soldi e diritti a lavoratrici e lavoratori “costretti a subire” con il “tacito consenso” di quanti se ne avvantaggiano politicamente e professionalmente.
Concorrenza sleale è anche sinonimo di illegalità/irregolarità che rende più faticoso lo sviluppo economico e sociale del Paese.
Troppo comodo parlare di destra e di sinistra, di riformisti e massimalisti, per creare confusione e tentare di dare nobiltà politica anche agli avventurieri che calpestano la dignità e sottopagano milioni di lavoratrici e lavoratori, costrette/e a vivere in costante malessere.
Basta e avanza per continuare a crederci, avendo alle spalle una memoria che ci sostiene e una Carta da giocare, per la quale spendersi nell’impegno per farla vivere, è un dovere anche morale nei confronti delle generazioni passate che ce la lasciarono in eredità per farne buon uso.
G.G.
